Che la storia non insegni

guerra
Era il 15 marzo del 2011 quando per le strade di Damasco cominciavano a costituirsi piccoli gruppi volontari che, sull‟onda emotiva dei tumulti dell‟Africa Settentrionale, facevano sentire la loro voce contro il regime familistico-dittatoriale di Bashar Assad; allo stesso modo nella città di Darha, nella Siria meridionale, erano insorte delle rivolte dopo l‟arresto e la tortura di quattordici ragazzi imprigionati per aver scritto su un muro uno slogan che era solito ac-compagnare le rivoluzioni della “Primavera Araba” : «People want the do-wnfall of the regime». Le proteste, così, aumentavano di numero, moltiplican-dosi progressivamente nel Paese con richieste di maggiore libertà e democra-zia, nonché pretendendo le dimissioni del presidente Assad, il quale aveva ere-ditato la carica direttamente dal padre Hafiz Assad, noto per aver guidato la Siria per ben trent‟anni, soffocando ogni opposizione da quando il partito Ba‟th, unico partito di governo, controllava il Paese, ovvero a partire dal colpo di stato del 1963. Mentre le forze di polizia e l‟esercito, facendo leva sul divieto di manifestazioni pubbliche in vigore fin da quell‟anno, avevano represso du-ramente le proteste ferendo e uccidendo centinaia di persone, il presidente Assad rifiutava di dimettersi, preferendo, così, una resistenza ad oltranza. È dunque facile desumere che le cause dei disordini interni alla Siria e il conse-guente scoppio della guerra civile siano, pertanto, di origine politica. Per con-venzione cronologica la “Primavera Siriana” iniziava in questo contesto con le prime proteste pacifiche, emblema di quella massiccia ondata rivoluzionaria. Tuttavia, è proprio sul carattere pacifico delle proteste iniziali che vale la pena soffermare l‟attenzione: la guerra civile, infatti, non è scoppiata in Siria per un‟inspiegabile abiogenesi (generazione spontanea, ndr) socio-politica, ma ha da sempre rappresentato il drammatico risultato della repressione del dissenso ordinata da Assad, il quale, pur garantendo le riforme richieste dai cittadini ed esaltando il coraggioso popolo siriano capace di difendere in passato il Paese da complotti stranieri e terroristi, rimetteva soltanto in moto la macchina dell‟intolleranza e della violenza. Tali movimenti popolari hanno coinvolto, nel tempo, non solo l‟Unione Europea, la Lega Araba e l‟ONU, ma anche i Paesi confinanti come Israele. Nel corso dei mesi, allora, si sono susseguiti eventi senza soluzione di continuità e la Siria è diventata il teatro di uno scontro tra fazioni che ha ormai assunto tutti i caratteri della guerra civile, oltre che essere un banco di prova per le comunità internazionali, alle quali, genericamente, è stato richiesto il rifiuto dell‟intervento armato, a favore, invece, dell‟immediato intervento diplomatico, unica soluzione ammissibile secondo il diritto interna-zionale, in quanto in grado di costruire un progetto di pace che abbia come obiettivo primo la tutela della popolazione siriana, già vittima della guerra civi-le. Attualmente, la linea di demarcazione fra i cosiddetti “buoni” ed i cosiddetti “cattivi” sta progressivamente sfumandosi, e i tentativi di mediazione interna-zionale non sembrano destinati a sortire gli effetti agognati, costringendo de-cine di migliaia di siriani a mettersi in cammino, quasi allo sbaraglio, nella spe-ranza di trovare rifugio in qualche Paese disposto ad accoglierli. L‟ “inverno Siriano” dunque continua imperterrito nel suo corso, la primavera, invece, tar-da sempre più ad arrivare. Se la guerra in Siria è un fenomeno relativamente recente, i conflitti armati, in quella parte del mondo, hanno radici ben più anti-che. Infatti, 4500 anni fa, le Città-Stato mesopotamiche ingaggiarono una guerra che durò oltre un secolo. Successivamente all‟esercito assiro della metà del primo millennio a.C. , un ulteriore tentativo di organizzazione militare co-minciò a prendere forma in Europa, soprattutto in Grecia, territorio in cui la popolazione dominante si trovò costretta a fronteggiare con le armi la mino-ranza dorica, popolazione del nord. Considerato che questa guerra, rispetto alla quale godiamo di documentazione e testimonianze, si sia verificata ben 4500 anni fa, e che da allora, in maniera sempre più insistente e quasi prepo-tentemente gli esseri umani nella loro pienezza ed insipienza, si siano arrogati il diritto di parlare di “sviluppo”, “evoluzione” , “industrializzazione” e “crescita collettiva”, sarebbe assurdo, oggi, parlare di un concetto tanto obsoleto come la guerra, considerata fin dagli albori delle aggregazioni umane e sociali come l‟opzione più inutile ed impietosa. Già nell‟ormai lontano 1300 il filosofo teori-co dell‟assolutismo Thomas Hobbes sosteneva che lo stato naturale degli uo-mini fosse quello di guerra tutti contro tutti, in un contesto di perenne prevari-cazione, conflittualità e soprusi, contrariamente ad Aristotele che riteneva che l‟uomo fosse per natura un animale politico e sociale. Attualmente, la Costitu-
zione Italiana aborrisce la guerra come conseguenza di un‟ esperienza tragica che ha dilaniato il nostro territorio nazionale per trent‟anni, nell‟ambito dei soli due conflitti mondiali, affermando nell‟articolo 11 che l‟Italia ripugna manife-stamente la guerra come strumento di offesa degli altri popoli, usata solo spe-ciosamente come mezzo attraverso cui provvedere alla risoluzione delle con-troversie in un‟ottica nazionale così come internazionale. Allo stesso modo nel preambolo dell‟Onu si dichiara come le Nazioni Unite abbiano solennemente giurato di impegnarsi nel risollevare le generazioni dal flagello della guerra, nel rispetto dei diritti fondamentali dell‟uomo, garantiti in maniera improrogabile a prescindere che si tratti di nazioni grandi o piccole. Negli ultimi sessant‟anni si sono alternati sullo scenario mondiale episodi sfociati nel terrorismo, nella guerra che genera guerra e che rappresenta un modo di annientarsi tra popo-lazioni intere, prima ancora che tra eserciti o combattenti. Non si parla sola-mente di quella guerra che si può fare con migliaia di tonnellate di bombe, con i fucili, con i kamikaze in luoghi pubblici, ma di quel tipo di guerra che strangola ogni facoltà raziocinante dell‟uomo, di chi è convinto della sua utili-tà, in una visione improntata ad un interesse che, solo se concepito nei margi-ni della stupidità e dell‟assurdità, è atto al benessere delle popolazioni. Resta, tuttavia, un dato inoppugnabile: il fatto che, per quanto la guerra sia conside-rata uno strumento, essa rappresenta uno strumento che non funziona, mai. Perché? La risposta a questo quesito potrebbe avvalersi delle più svariate inter-pretazioni; molti potrebbero pensare che la tolleranza nei confronti di ciò che non deve essere tollerato, per principio o per cieca obbedienza ai valori arcai-cizzanti delle società, come una minoranza religiosa, un territorio oggetto di dispute politiche, una lotta tra faide e rappresentanti candidati al potere, sia in realtà una forma di ammissione dell‟uguale riconoscimento che si attribuisce alla parte in svantaggio; equiparando così le due parti, si verificherebbe una condizione per la quale non esisterebbe più il predominio esercitato da una delle due. Di conseguenza, si può pensare che la giustificazione alle guerre sia da rintracciarsi in un estremo senso di individualismo? In una così inenarrabile bramosia di potere capace di sforare nella più idiota criminalità? Sembrerebbe di sì, dal momento in cui i compromessi politici e i tentativi di giungere a con-clusioni ed accordi di pari opportunità tra due o più Paesi non esistono, o, quantomeno, vengono infranti, lasciando spazio ai cadaveri, alle bombe, alle case senza più tetti. In un‟età come quella odierna, in cui la tecnologia e lo svi-luppo stanno frettolosamente prendendo il sopravvento a discapito della natu-ralità dell‟uomo, ammettere l‟esistenza della guerra è sintomo di degrado mo-rale. Se è utopico pensare che un Iphone possa salvare il mondo, è altrettanto utopico credere che un drone o un carro armato, che di fatti distruggono ed uccidono, possano costituire una fonte di benessere e un punto di contatto tra le società. III millennio: infinità di conflitti sanguinosi e truculenti hanno deva-stato l‟umanità, imprimendo segni tangibili del loro passaggio, eppure, nono-stante i libri, nonostante la scuola, internet, il Papa, nonostante la cultura, l‟educazione, il rispetto e le realtà oggettive, si continua a partire per il fronte, a sottrarre bambini inermi alla gioia del gioco per imbracciare un fucile. E lo sco-po è quello di morire, solo questo, di incorrere in un suicidio predeterminato di uomini e popoli, senza mai poter dire di aver combattuto valorosamente e di aver conseguito un obiettivo in nome delle leggi e dei nostri diritti, perché le leggi sono degli uomini e quando queste perdono la loro funzionalità, gli uo-mini hanno il diritto nonché il dovere di abrogarle. Così, nelle nostre comode case, lontani dal fracasso degli spari, dalle polveri e dal sangue disperso, spro-fondati nelle poltrone, circondati dal calore degli amici e beati nella nostra im-perturbabilità, non dovremmo avere paura della guerra mentre ne ascoltiamo gli esiti al telegiornale, non dovremmo temere il razzismo o i razzisti, le bombe atomiche, le tragedie, i soccorsi sopraggiunti in ritardo, non dovremmo temere nemmeno i politici che emanano leggi a favore dei propri diritti e che poi si precludono proprio il diritto alla vita, né noi stessi quando, alla notizia della morte di 100 innocenti esordiamo solo dicendo: <<Poverini>>, né chi si dimen-tica che i nostri avi sono morti in guerra, che i nostri nonni sono rimasti orfani di guerra, non dovremmo temere le immagini e i suoni e le parole di tutti quelli che ci propinano la guerra come lo spettacolo delle 20:00 alla tv, dovremmo avere paura solo di una cosa: che la Storia non insegni.

Stefy Bartucci

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