Furor: una vita in pericolo

furorLe ricerche sulla nascita della follia e sulla sua evo-luzione nel corso della storia sono state numero-se. Il termine follia, come il suo sinonimo pazzia, indica uno stato generico di alienazione mentale. Di difficile definizione da parte del sapere medico e psicologico, attualmente il suo impiego è estre-mamente ridotto in ambito scientifico, dove si fa ricorso a nozioni più specifiche, più rigorose e an-che meglio verificabili per definire disturbi mentali e organici tradizionalmente compresi sotto la de-nominazione di follia. Una diversa pregnanza as-sume invece il termine nella sua accezione socio-culturale: la coscienza contemporanea coglie nel concetto di follia non soltanto il particolare stato psicofisico di determinati individui, ma più in ge-nerale l’espressione di una condizione di ‘diversità’, rispetto a modelli di ‘normalità’ social-mente stabiliti, che è imputabile non tanto a un disturbo interno a un soggetto sofferente, quan-to da un’interazione squilibrata tra il soggetto stesso e il suo ambiente. Nel corso dei secoli i vari studiosi, scienziati e letterati si sono soffermati sull’esistenza di due concetti nettamente distinti di follia, uno orientato alla società, l’altro all’individuo: nel primo caso, specie nella letteratura moderna, il pazzo è colui che è più cosciente delle convenzioni e delle assurdità della vita borghese (Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”); quindi nel concetto di salute psichica orientato alla società l’uomo è sano quando è all’altezza dei compiti che la società gli assegna. Per il concetto u-manistico sono, invece, i criteri insiti nell’uomo stesso a determina-re che cosa sia la malattia o la salute psichica. Esiste anche un con-cetto di follia usato in psichiatria; si può parlare di individuo “relativamente sano”se non c’è nessuna nevrosi, psicosi o sintomo psicosomatico e, se su un piano socialmente rilevante, non si rile-vano alcolismo, omicidi e disperazione. La follia è una condizione in cui lo stato della ragione non sembra avere alcuna autorità, rap-presenta il regno dell’irrazionalità, dell’assurdo, l’altro della ragio-ne, è una congiura dell’inconscio ai danni dell’intelletto, che giun-ge al suo epilogo con l’avvento di Freud e della sua teoria della Psicoanalisi, che toglie all’uomo l’ultimo valore che ancora gli era in possesso: «l’io non è padrone in casa propria» come sostenne Freud nell’ “Introduzione alla Psicoanalisi” del 1915; si definisce dunque folle e malato chi è afflitto da quella patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare giudizi, di comunicare. Arthur Schopenhauer affermava che: «anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile, sopraffa il terrore della morte», dimostrandoci
Furor: una vita in pericolo
come la follia, il Furor dei poeti, filosofi, oratori e prosatori di tutti i tempi (Lucrezio, Cicerone, Epicuro, Tucidide, Omero, Orazio, Gior-dano Bruno), non sia soltanto una condizione dell’animo o del fisi-co, incapaci di plasmarsi ai più innaturali vincoli imposti dalla vita, alle più pungenti sofferenze, ma quasi, paradossalmente magari, un parassita che si attacca alle nostre membra, risucchiando il sof-fio vitale, costringendoci in un tunnel, in una spirale senza uscita in cui il barlume della ragione, la luce della salvezza e del porto sicuro, non esistono più. Non passa giorno in cui i giornali e le e-mittenti televisivi non ci annuncino una morte improvvisa, brutale, una vita stroncata sul nascere, arsa nella sua debolezza, affievolita da chissà quale sprezzante bisogno incolmato: sesso, denaro, ge-losia, problemi scolastici e famigliari, rifiuto da parte del gruppo, emarginazione, sindrome del diverso, sono così tante le motivazio-ni, le cause occasionali, come quelle di Bacone, a farci riflettere sui sempre più frequenti omicidi e suicidi, come se bastasse mai un pretesto a giustificare la morte. Per quanto si possa credere o me-no in una nuova incarnazione, nella vita dopo la morte o nell’eternità, il vero istante in cui risulta essenziale cambiare se stessi, migliorarsi, crescere, evolversi, il vero ‘carpe diem’ oraziano, la vera consapevolezza di sé e delle proprie capacità, è adesso, nel presente. L’angosciante aumentare di suicidi e omicidi registrati nel corso degli ultimi anni non è un numero in percentuale, una serie di corpi ammassati, resi uguali dallo sconforto e dalla trage-dia; non è una probabilità o un calcolo statistico reso credibile e certificato da altrettanti calcoli incresciosi sull’aumento della disoc-cupazione, sull’abuso di sostanze stupefacenti, sul de-grado socio-culturale; non è il risultato di condizioni di vita terribili perché sarebbe così maledettamente egoi-stico pensare che sia vero: ci sono Paesi in cui la vita è ad un battito di ciglia dalla morte, in cui la sofferenza è così acuta da non essere neppure lontanamente para-gonabile a niente che non sia il vuoto, eppure lì nessu-no opta per gesti così definitivi ed estremi, si muore per cause oggettive, di stenti, di malattia, ma mai per man-canza di coraggio.
Quello che accade nel mondo Occidentale è una mistifi-cazione della vita, sempre meno percepita per il suo si-gnificato intrinseco e sempre più per i falsi valori imposti da una società decadente, lobotomizzata e che perse-gue unicamente un fine materiale facile a sgretolarsi. E’ riduttivo e assolutamente insufficiente, ma l’esempio più banale è questo: identificando la propria vita con il pro-prio lavoro o con la propria ricchezza, se per un malau-gurato caso del destino o per noncuranza o per una coincidenza o per qualche altro fattore quel lavoro vie-ne meno e la ricchezza svanisce e ci si ritrova con niente in mano, allora, così, per quanto assurdo e ingiusto pos-sa essere realmente, la vita perde ogni valore, diventa merce avariata o comunque di scambio, a prescindere che si tratti della propria o di quella di un altro, ed ecco che scatta la follia. L’eccesso di omidici, suicidi e combinazioni relative non ha nulla a che vedere con condizioni materiali di povertà, ma con condizioni di povertà e sofferenze interiore scaturite da un mondo artificiale, frutto della geniale quanto distruttiva mente dell’uomo che ha saputo costruirsi attorno, nel corso dei secoli, il paradiso terrestre, allontanandosi da quello biblico, da quello ultraterreno, per poi renderlo un inferno con il suo marciume interiore, con l’insoddisfazione perenne, con l’avidità di chi cerca disperatamen-te se stesso in oggetti e realtà che non posseggono risposte. Esiste una sofferenza fisica che può essere insopportabile, ma il disordi-ne, la sofferenza interiore, sono ben altra cosa; eppure, per quan-to terrificante e devastante possa sembrare, la sofferenza è sempre illusoria, sempre transitoria, sempre dovuta ad errate convinzioni, identificazioni, attaccamenti ed altro ancora. Ecco perché per le persone è sempre più facile uccidere e uccidersi: perchè si perde progressivamente il significato della vita a causa dell’identificazione sempre più profonda in valori impermanenti,
transitori e superficiali; anziché ancorarsi a quelli più oggettivi, sani e attinenti propriamente alla sfera dell’essere, si dipende sempre di più dall’avere che non dall’essere, non si sa chi si è e si ha sempre più bisogno dell’approvazione degli altri per sentirsi vivi. Di fronte a questa atroce afflizione molti si arrendono, optano per un atto così definitivo, senza neanche lontanamente pensare di intrapren-dere qualcosa, qualsiasi cosa, che porti oltre l’oblio dal quale, in mancanza di valori veri e costruttivi , non si crede possa fuggirsi (…) La follia, chi sa bene cosa realmente sia? Potremmo definirla un infarto del cervello, quando tutto quello in cui hai sempre cre-duto, quando il tuo nome e la tua casa e i tuoi affetti e le tue idee non bastano più a farti sentire vivo, felice anche solo di questo, quando tutto ciò che hai costruito svanisce nel nulla, come un mucchio di cenere lasciato al soffio del vento. Se si sapesse esattamente quanto può valere la vita, non dovrebbe essere così facile spegnerla, che sia la nostra o quella di qualcun altro. Forse questo, però, non basta per tutti.

Stefy Bertucci

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