Novecento: il secolo del genocidio.

La parola genocidio viene coniata nel 1944 da un giurista polacco di origine ebraica per denunciare i crimini che i nazisti stavano commettendo verso la popolazione ebrea d’Europa. L’11 dicembre 1946 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe per la prima volta il termine genocidio, ma solo il 9 dicembre 1948 fu adottata la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, nel secondo articolo, definisce tale crimine come: <<Uno dei seguenti atti effettuato con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: -Uccidere membri del gruppo; -Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo; -Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale; -Imporre misure tese a prevenire le nascite all’interno del gruppo; -Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro grupp>>. Tale definizione, valida tutt’oggi, non è ben vista da alcuni storici in quanto escluderebbe alcuni massacri compiuti con motivazioni politiche, specie dai regimi comunisti dell’est e dell’oriente. Il fatto di essere il secolo della tecnologia, della conquista di numerosi diritti, della globalizzazione, non può certo mascherare quello che realmente il XX secolo ha rappresentato per la storia dell’umanità e cioè i cento anni in cui si sono consumati alcuni tra i più cruenti crimini che la mente umana abbia mai concepito. Alcuni dei genocidi compiuti sono passati quasi inosservati davanti ad un opinione pubblica distratta dall’orrore delle guerre che si stavano consumando. È questo il caso dell’eccidio degli armeni del 1915 ad opera dei turchi che, in pochi mesi, con deportazioni, carestie, malattie ed esecuzioni, cancellarono oltre il 70% della popolazione, oltre 1 milione e 700.000 vittime (il 24 aprile di quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario di questo massacro). Negli anni trenta, ancor prima dell’emanazione delle leggi razziali in Germania e, purtroppo, in Italia, nelle campagne ucraine si consumò uno dei più grandi crimini che si possano ricordare, tra il 1932 e il 1933, con una carestia programmata, l’Unione Sovietica lasciò morire di fame 7 milioni di contadini ucraini per scongiurare il rischio di ribellione e il desiderio di indipendenza. Nel massacro di Holodomor perse la vita il 25% della popolazione ucraina.

Sono, poi, umanamente riconosciuti i crimini nazisti della Shoah, che tra il ’39 e il ’45 dimezzarono la popolazione ebraica europea con 5.200.000 vittime e, sul finire del conflitto, il dramma delle

Foibe ai danni di cittadini italiani.

Nemmeno questi stermini bastarono a saziare la violenza dell’uomo del novecento, infatti, nel 1972 in Burundi, nel teatro dei conflitti etnici, 150.000 Hutu furono massacrati dal governo Tutsi in soli 2 giorni.

Tra il 1975 e il 1979 in Cambogia furono giustiziate dal governo 1.800.000 persone appartenenti ad una minoranza etnica con la giustificazione di dover creare una nuova e pura popolazione cambogiana. Provocò molto stupore la totale indifferenza della comunità internazionale, che solo nel 1997 riconobbe i fatti come genocidio. La guerra in Jugoslavia tra il ’92 e il ’95, provoca 250.000 vittime, due terzi delle quali civili. In questo caso, nonostante le atrocità caratterizzino tutte le parti in guerra, solo i dirigenti comunisti serbi si rendono aggressori e colpevoli di pulizia etnica, ed alcuni di loro, tra cui Slobodan Milosevic, vengono incriminati per genocidio nei confronti dei musulmani bosniaci.

E ancora in Cina, in Romania, In Costa D’avorio e in Nigeria, in Congo e Guatemala, passando per il massacro dei curdi in Iraq iniziato nel 1973 e terminato solo con la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Anni e anni di crudeltà, milioni di vittime, hanno caratterizzato il secolo in cui la maggior parte di noi è nata, con violenza e crudeltà inaudite si è cercato di eliminare interi popoli e le loro culture, senza nessun apparente motivo che non fosse dettato da un’eccessiva sete di potere, da un odio ingiustificato, dall’ignoranza.

<<Il genocidio va oltre la guerra perché l’intenzione dura per sempre, anche se non è coronato dal

successo. È un’intenzione finale>>, disse, a ragione, Christine Nyiransabimana, contadina ruandese.

Il 27 gennaio 2015 sono passati 70 anni da quando il soldato americano (che poi doveva essere russo) entra ad Auschwitz e prende tra le sue braccia il piccolo Giosuè in “La vita è Bella”. Per i ragazzi della mia età è questa l’immagine del genocidio, una storia triste ma che, come una fiaba, finisce bene, o quantomeno finisce. Dobbiamo ringraziare Benigni per aver reso il tutto meno cruento, per averci mostrato la luce in fondo al tunnel, quella luce che rappresenta un umanità che cambia. Il primo passo sarebbe prendere spunto dal secolo scorso e riflettere sulle parole di Bernard Bruneteauche: <<Il cambogiano “infettato” dal precedente regime capitalista e reazionario, era altro tanto quanto l’Ebreo lo era per Hitler. La distinzione dell’alterità stigmatizzata si regge sulla categoria costruita dal carnefice>>.

Perché, ancora peggio del genocidio stesso, sarebbe apporre distinzione tra un genocidio l’altro.

Mario Caputo

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