Rolihlahla, colui che provoca guai

“Non importa quanto stretta sia la porta, Quanto carica di castighi la vita, Io sono il padrone del mio destino; Io sono il capitano della mia ani-ma….”
E’ questo l’ultimo verso della poesia Invictus, del poeta inglese William Ernest Henley, poesia che accompa-gnò la lunga prigionia di Nelson Mandela, 28 lunghi anni di detenzio-ne durante i quali la sua lotta contro l’Apartheid non si fermò, ma anzi di-venne ancora più forte e così l’Invit-to, l’invicibile Mandela divenne il simbo-lo internazionale di tutte le campa-gne anti-apartheid nel mondo. Sem-brano così lontani gli anni della lotta contro l’apartheid, che come tutti sanno è stata la politica di separazio-ne razziale attuata in Sudafrica che prese forma nel 1948 attraverso leg-gi vergognose, che proibivano ai ne-ri di frequentare determinate struttu-re pubbliche o di usare i mezzi pub-blici,o anche i matrimoni interrazziali; sembra lontano anni luce da noi l’e-co delle proteste sia di bianchi che di neri contro la segregazione razziale, che nel 1976 venne dichiarato for-malmente dalle Nazioni Unite CRIMINE CONTRO L’UMANITA’; eppure an-cora oggi, nonostante l’impegno e la lotta di tanti uomini come Mandela, sentiamo i cori razzisti negli stadi, assi-stiamo a scene di discriminazione raz-ziale e non solo, discriminazione sessu-ale, politica, religiosa. Non è una discri-minazione esplicita come succedeva in Sudafrica o in America o come succes-se nel periodo nazi-fascista con le leggi razziali contro gli Ebrei, ma per molti esistono ancora i “diversi”, le persone da lasciare in un angolo, da guardare con disprezzo, o ancor peggio da tene-re il più lontano possibile. Non è esplici-ta la discriminazione, è velata, si na-sconde dietro gesti o parole ma forse fa ancora più male. Il sacrificio, l’impegno, la vita, la passione di Mandela non de-vono restare confinati soltanto nell’e-sperienza del Sudafrica e della lotta contro la più vergognosa discriminazio-ne razziale, ma devono fungere da e-sempio per tutti. Non basta omaggiare Mandela il giorno della sua morte o do-po una settimana e poi continuare la vita di sempre con gli stessi pregiudizi; la lezione di “colui che provoca guai” deve appartenere alla nostra interiorità, deve farci vedere il mondo con occhi diversi, gli occhi di Mandela. Con una mente diversa, aperta..la mente di Man-dela.
mandelaSembra un’impresa impossibile ad oggi sognare un mondo dove non esista nessuna discriminazione, dove regni l’uguaglianza, formale e sostan-ziale. Ma il mondo lo costruiamo noi ogni giorno. E spetta sopratutto alle giovani generazioni farsi carico di cambiare quello che non va nel mon-do, con un’idea, una speranza, una parola. Forse non possiamo fare gran-di cose, ma con lo spirito di chi ha lot-tato e non ha avuto paura delle con-seguenze possiamo iniziare a piccoli passi a rendere il mondo migliore, o semplicemente più vivibile per tutti. Che siano neri, bianchi, eterosessuali, omosessuali, o di qualunque idea po-litica e religiosa.
E concludo con una frase proprio di Mandela, che credo racchiuda ciò che nel mio piccolo ho voluto esprimere ispirandomi alla sua scomparsa:
“Una preoccupazione di base per gli altri nella nostra vita individuale e di comunità può fare la differenza nel rendere il mondo quel posto migliore che così appassionatamente sognia-mo. ”

Francesca Fuoco

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