La libertà nella storia del rock

Le espressioni “canzoni di libertà”, come “canzoni di protesta” o “canzoni politiche” sono facili da pronunciare, complicate da mettere in pratica. Al di là dei luoghi comuni non privi di fondamento, ma tuttavia generici (come quello per cui ogni forma di espressione è politica, e ogni espressio-ne musicale è espressione di libertà), resta il fatto che i generi musicali si costituiscono in base ai linguaggi musicali, mentre le categorie suddette rimandano ai contenuti dei testi e si definiscono per un orizzonte tematico. Infatti le canzoni di libertà, come le canzoni d’amore, attraversano un po’ tutti i generi musicali, anche se magari prevalgono in certi generi più che in altri. Tuttavi-a, non mancano le distinzioni anche fra generi tematici, e all’interno di essi. Tanto per comincia-re, il rapporto fra musica e parole di libertà è me-no scontato, meno abituale del rapporto fra mu-sica e parole d’amore: la rima “amore/cuore” co-stituisce quello che potremmo definire il linguag-gio di “default” della musica di consumo, quello che si usa sia se si hanno meravigliose intuizioni poetiche, sia se non si ha niente da dire. Per il so-lo fatto di non parlare d’amore, allora, una can-zone attira l’attenzione sul proprio testo. Il fatto di attirare l’attenzione sul testo non è poi privo di conseguenze musicali: con le dovute eccezioni, queste canzoni tendono a mettere la voce in evi-denza, ma più come estensione del parlato che come strumento musicale. Gli arrangiamenti ten-deranno ad essere, se non semplici, almeno po-co vistosi, l’andamento melodico meno lineare e più ciclico. Ci sono canzoni che chiedono a cia-scuno di riflettere singolarmente sul proprio at-teggiamento verso i problemi messi in luce. La libertà, la pace, l’uguaglianza sono i terreni in cui il politico diventa intensamente personale: sono canzoni dell’”io”, in prima persona singolare. Poi invece, abbiamo canzoni del “noi”, funzionali e alla ricerca di una mobilitazione collettiva, si trat-ta di canzoni chiamate in gergo “canzoni d’uso”, che servono per stare insieme nelle manifestazio-ni, per far partecipare il pubblico nei concerti, co-se senza le quali non ci sarebbero stati nè i movi-menti per la libertà, né il rock. Piace pensare che, nel breve spazio di tempo pri-ma che tutto finisca, l’innocente lanci all’apocalisse le elementari parole di una canzo-ne slogan di Bob Dylan: “signori della guerra, non controllerete mai il mio mondo”.

Nicola Londino

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