Insegnate la Buona Scuola

<<Non una riforma, non un adempimento burocratico, non un libro dei sogni. Un patto, semplice e concreto. L’Italia cambierà solo se noi metteremo al centro la scuola>>. Queste furono le prime parole ronzateci in testa appena iniziò ad andare in voga l’ancora labile e impercettibile nomenclatura di “Buona Scuola”. La proposta del Governo Renzi si presentava come organica, corredata da ipotesi, quantificazioni di impegni e da crono-programmi, sprigionava un tenue odore di innovazione e tra le innumerevoli righe presentate con somma maestria nella scaletta dei dodici punti riassuntivi presto diffusasi, era evidente la voglia di mettere mano a proposte fattibili, l’esigenza di modernizzare il quadro culturale, didattico ed organizzativo grazie anche a quel frizzante“giovanilismo”, che faceva capolino tra una proposta e l’altra e che, altezzosamente, adagiava il proprio andamento a quello corrente, per non essere sommerso inesorabilmente dalle nuove e interminabili ondate di modernità. Niente più ampollose narrazioni pedagogiche sul “valore” della scuola: <<dritti al sodo>>, così si dichiarava, per centrare i problemi nel mirino, senza margine di fallimento o casualità. Le numerose enunciazioni fornite nel documento stilato, riguardavano quasi tutti i nodi del nostro sistema educativo come il reclutamento dei docenti, la loro carriera, l’autonomia e la valutazione, le innovazioni curricolari, l’alternanza scuola-lavoro e le risorse, sebbene la sinottica scheda finale non rendesse ragione di tutti i contenuti via via illustrati. Ci venne così proposta una scuola bramosa di scollarsi dalla marginalità in cui per troppo tempo era stata relegata e che la vedeva indietreggiare, bistrattata, tra le dilaganti e angosciose preoccupazioni e priorità della società civile e, di conseguenza, anche nella disponibilità di risorse pubbliche e private di cui tanto avrebbe necessitato. La proposta renziana era, a quanto sembrava, un’ancestrale richiesta di fiducia ai severi censori delle finanze pubbliche, appellatasi a quei costi aggiuntivi da interpretare come investimenti, cui il conflitto plutocratico del nostro Paese non sarebbe stato sufficientemente in grado di provvedere, promettendo, in cambio, da bravo boyscout, di elargire una nuova possibile e futuribile qualità: docenti più preparati, valutazione delle scuole, trasparenza totale e lotta al mostro indomito della burocrazia, modernizzazione del progetto culturale con forti iniezioni di lingue straniere, nuove tecnologie, economia,  nonché rapporti con il mondo del lavoro, il tutto controbilanciato da un sincero recupero dei saperi disinteressati dell’arte, della musica, del corpo, della bottega artigiana a riesumare le antiche e nobili virtù del nostro popolo.

Sembrerebbe dunque di essere di fronte ad una progetto eclettico e pragmatico, rigidamente ancorato ai valori costituzionali di riferimento (l’uguaglianza delle opportunità, il diritto allo studio, il contrasto alla dispersione), una strada capziosa, irta di ostacoli, ma passaggio obbligato per una scuola italiana che agogna e auspica credibilità, fiducia e risorse. La materia in questione è una delle più delicate problematiche che attanagliano l’Italia, in quanto ad essa concernono la formazione delle future classi dirigenti, dei professionisti, le cui speranzose aspettative e ambizioni sono spesso stroncate sul nascere; essa, pur presentandosi con un immediato risvolto politico, essendo il testo di diretta emanazione del Governo e non di una commissione scientifica super partes, non limitava una concezione di scuola e di società ad ampia veduta e, almeno teoricamente, si prefissò l’obiettivo di prestare attenzione alle più minuziose richieste da parte delle famiglie, dei docenti e dei singoli studenti che, nei primi mesi dell’anno scolastico in corso, hanno potuto far pervenire le loro più disparate considerazioni e proposte servendosi del questionario pubblicato sul sito del Governo, attraverso il quale dare sostanza, in maniera anonima e discreta, ai propri pensieri. La consultazione indetta avrebbe, appunto, dovuto consentire di raccogliere queste energie e di convogliarle verso il desiderio comune di una scuola che si faccia apprezzare e che si rimetta in cammino alla volta di una terra sicura cui approdare, sottratta all’arbitrio monopolistico di chi specula su di essa, infangandone il nome col denaro, ripudiandola e sostituendola con la becera mercificazione e con la dissennata pretesa di favorire il possesso di beni all’integerrimo rispetto del proprio lavoro e del sempre più aleatorio domani che si prospetta a milioni di giovani in balia della tempesta. Ad oggi, quando l’idea offertaci mesi fa è ancora un progetto di legge, una sperimentazione in corso d’opera, le proteste e le sommosse studentesche sono sempre più frequenti: dopo i due scioperi del mese di ottobre, lo scorso 12 marzo numerose scolaresche sono scese in piazza a dimenarsi contro il Governo: <<Cogito ergo Protesto>> è uno dei tanti slogan diffusosi, un’ardua rivendicazione della genuinità delle proprie facoltà raziocinanti a fronte dei sempre più demolitrici interventi governativi. Gli studenti italiani aborriscono le mozioni fornite, fin troppe sono le ragioni avanzate ad avvalorare le proprie tesi; si appellano, inoltre, alla nuova Lip: una legge di iniziativa popolare che si prefigge la creazione di una scuola pubblica, laica, solidale, inclusiva e democratica che non sia assoggettata ai comandi aziendali di presidi-manager, che non sia vittima di una riforma antidemocratica e che non tiene conto delle effettive primarie istanze delle singole scuole e delle loro rispettive componenti. Sulla base di queste riprovevoli controversie che minano alla già invalidata stabilità del sistema scolastico italiano, urge ribadire che la legge sulla “Buona Scuola”, o sulla “Scuola onesta”, o sulla “Scuola vera”, degna di questo nome, non dovrà essere solo un sì o un no rispetto a soluzioni immediate o di breve efficacia, piuttosto la costruzione di una realtà positiva in cui potranno manifestarsi divergenze e contrasti, ma dove appaia un impegno convergente verso la considerazione ultima della scuola del nostro Paese vissuta come bene comune, una realtà nuova in cui si possa rivelare cosa accade davvero, quello che i giornali e le emittenti televisive non potranno mai raccontare, in cui sia tangibile il desiderio di scoperta e la sete di apprendimento che contraddistinguono gli studenti, nonché il coraggio di sperimentare e l’amore incontaminato dei docenti, una realtà che dia ossigeno nuovo a un mondo dove, finalmente, si potrà costruire il futuro.

Perché la “Buona Scuola” si insegna, non si fa.

Stefy Bertucci

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