Cellara: l’antico borgo dove si muove qualcosa

Per l’attenzione del Parroco di
Cellara e dei promotori del
giornalino “Alba Novella”

A proposito del giornalino “Alba No-vella” ideato da un gruppo di giova-ni dell’Oratorio che porta il nome di Teofanio Pedretti

Lodevole iniziativa quella di ideare nel paese nativo di Cellara il giornali-no “Alba Novella” nato dalla decisio-ne di alcuni giovani dell’Oratorio parrocchiale di dare inizio a un cam-mino, parola esigente, affascinante e arricchente da cui trae ispirazione l’intervento di apertura firmato dal responsabile GianMarco Andrieri il quale, non casualmente, tenta di consolidare una sintonia, premessa di un bisogno comune: ripartire in-sieme, guardando avanti.
E a proposito del ripreso dolce titolo che questo foglio s’è dato sintetiz-zandone il significato, sento il dove-re di intervenire precisando che esso ci riporta al più recensito volumetto “Verso un’alba novella”, pubblicato nel 1994, che piacque alla notissima Maria Luisa Spaziani e che compren-de le composizioni migliori di mia sorella Agata, morta ancor giovane nel 1989, dopo breve ma feconda esistenza. Testi – s’è detto – di gran-
de respiro evocativo, istintivi, intessuti d’amore, che chiunque può leggere e nei quali chiunque può riconoscersi. Per questo ha ricevuto ampio consenso di pubblico, raccogliendo vari premi, tra cui quello della Cultura della Presi-denza del Consiglio dei Ministri “per la qualità delle realizzazioni e l’impegno nell’attività svolta”. Dedita all’insegnamento nelle scuole, Agata era donna di pensiero e di larghi inte-ressi, veramente forte nel vero e alto senso cristiano, devota figlia di Cellara, luogo delle radici, della formazione, dei “ricordi d’infanzia” ripeteva sovente, a cui si sentiva legata da naturali vincoli, da doveri e affetti. Proprio qui Ella s’era fin dai primi anni, sotto la guida dei ge-nitori insegnanti, formata una magnifi-ca cultura e sviluppato ed affinato il prezioso dono d’una ricchezza spiritua-le che la farà amare cose alte e pure: la pittura e la poesia, se poesia vuol dire rapimento e gioia di natura superiore, se vuol dire mirabil modo d’intendere e rendere quel che altri ha inteso in altra lingua.
Tra i primi a notarla _ fu Francesco Gri-si, uomo di squisita erudizione e vero scopritore della poetessa calabrese, che di lei, allora sconosciuta, scriveva nel 1973: “La poesia per Agata Cesario è sempre stata una forza interiore dirom-pente; essa ha messo radici precocissi-me in lei, segnando, giorno per giorno, la storia dei suoi abbandoni, delle sue confidenze e conquiste, ha significato per lei il miracolo di potersi rivolgere a Dio”, perduto e ritrovato – sarei per di-re – fino ad invocare così nella compo-sizione che apre la raccolta “Spazi Infio-riti”: “Tu dammi, Signore, pace e conso-lazione. Gli uccelli dell’aria non semina-no ed io son priva di tutto”. Col passare del tempo la dimensione religiosa dei suoi versi cresce e si approfondisce co-me vediamo in “Madre della Croce”, dove è presente la figura della Madre di Dio, una delle più celebrate da parte di poeti e scrittori di tutti i tempi e luo-ghi e di differente orientamento.
Di Agata, dotata di senso artistico svi-luppatissimo, molto s’è occupata la cri-tica di allora, né mancato custodite tra le carte di famiglia lettere, recensioni apparse su quotidiani e periodici vari, o anche messaggi e riconoscimenti per l’impegnata attività pubblicistica e di docente creativa e responsabile, come del resto si può constatare scorrendo il volume, raro ormai in commercio, dal
titolo “Orientamenti di pedagogia e di didattica” utile a scuole e inse-gnanti, uscito nel 1988 e presentato con successo a Palazzo Pignatelli di Roma da specialisti della materia, e il quale ebbe il premio “Personalità eu-ropea” consegnato in Campidoglio, cui si aggiunse il premio per la didat-tica istituito in suo ricordo, che vede coinvolti studenti di tutta Italia e che si avvale ogni anno del supporto di svariati organismi che tradizional-mente si occupano di promuovere eventi. A parte il profondo amore per la scuola e la poesia Agata va ri-cordata per il suo studio puntigliosa-mente condotto sulle origini di Cella-ra, a fini di un maggiore approfondi-mento delle medesime, reso possibi-le dalla consultazione di documenti e fonti di archivio. È così che a lei era stato chiesto dai genitori del tanto amato parroco Pedretti di portare a termine una sua iniziativa ricerca nella biblioteca civica di Cosenza e poi data alle stampe nel 1982 col ti-tolo molto eloquente del libro ormai introvabile “Cellara attraverso i seco-li”, portando alla luce dettagli e a-spetti positivi di una storia locale do-ve bene si ravvisa la fierezza di un popolo costantemente fido alle sue tradizioni, alle sue feste, alle sue u-sanze. Chi ha qualche anno in più ne ricorda la magnifica presentazio-ne tenuta al Municipio di Cellara nell’agosto del 1982 proprio in occa-sione della traslazione del corpo di don Pedretti accompagnato da in-terminabile e commosso corteo dalla tomba di Grimaldi alla sua chiesa di San Pietro in Cellara, ricca di prege-voli opere, i cui tanto desiderati re-stauri segnarono fortemente il suo cammino di Pastore attento e sensi-bile, capace di parlare ai giovani che voleva riuniti intorno a sé. Per l’evento erano in calendario presen-za autorevoli e fra esse in primo luo-go i vescovi Trabalzini e Altomare, il senatore Vittorio Cervone, il Profes-sor Leo Magnino dell’Università di Roma, i sindaci e i sacerdoti dei paesi vicini. Intervennero i familiari,i suoi fedeli e numeri amici, le associazioni cattoliche, le autorità civili e militari, e un’ immensa folla di popolo rico-noscente presso il quale è vivissimo il ricordo dell’opera sua egregia che si tramanda nei racconti da padre a figlio.
Era sofferente il giovane Pedretti, e i segni trasparivano dal suo viso, ma la sofferenza non aveva sminuite né le sue capacità di lavoro né soprat-tutto il suo entusiasmo per ogni no-bile idea. Ed a me che di frequente andavo a fargli visita, durante la no-stra intima conversazione, confidava che il trauma psichico più che fisico, al quale si era assoggettato, lo affi-dava a Dio, nella fiduciosa speranza di poter vedere ultimati i lavori del bel tempio di San Pietro, invitante al raccoglimento e alla preghiera, dagli altari intagliati nel legno.
Forte dell’ammonimento di Cristo, mi ripeteva spesso che “a chi molto è stato donato dal Signore, molto sarà richiesto” ( Lc. XII,48 ), e che il più ac-cetto grazie che possiamo rendergli sarà proprio quello di valorizzare a fondo i doni da Lui ricevuti, secondo i suoi provvidenziali disegni: severo conto ce ne chiederà, nel giudizio finale!
Al di là della retorica, c’è molto da comprendere nei contenuti puri e non inquinati della primo numero del 2013 di “Alba Novella” che, sup-portato dalla memoria, sin dal suo nascere indica una via e sarà il terre-no fertile su cui fioriranno iniziative di approfondimento che andranno a intrecciarsi con i ritmi e la vita reale della parrocchia. Un punto di par-tenza, questo fascicolo, un program-ma di lavoro che ha davanti a se la strada già tracciata e che, sull’esempio di don Pedretti, permet-terà anche di riflettere sulla nostra vita passata, alla quale si riattacca il presente, dalla quale prorompe l’avvenire.
E con un lieto augurio esprimo vici-nanza e sostegno agli attivi promo-tori di un progetto entusiasmante che coinvolge e rende viva la comu-nità, felice di sentirsi utili e di dare una mano. Senza sottrarsi a confron-to sia sulò piano della discussione culturale che su quello della crescita della persona;un tema, questo, tra i più discussi oggi, che ci rimanda alla finalità educativa dell’ Oratorio (dal latino ‘orare’, pregare), realtà viva e luogo d’appuntamento di tanti gio-vani e ragazzi che vogliono svolgere attività ricreative, culturali, crescere nella fede e nella pratica dei valori cristiani. All’interno della sua storia secolare ci basti evocare i nomi di Fi-
lippo Neri e Giovanni Bosco, impe-gnati a tempo pieno nell’educazione dei giovani da soccorrere e sospin-gere verso le vie del bene. Presenza creative che dall’estrema periferia romana hanno cercato, qui vivendo e operando tempi nuovi per l’Italia impoverita e divisa, carica di tensio-ni.
Fattosi prete a 35 anni dopo essere stato un ottimo educatore, il fiorenti-no Filippo Neri, a meta ‘500, comin-ciò a riunire sempre più numerosi giovani di Roma. Presso una chiesa antica con altri preti fondò il suo O-ratorio, con una regola di vita. Egli organizzo grandi passeggiate, alla riscoperta della bellezza e dei luoghi sacri di tutta Roma, ma anche incon-tri e dibattiti con persone molto pre-parate, in teologia e cultura. Animò incontri musicali di ottima qualità, con cori e maestri di polifonia. Erano tanti i giovani a seguirlo, che nel 1558 già Filippo Neri aveva fatto co-struire, presso San Girolamo, una va-sta sala “per moltitudine del popolo”, come narrano i suoi biografi. Là vici-no era una piccola stanza in cui Filip-po, per decenni, confessò uno a uno i giovani, sempre disponibile per lo-ro, non solo la domenica durante la messa. Il suo primo Oratorio, apprez-zato da uomini illustri del tempo co-me Michelangelo, Torquato Tasso e Ignazio di Loyola, si diffuse presto in Europa e in varie parti d’America.
Più vicina sentiamo a noi la figura di Giovanni Bosco, prete salesiano che realizzò Oratori frequentatissimi in tante parti del mondo, santo dei gio-vani e dell’avviamento al lavoro, na-to nel 1815 in quel Piemonte che fu non solo fucina di novità politiche ma pure del rinnovamento sociale cristiano, e che ci parla attraverso le sue opere. Un esempio tra tutte: la chiesa del Sacro Cuore poco lontano dalla Stazione Termini da lui fondata quando Roma, da poco riunita all’Italia nel 1870, cominciava a riem-pirsi di immigrati, in gran parte gio-vani famiglie di ex contadini, in diffi-cili viaggi della speranza, e alla ricer-ca di pane e lavoro. In questa chiesa, in età anziana veniva a celebrare messa, e presso la quale costruì co-me un alveare un collegio per i ra-gazzi, con annesse scuole professio-nali per una prima istruzione, come aveva fatto, da pioniere, a Torino.
Don Bosco, sentendosi interpellato la una dolorosa situazione di pover-tà e degrado, rimase sempre sempli-ce e disponibile in mezzo ai suoi ra-gazzi poveri e abbandonati, di peri-feria, senza istruzione e con un avve-nire incerto. Intuì, in sostanza, che per offrire loro un futuro dignitoso era necessario che apprendessero una professione che li rendesse au-tonomi e socialmente utili. Per que-sto ovunque si aprirono officine arti-gianali e fra esse tipografie e scuole grafiche, che ben presto divennero delle vere case editrici. Così don Bo-sco, anche attraverso la stampa, si impegnò a promuovere e a coltivare con vigile cura la formazione di una opinione pubblica sana e favorevole ad ogni buona causa.
Pio XI, riconoscendogli le virtù eroi-che, nel 1933 lo proclamò Santo e lo definì “un altro Filippo Neri”. At-tualmente la Congregazione dei Sa-lesiani continua il carisma del suo fondatore nell’ambito educativo, edi-toriale – librario e pastorale nel mon-do.
Ma figure meno note, pur dedite alla carità, connotarono da sempre la spiritualità degli Oratori, luoghi di gioia e di sana allegria, in cui l’intervento assistenziale era comple-tato da un articolato progetto edu-cativo, fondato sulla centralità della persona dell’educando e sull’amorevolezza, quello che i disce-poli di don Bosco chiamavano “metodo preventivo” secondo il qua-le piuttosto che punire occorre pre-venire l’errore.
È dunque negli Oratori parrocchiali che si apprendono i valori di vita e i principi cristiani e si formano le co-scienze di molti giovani in una pro-spettiva di annuncio e di crescita nei vari ambiti della società.

Giacomo Cesario

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