Un ultras di lungo corso ci racconta il centenario. COSENZA: PASSIONE SENZA TEMPO Luci e ombre. Fasti, passione, ideali e mode, nell’era dei decoder.

Collage Centenario Cosenza Calcio - 4° Numero
Un secolo di storia calcistica nella città di Cosenza.
Un importante traguardo, il secolo di storia, che si è celebrato in due città della nostra regione.
Reggio e Cosenza.
Due umori opposti per un traguardo diverso, ma dal-la storia comune.
Sono propri ad entrambi i sodalizi calcistici due destini quasi incrociati.
Il Cosenza e i suoi mille fallimenti di cui, il primo, a soli due anni dalla creazione del Club di calcio. E Reggio e le sue mille denominazioni. In ultimo la società di Lillo Foti che sta per dire addio alla serie cadetta dopo an-ni passati nel massimo campionato. Anni che hanno dato lustro e vergogna alla società civile della nostra regione, che si sono conclusi con la brutta parentesi del sequestro di persona dell’arbitro Paparesta all’interno degli spogliatoi del Granillo ad opera di Luciano Moggi, tanto, tanto tempo fa.
E Reggina che è andata sempre di più mano mano scendendo, fino ad arrivare a festeggiare l’importante traguardo del secolo di vita in un Oreste Granillo deserto con soli quattrocento paganti scarsi.
Di umore diverso il centenario del Cosenza che ha visto un San Vito esaurito in ogni ordine di posto e che si è concluso con una vittoria esaltante figlia di due eurogoal. Prestazione importante che ha annichi-lito l’Aversa Normanna e che ha portato i Lupi rosso-blù sempre più in alto in classifica. Vittoria in casa ed eurogoal nel giorno del centenario, di fronte a un pubblico di diciottomila e passa unità. Una data da scolpire nella memoria per Criaco e Mannini.
Centenario che però non è solo la partita disputatasi.
E’ tutto un corollario di azioni e dimostrazioni d’affetto nei confronti dei colori sociali della squadra della città di Cosenza. Un legame profondo con la squadra che porta in giro il nome della città di Cala-bria Citra. Un evento unico, irripetibile che ha portato in riva al Crati migliaia e migliaia di persone tra addet-ti ai lavori, tifosi, simpatizzanti, e vari esponenti del variegato mondo ultras italiano.
Cosenza, città civile ed ospitale, che ha invitato un po’ tutti i gruppi ultras coi quali sussistono rapporti amica-li. Un bel manifesto di controinformazione verso quelle leggi di regime che mirano a minare le fonda-menta dell’aggregazione ultras con leggi repressive, distruggendo ciò che di buono si può creare con una semplice comunione di idee ed ideali di ragazzi che vengono dalle periferie e che di certo non sono av-vezzi a sedersi nelle sale dei bottoni ma che, specie nel caso di Cosenza, sono attivi alla vita sociale dei propri luoghi.
Emblematico è l’esempio dei Cosentini che, con Padre Fedele Bisceglia in testa, diedero il la alla costituzione di un movimento paritario e pensante. La mente tor-na a quella prima riunione nei primi anni novanta a Scalea del mondo ultras dove il Monaco fu profeta e indovino nell’intravvedere qualche barlume di buono. C’erano tutti. Dal Milanese al Palermitano e allo stesso tavolo mangiavano assieme romanisti e laziali; pisani e livornesi; cosentini e catanzaresi.
In quelle giornate si era cercato di gettare un seme per creare qualcosa di buono, ma una serie di leggi repressive andate inasprendosi nel corso degli anni e una forte dimostrazione d’ignoranza da parte degli esponenti del mondo ultras, fecero sì che nulla si poté creare. Nulla di costruttivo. Fu un’utopia che è bella perché è tale. Quel “se fossimo stati un po’ più uniti, anziché….” Ma è andata così. Il mondo ultras è morto, peggio del punk. Almeno è morto da eroe maledetto. Senza diventare mainstream, o moda.
Moda, appunto. Un concetto così discordante e di-stante da quello che significa l’ideale ultras, che quasi quasi, ci sta bene come accompagnatore.
Questo mondo fatto da ragazzacci dipinti come teppi-sti, che però cercano di adoperarsi nel sociale, la cui nomea si è accresciuta in negativo nel corso degli
anni. Un mondo che vive e viene dal basso, da quei margini della società. Un ideale che accomuna tanti ragazzi di periferia con una passione comune, una passione che diventa vita.
Ideale e moda. Moda, l’ideale della borghesia, quella classe sociale che solo Locke seppe giustificare. Quella classe sociale che è tanto lontana dal quarto stato, così diversa che, come nel caso di moda e ideale, ne è quasi la compagna ideale.
E la moda ci ha portato al San Vito tanta gente che era lì perché “io c’ero” e s’improvvisa tifoso storico, ma della vita da ultras ne sa poco o niente. Però gli senti dire che ha seguito mille e mille trasferte quasi a con-dividere diffide e manganellate più di chi lo ha fatto attivamente e davvero.
Si sa, Cosenza è questa. Annibale disse dei Bruttii: “Ottimi combattenti, ma guai a fidarsene!!” E Cosen-za, dei Bruttii, ne era la capitale.
Centenario che però è stato ben goduto da tutta la città, dalla provincia e da chi vive lontano.
Concorsi su internet: sui social network venivano mes-se in palio maglie e kit celebrativi, con il conseguente arrivo di foto storiche e di foto che diventeranno sto-ria. La tecnologia non ci ha fatto perdere un solo be-bè cosentino vestito con il rossoblù.
Diciottomila persone hanno riempito il San Vito in quella partita.
E molti altri hanno partecipato con gioia al Gran Galà del Calcio Cosentino, evento di beneficienza tenutosi il ventiquattro febbraio c/o l’auditorium del Classico di C.so Telesio, dove è stato bello rivedere campioni e storia recente e passata dei colori rossoblù.
Centenario che ha toccato anche la storia della città di Cosenza. La curva vestita a festa ha srotolato un copri curva da antologia: il centro storico della città di Telesio dipinto a mano a coprire la parte centrale, e migliaia di bandierine colorate a farne da cornice. Telesio citato con la sua frase più famosa e sentita “La mia diletta città potrebbe benissimo fare a meno di me, ma sono io che non posso fare a meno di Essa. Che mi scorre nelle vene e che amo” scritta quando era un apprezzato docente di Filosofia presso l’Università di Padova.
Frase azzeccatissima, dato che sono tornati a riab-bracciare Mamma Curva da tutti gli angoli d’Italia. Su tutti il gruppo “Kiri d’u Nord”, formato da cosentini emigrati, di prima e seconda generazione, che ha oc-cupato il suo posto all’interno della Curva Sud; pro-prio a dimostrazione che l’ideale non è una merce. Cosentini dentro, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Come dicevamo, anche tifosi ospiti per il Centenario. Il gruppo Grifo di Perugia che, sulle orme degli ultras Cosenza, ha creato una “palestra sociale”. Un luogo dove fare attività fisica, imparare tecniche di auto dife-sa e un vero e proprio ginnasio dove si fa doposcuola a chi non può permetterselo –visto che le scuole, co-me il liceo Fermi di Cosenza, si fanno pagare i corsi di ripetizione- , luogo dove non si perde di vista l’impegno sociale nei confronti dei migranti insegnan-do loro la lingua italiana e le leggi del nostro Paese.
Ideale ultras che rimane vivo e tangibile perfino a Ber-gamo anche se di diverso respiro. Gli ultras Atalanta, frangia estrema e radicale del tifo organizzato italia-no, festeggiano ogni anno la “festa della Dea”, incu-ranti dei simboli calcistici come Doni, sempre e solo per i colori della propria città.
Non siamo qui a voler dipingere gli ultras come dei Cherubini, sappiamo bene di cosa stiamo parlando, vista la pluridecennale militanza da parte di chi scrive.
Sappiamo benissimo quanti colpi di testa e di follia sono stati compiuti dagli ultras in questi anni e, per non nasconderci dietro un dito per non vedere la lu-na, richiamiamo alla memoria dei lettori la guerriglia urbana di Eboli, scatenatasi dopo un’invasione di un sostenitore silano che colpì con un pugno il portiere
avversario Spicuzza.
Ideale e moda, Amore e Follia… Paradossi di incoe-renza, o coerenza nei paradossi? Duro rispondere alla luce dei fatti di quest’epoca.
Epoca che vede le passioni sfuggire da un grembo materno, tanti piccoli torrenti scappare da un como-do letto di fiume placido e natio, per accasarsi e por-tare acqua a squadre che sono delle vere e proprie multinazionali.
Ma per una domenica non è stato così. Ci si è dimen-ticati delle multinazionali del nord. Delle squadre di Agnelli, Berlusconi e Moratti. Di quel mondo patina-to a cifre da capogiro lontano chilometri di viaggio e anni luce di mentalità e ci si è ricordati da dove si viene, chi si è realmente.
Che prima di essere amanti del bel calcio, si è amanti del Calcio di Cosenza.
E finalmente il Calcio è stato inteso come quello che era in origine: amore incondizionato per la propria terra; orgoglio, l’orgoglio di una terra che grida per farsi sentire al tavolo dei grandi. Di una terra che vuole ancora farsi sentire e vedere. E diciottomila persone se lo sono ricordato, per una domenica, una volta tanto.
Il mondo ultras che vive di contrasti e paradossi. Il mondo del calcio locale che sopravvive tra un decoder di sky e uno di mediaset, lottando per non esser schiacciato da potenti titani. Non c’è in palio lo scanno da dio sull’olimpo, c’è in palio ben altro. Qualcosa di meno tangibile, ma più importante. C’è in palio l’identità, un’identità omologata e bistrattata dalle multinazionali: dal McDonald’s alla finale di Champions. Ci resta solo il calcio, per affermare la nostra tenue e flebile identità.
E quel ventitré febbraio ce lo siamo ricordato un po’ tutti. Abbiamo messo le ali ai nostri calciatori per orgoglio. “L’orgoglio di una terra che grida Forza Cosenza, Portaci via!!”
Colorate il cuore di Rossoblù. Quel lupo che c’è den-tro si sentirà più caldo!
Da un ultrà senza paraocchi, ma con tanta voglia di farvi investire da questa passione.

Matteo Bruno De Luca

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