La fontana addormentata

fontanaA metà strada fra Figline e Cellara, nel territorio di questo secondo co-mune, c’è l’antica fontana del Can-cello, denominazione ereditata dal complesso conventuale di S. Maria ad Cancellos o di S. Domenico, te-nuto dai padri dell’ordine domeni-cano. Ancora oggi ne sopravvivono i poderosi bastioni di cinta che testi-moniano quanto grande ed impor-tante doveva essere questo ceno-bio.
Il toponimo “Cancello” si è invece conservato (o è traslato) sull’attuale piccolo caseggiato appartenuto per lungo tempo alla famiglia Barone e che si trova a breve distanza dal convento e sulla fontana. I terreni circostanti sono ricchi di acqua: lo dimostra la presenza di diverse va-sche di scolo e di captazione e quel-le particolari piante indicatori della presenza di vene acquifere.
Laddove doveva affiorare un consi-stente getto d’acqua si pensò bene di raccoglierlo in una bella ed utile fontana.
La fontana, pertanto, in epoca stori-ca apparteneva ai territori del con-vento; sarà stata poi la consuetudi-ne o una benevola negligenza, ad assimilarla al territorio comunale. Essa è costituita da una facciata che sostiene il terreno e che ha forme classicheggianti con fregi e lesene da cui emergono due cannelle e da una lunga e stretta vasca di raccol-ta. In passato, ne ho ancora perso-nale memoria, quando le abitazioni erano sfornite di acqua e servizi i-gienici, questa del Cancello era la fontana dei Cellaresi. Figline aveva la sua fonte in località “il Ponte” e ricordo che fra i due paesi c’era una celata gelosia circa il loro approvvi-gionamento. Lì vedevamo gruppi di persone, per lo più donne, scende-re da Cellara ad attingere l’acqua limpida ed abbondante.
Poi ognuna caricava sul capo pro-tetto dalla “curuna” il pesante “varrile” e riprendeva la faticosa sali-ta del ritorno verso casa. C’erano persone che per impossibilità o per status non potevano scendere giù e allora intervenivano i portatori d’acqua: per Cellara mi si cita certo Michele a’ Pagana e per Figline il famoso e mite Peppino e’ Maio.
L’acqua che sgorgava dalle due cannelle si raccoglieva prima nella vasca e poi infondo a destra in una
bella conca granitica e da qui, sottostra-da, raggiungeva la sottostante vasca che permetteva di innaffiare a turno nu-merosi orti.
Questa conca monolitica e preziosa fun-geva soprattutto da abbeveratoio per i tanti asini, muli, mucche e caprette, che passavano di lì insieme ai loro padroni; destinati entrambi al pascolo e ad este-nuanti lavori quando i campi intorno e-rano ubertosi e lussureggianti.
Questa fontana, purtroppo, qualche an-no addietro ha subito nell’indifferenza assoluta un duplice saccheggio. Il primo è stato perpetrato dall’Amministratore Provinciale che durante alcuni lavori, ha inteso rimuovere il basamento e buttare i pezzi nel terreno vicino; al suo posto ha costruito un cordoncino di cemento così stretto da non potervi salire se non con molta precauzione. Volevano allar-gare la cunetta? Ma l’acqua passava sot-to il predetto basamento che era vuoto all’interno e quindi non costituiva alcun ostacolo alla viabilità.
Un secondo affronto, più grave, è l’aver privato la fontana dell’abbeveratoio che in realtà era una pregevole acquasantie-ra proveniente certo dal monastero. Sa-rà stato un occhio attento ed esperto ad averlo notato, apprezzato e trafugato per un moderno adattamento d’arredo.
Non posso fare a meno di aver un pen-siero per i contadini del passato, che ri-cordo con affetto, che nella loro sempli-cità ed ignoranti d’arte e di storia, sape-vano però religiosamente custodire i be-ni comuni di contro ai furbi acculturati di oggi.
Ciò che mi ha indotto a scrivere di questa fontana è il desolato stato in cui oggi versa, nonostante la tar-ghetta che fieramente ricorda il re-cente restauro. Ironia della sorte! A che serve il restauro di una fontana se poi viene a mancare l’elemento essenziale, l’acqua? È ormai un’opera che si avvia al triste tramonto da ru-dere.
Gradirei che chi di competenza si muovesse affinché la fontana del cancello torni a splendere come una volta. Lo sforzo non è immane: basta scavare un po’ a monte, ritrovare e convogliare la vena d’acqua verso le cannelle, ripulirla dalle erbacce, libe-randola da quei brutti mascheroni di terracotta non consoni con lo stile della fontana stessa, recuperare an-che i blocchi d’appoggio e rimetterli al loro posto ed infine riconsegnarla alla comunità di Cellara che certo ap-prezzerà il lavoro.
L’indifferenza uccide la memoria del passato che invece è un gioiello da custodire con cura ed amore per tra-mandare eventi e fatti alle future ge-nerazioni che come è stato per noi, come nani potranno guardare lonta-no solo se i loro piedi poggiano sulle spalle dei giganti!
Ringrazio per l’attenzione e faccio voti perché si possa sperare in qual-cosa di nuovo…

Nicoletta Aquino

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