Denis Bergamini: 26 anni dopo Un racconto commosso tra le tappe di una vicenda oscura.

Donato Bergamini. Denis. La Curva Sud del San Vito porta il suo nome. E tutti sappiamo perché. Quando GianMarco (Andrieri, ndr) mi ha chiesto di scrivere qualcosa su Donato ero molto contento. Su Denis ho scritto molto, davvero tanto e l’argomento è uno di quelli che sento nelle vene, ci penso ogni giorno a quel bel ragazzo dai capelli biondo oro, morto -possiamo dirlo?- ammazzato, sulla s.s. 106.bergamini

È dura scrivere di un argomento sentito come questo, un argomento davvero spinoso, un argomento, se vogliamo, conosciuto a menadito da tutti noi, sportivi e non; un fattaccio all’italiana che sarebbe meglio dimenticare… Dimenticare? No, per niente, qua non si molla nulla e ogni domenica in Curva cantiamo il suo nome.

Per ritornare a quanto sopra, dissi al direttore del giornale che ha l’onere di ospitarmi: <<Gianma’, non sarà il solito resoconto sulla morte. Quello lo possono scrivere tutti…>>. In realtà, due parole, foss’anche per smaltire la rabbia e scrivere di quanto voglio con meno astio verso chi ha tolto la vita a questo giovane, devono essere spese. È doveroso. Donato (Denis) Bergamini nasce in provincia di Ferrara, nella grassa Emilia, precisamente ad Argenta, nel settembre del 1962. Qui muove i suoi primi passi da giocatore, nell’Imola prima e nel Russi poi, era la stagione ’82-’83. Il Cosenza lo acquista nel 1985, fa un discreto campionato di C1, si riconferma l’anno dopo, e nel 1988 è protagonista assoluto della cavalcata che riportò i Lupi in B, con alla guida il mago Di Marzio. Morirà sotto un camion, schiacciato non di sicuro, nel 1989, a Roseto Capo Spulico, era un freddo giorno di novembre. Di quei giorni, seppur bambino, ricordo alcuni particolari: Cosenza bloccata da una marea di gente e, quando ero più grande, i filmati di Padre Fedele che ufficiava i sacramenti. Per il resto, di quei giorni, c’è da scrivere che Padovano, nella partita successiva alla morte di Donato, indossò la maglia col numero 8 e gli dedicò il goal dell’uno a zero. Sono passati ventisei anni, un quarto di secolo più un anno. E di sapere come è stato ucciso Bergamini, non c’è verso. Non c’è verso di sapere nulla di chiaro: Petrini, Carlo, ex calciatore degli anni sessanta e in pensione scrittore, vi scrisse sopra un libro: “Il calciatore suicidato” (edizioni Kaos 2001), in cui provava a far luce sulla vita a Cosenza di Denis Bergamini, sulle sue frequentazioni e su

un suo possibile coinvolgimento con la malavita locale – all’epoca Cosenza era una bolgia infernale di racket e fucilazioni, esecuzioni sommarie in ogni dove della città – e mosse dubbi sulla relazione di Bergamini con una ragazza del luogo, Isabella Internò, che verrà poi indagata nel marzo 2013 per omicidio. Fece muovere un po’ di polvere con un libro di denuncia, ma nulla di che. Di Petrini, se volete, segnaliamo anche “Nel fango del Dio Pallone” (Stesso editore, 2000), libro che narra del doping e del putridume che gira intorno a questo mondaccio patinato. Petrini ci ha lasciati nel 2012, senza sapere cosa fosse veramente successo.

Commovente è anche il ricordo di Denis, figlio di Donata, sorella del compianto Donato, il giovane Bergamini, quando lo conobbi, giocava nel Russi, con lo stesso numero di maglia dello zio. Conservo ancora una sciarpa della sua squadra. Cosenza non si è mai dimenticata di Bergamini, né della sua famiglia. Quella sciarpa del Russi ce l’ho dal 2009, il primo BergaminiDay. Bloccammo un’intera città che fu con noi solidale e scese in strada compatta per Donato. In quel giorno incontrai per la prima volta anche la Signora Donata. Ero in testa al corteo con un mio caro amico, compagno di tante trasferte, non avevo mai visto la sorella di Bergamini, una bellissima donna del nord dai profondi occhi verdi, le sentii dire: <<ma dove sono tutti quelli che lo applaudivano? Ci sono solo ragazzi>>, il corteo era appena

iniziato, le risposi di getto in cosentino, e forse con astio: <<Signo’ hannu mannatu a nua, ca su fatti granni e su malati>>. Si commosse, ma mi arrivò uno scappellotto da un ragazzo più grande, mi disse che avevo risposto male alla sorella di Bergamini, chiarimmo subito. Conobbi anche il padre, il signor Domizio, mi rimase impresso il suo sguardo triste, lo sguardo di un padre che è sopravvissuto al figlio. Di quella manifestazione ricordo la pioggia fastidiosa, che sembrava la pioggia del nord, una tenue nebbia e Gabriele Carchidi urlare in sala stampa con orgoglio e rabbia: <<Vi annuncio che verrà riaperto il processo>>. Fu così: il 2011 la procura di Castrovillari riaprì le indagini, successivamente i R.I.S. di Messina, tramite i rilievi, diedero mandato alla procura di riaprire il “caso” come omicidio volontario, tant’è che la signora Internò, come abbiamo scritto sopra, fu indagata nel 2013. Questo è quanto.

Nei miei ricordi, come in quelli di tanti ultrà del Cosenza, di semplici tifosi e di Persone, il ricordo di quel biondo numero 8 di ventisette anni riverso sulla strada statale jonica è ancora vivo. Ma è vivo diversamente: io Donato lo voglio ricordare come quando mi prese in braccio a quattro anni, voglio ricordare il suo goal al Licata, l’ultimo della sua carriera, e un’intervista che potete trovare su Youtube in cui quel biondo emiliano dice <<mi piace vivere>>. Abbiamo dimenticato di dire che l’unica indagata non è stata ancora ascoltata e che l’unico testimone, l’autista del camion che lo avrebbe travolto, è morto da anni. Abbiamo volutamente tralasciato le illazioni, perché tali sono, su una eventuale evirazione, non confermata dai R.I.S.

Donato Vive. Perché: “un uomo muore due volte, quando muore e quando si smette di ricordarlo”.

Forza Lupi Sempre

Matteo Bruno De Luca

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