Bar, Cellara

Chi vive gli aspetti sociali, le relazioni personali, i momenti di festa e di calma piatta, di una minuscola realtà periferica come Cellara, sa bene cosa rappresentino, per essa, un bar o un circolo ricreativo.

Non si tratta di semplici punti di incontro o di ristoro. I bar e i circoli sono la “seconda casa” di ogni paesano, luogo di dimora momentaneo, ma quasi quotidiano, di reciproca compagnia.

E Cellara ha vissuto, non secoli fa, una discreta convivenza, in ottica concorrenziale, di addirittura tre “banconi”.

Oggi, invece, come sappiamo, se si esclude il mitico Bar Carleton, appare evidente come l’economia cellarese fatichi a fornire i mezzi di sostegno minimo a qualsiasi altra omologa attività.

È di pochi mesi fa, infatti, la chiusura del circolo ricreativo “Siesta Club”, di Mario Caputo ed Eduardo Porco. Due figli cellaresi, che in un momento di sana incoscienza giovanile, 4 anni fa, decisero di dare una svolta alle loro vite, e nuovi impulsi al piccolo spaccio commerciale interno.
Il loro fu un tentativo di rilancio e innovazione: buoni propositi, tanti eventi d’effetto, novità e soprese, poi il naturale assestamento su un livello scoveniente e la chiusura definitiva, dolorosa per ovvie ragioni affettive.

《Ciò che più ci riempie d’orgoglio – spiegano – è il nostro essere punto d’incontro per ogni generazione, dai bambini più piccoli che abbiamo visto crescere in questa piazza, fino alle persone più anziane, ai nostri nonni, che ogni pomeriggio erano qui a passare il loro tempo》.

Questo è il tono, orgoglioso, dei saluti e ringraziamenti che i due ragazzi hanno affidato a Facebook, rivolto ad ogni socio e alla comunità nel suo insieme, a conferma di quanto sostenuto in apertura.

E dunque, si vuole forse dedurre, dall’epilogo triste di questa bella esperienza, che l’attività commerciale di un bar, o quella sociale di un circolo ricretivo, sono destinate a non aver futuro in un borghetto così piccolo e povero?

No, o almeno non é questo l’intento di chi scrive.

La storia del Bar Carleton, probabilmente, serve proprio a dare l’idea di come la costanza e il sacrificio possano dare risultati e soddisfazioni da un punto di vista economico, ma soprattutto e ciò che più conta, una piena realizzazione sociale data dal lavoro e dal rapporto con la clientela.

《Il nostro bar ha tante storie da raccontare e porta con sé le nostre vite, i nostri affetti familiari. Nato grazie ad Adicella e Sarvature, così erano chiamati, continua la sua attività sulle nostre spalle, dopo ben 51 anni, con la solita gentilezza e la cortesia verso i clienti, di allora e di oggi》.

Questo è solo un estratto del racconto che Carlo Orlando, il figlio Eugenio e la moglie Annamaria, ci hanno affidato, a proposito della longeva attività commerciale di famiglia.

Proprio questo contributo, così come quello di Mario ed Eduardo, le loro esperienze, da essi stessi definite positive ed incoraggianti, devono costituire lo spot promozionale del commercio cellarese.

Perché, fuori dai romanticismi, dalle storie, qui omesse, di grigie esperienze di tanti circoli e bar succedutisi negli anni, si capisce, che un po’ a causa della crisi, un po’ per via di un circuito commerciale comunque di per sé ristretto, queste piccole attività vivono di saltuarie fiammate e gioie più personali che economiche.

Perciò, ci sarebbe bisogno di investimenti ingenti e coraggiosi, per puntare ad un’utenza che comprenda un po’ tutta l’area del Savuto.

Cellara, da questo punto di vista, potrebbe essere l’ideale: è pur sempre quel paese di straordinaria e ormai rinomata accoglienza, luogo che dispensa possibilità di rapido ambientamento.

E così i bar e i circoli, quelle attività commerciali, e sociali se non diventano rifugio ludopatico, come accade purtroppo sempre più spesso, costituiscono ossigeno vitale di una periferia afflitta dallo spopolamento, oppressa dalla disoccupazione, sedata da un ozio privo di dimensione temporale.

Capirne la necessità dunque, è compito ineludibile di piccoli imprenditori, consumatori, governanti.

Perché così come stanno le cose oggi, ci si condonna all’eutanasia della piccola economia reale e della piccola comunità rurale.
È bene dirselo.

Cristian Mauro

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