Matematica: la misura della paura!

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Ad eccezione di un misero “plotone” che gior-nalmente si scontra contro l’indifferenza o la sofferenza, che viene anche fortemente invidia-to per le sue abnormi abilità, per molti studenti, di ieri e di oggi, c’è una materia che non posso-no fare a meno… di odiare: è la Matematica, quella scienza così affascinante e così utile ed essenziale nel percorso della vita. Questo è quello che dice chi sceglie di studiarla, in altre parole una minima parte della compagine gio-vanile italiana; ne è di esempio l’UNICAL, l’università della Calabria, dove ogni anno le iscrizioni al corso di Matematica si aggirano in-torno alle settanta, senza tener conto degli ab-bandoni col passare degli anni. Per tutti gli altri la Matematica è una belva feroce che si presen-ta sotto forma di un esercizio alla lavagna o sui quadretti di un foglio, mentre la sensazione di paura provoca tremore e sudorazione, sensa-zione che per molti si trasforma in causa di do-lore, reale! Esso si manifesta con fitte strazianti, emicrania, o altre idee geniali alle quali i vostri figli, fratelli o sorelle meditano e mettono in atto la mattina del compito in classe o prima dell’interrogazione. Ebbene, quelli non sono sotterfugi come i genitori hanno sempre pensa-to. È tutto vero!
Dicono gli scienziati Ian Lyon e Sian Beilock dell’università di Chicago che l’ansia per la ma-tematica attiva nel cervello le reti del dolore,
quelle zone collegate abitualmente con l’esperienza della sofferenza fisica e l’individuazione di una minaccia. Quando quei pomeriggi si chiude il libro e si lascia in bianco l’esercizio da svolgere, ciò accade perché l’istinto naturale obbliga a sottrarsi dal dolore. Questo è scorretto, poiché non solo nessuna conoscenza essenziale per l’esistenza non è su-bordinata a esperienze di sofferenza, ma anche perché è la matematica la madre dell’universo, colei che crea, governa, senza i cui strumenti non si possono comprendere perfezioni o im-perfezioni di essa.
Lo diceva Galileo nel suo “Saggiatore”: […] “l’universo non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e conoscere i carat-teri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua ma-tematica, e i caratteri son triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impos-sibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto”.
La Matematica invade, circonda, la nostra esi-stenza, la vita di ogni giorno, con concetti, cal-coli, strumenti: basti pensare a bollette e tasse, il lotto, la schedina, i gratta & vinci, la spesa, l’aumento della benzina, i saldi, ecc.
Resta comunque il problema angosciante del dolore provocato dal solo pensiero di dover ri-solvere un compito di Matematica, con il profes-sore che fa la ronda tra i banchi, pronto ad arre-stare qualsiasi mormorio di sostegno e aiuto reciproco. Più si accentuano l’ansia e la paura, più aumenta lo stress psicologico, più diventa esagerata la sensazione fisica del dolore.
Quel che resta da fare, attendendo che la scien-za scopra un rimedio, un antidoto per gli stu-denti futuri, è di prendere la Matematica con le buone, di cercar subito un appiglio, qualcuno che allievi i dolori, che aiuti a eliminare imme-diatamente gli ostacoli creati da quell’argomento che potrebbero disturbare l’apprendimento futuro di nuove conoscenze.
Del resto, a nessuna persona normale, di fronte ad un cane feroce che abbaia, verrebbe l’idea di ringhiare mentre si è paralizzati dalla paura.

Domenico Spadafora

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