Al di là del vetro

Potrebbe sembrare quasi inutile, oramai, leg-gere una rivista di critica, un quotidiano o a-scoltare un telegiornale perché tanto non ci si trova alcuna novità, alcuna differenza, per non parlare poi di una probabile possibilità di cam-biamento. Tutti – termine generico per indica-re anche un singolo individuo, che non sia necessariamente un giornalista o un uomo di successo o un conduttore televisivo, ma un qualunque cittadino interessato, per quel che gli convenga, alle questioni del proprio Paese – non fanno che definire la nostra società come una Repubblica sprofondata più che fondata su qualcosa, annientata dall’estremismo, da bestie tremende e capaci di qualsiasi infamia. ‘Politica’ è sempre più subordinata all’uso arbi-trario dell’insulto, della parola violenta come arma vincente, come deformazione della veri-tà e di quella che ci ostiniamo a chiamare giu-stizia. Le persone dovrebbero rendersi conto che tutti siamo politici, tutti siamo chiamati a compiere un’azione politica che miri alla ri-costruzione del nostro popolo, tutti dovremmo avere la possibilità di scendere in campo, di sostenere le nostre idee, anche se le stesse si discostano da quello che è il nostro riconosci-mento all’interno di una fazione piuttosto che un’altra. Etimologicamente, la parola politica deriva dal greco ‘politichè’ che attiene all’amministrazione della polis per il bene di tutti; non è il desiderio di potere o di monopo-lizzare i beni con l’uso della forza, perché fa politica anche chi, subendo gli effetti negativi o meno di chi è investito di tale ruolo istituzio-nalmente, scende in piazza per protestare. Gran parte della gente continua a ritenere che ogni tipo di amministrazione su larga scala oggi non sia veramente politica, intendendo con questa ciò che ciascuno di noi si aspette-rebbe e non soltanto un’esposizione di facce diverse, con idee diverse, alias pesce al merca-to. In altre parole stiamo assistendo ad una sorta di amministrazione alienata e gran parte di noi ignora quanto mortifero sia lo spirito ‘politico’ o ‘anti-politico’ che ci sta schiantando al suolo. Non ci rendiamo conto del punto fi-no a cui questo pervada di sé tutte le sfere dell’esistenza, anche laddove la cosa non sem-bri ovvia, come ad esempio nei rapporti tra medico e paziente o tra marito e moglie quan-do uno dei due cerca di imporre il proprio pensiero solo in virtù del ruolo che riveste, per-ché a questo è tutto dovuto. Ingenuamente, o stupidamente, il metodo politico che sta carat-terizzando la nostra società può essere defini-to ad oggi come quello che amministra gli es-seri umani come fossero cose e che ammini-stra le cose secondo principi più quantitativi che qualitativi, allo scopo di rendere più sem-plici e meno evidenti le circostanze reali e il controllo di queste da parte nostra, che ci fac-ciamo facilmente abbindolare da individui che dichiarano: ‘Noi siamo tuoi amici, non perso-ne astratte, noi siamo qui e lavoriamo per te ’. Il sistema politico-amministrativo di oggi si fon-da su regole precise dilaniate dai sondaggi, quando dovrebbe basarsi sulla “risposta agli esseri viventi” che un uomo politico si ri-trova di fronte; di conseguenza, è possibile rendersi conto di quanto i nostri leader, premier, o pionieri che dir si voglia, decidano in merito ai problemi secondo quanto è più probabile statisticamente, col rischio di con-travvenire alle proposte di quel 5 o 10% di per-sone che si sottraggono ai loro convenzionali moduli. La realtà più amara, però, è che una parte dei politici teme la responsabilità perso-nale e cerca riparo dietro quelle che sono le loro ‘regole’. La loro sicurezza e il loro orgo-glio risiedono nella lealtà verso le ‘regole’ che loro legittimano , quelle che ammettono l’imbroglio, la truffa, lo spread, la disoccupazio-ne, l’evasione fiscale e il delirio di onnipotenza, e non la lealtà verso le leggi delle persone umane. Ecco allora che si manifesta l’emergenza che tra tutti i cittadini ci sia una collaborazione concreta e soli-da, impegnata nell’impresa di far sen-tire la propria voce e non trascorrere quel che resta della vita nel rimpianto di non aver fatto il possibile, o comun-que soltanto qualcosa, per il bene di noi stessi e dei nostri figli. La parteci-pazione attiva e responsabile richiede inoltre che una direzione ispirata a principi sani si sostituisca a strumenti burocratici da troppo tempo assimilati che hanno fatto del successo persona-le il principale traguardo. A ciò, è da ag-giungere una sostanziale e sostanziosa presa di consapevolezza e di umiltà, un riconosci-mento delle proprie possibilità e di quanto cia-scuno di noi abbia dato a favore o a sfavore della ripresa delle nostre società. Dubitare og-gi è naturale, ma abbandonarci e consegnarci agli errori commessi, alle tacite rinunce, po-trebbe portarci ad un futuro con conseguenze irreparabili. L’umiltà ci aiuterebbe a capire che, indipendentemente da quale partito abbiamo scelto o ci sia stato inculcato dai genitori o da-gli amici, il nostro desiderio è che tutto ritorni a quando le scelte erano del popolo e non di persone che dopo le elezioni non rappresenta-no più chi li ha votati; l’umiltà ci aprirebbe gli occhi e ci aiuterebbe a renderci conto che non vale la pena affannarci, sbranarci, insultarci perché tu hai la maglietta rossa e io verde, per-ché tu porti la camicia dentro ai pantaloni e io le scarpe slacciate, che non vale la pena la-sciarci condizionare e sopraffare da quelli che prima di noi hanno sventolato le loro incom-prensioni, vendendole al miglior offerente. Ci soffochiamo gli uni con gli altri pensando alle percentuali, a chi voterà chi e chi proporrà co-sa, e non riusciamo a cogliere, neanche lonta-namente, che sono riusciti ad alienarci da quello che è lo spirito di una società, di un Pa-ese che concentra le forze di ciascun cittadino per il benessere degli stessi. Abbiamo permes-so che ci portassero via tutto: il denaro, il lavo-ro, la sicurezza, la dignità, la libertà, la coscien-za e l’umiltà di riconoscere che se la sovranità appartiene al popolo e gli abitanti del popolo si distruggono gli uni con gli altri, non ci sarà più nulla di cui parlare o su cui confrontarci, nessun progetto da portare avanti, niente per cui lottare. Questo deve servire a non abbat-terci, a non pensare che quello che ci stanno dando in pasto sia l’unica possibilità che abbia-mo. Abbiamo bisogno di credere che non tut-ta la politica sia grigia, che non tutte le perso-ne non abbiano come fine ultimo il bene; ab-biamo la necessità impellente di guardare con occhi colorati chi ci sta intorno, perché anche se è nascosto da una coltre di nubi, o da un grosso cespuglio di rovi, esiste da qualche par-te un modo per ricominciare, partendo da chi non ha mai smesso di credere. È lecito il senso di sfiducia e di impotenza che ci pervadono, ma se ci perdessimo d’animo, come probabil-mente è successo a chi prima di noi, ha vissuto tutto questo per poi lasciarcelo, finiremmo an-che noi così: a sognare i prati verdi e la città restando però intrappolati in una boccia di pesci rossi.

Stefy Bertucci
pescirossi

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