Per una cultura della tutela Non si fa nulla per conservare il patrimonio di pensiero e di opere delle comunità. E qualcuno ipo-tizza che tutto dipenda dalle istituzioni. II dovere di intervenire da parte di ogni cittadino.

chiesaSolo ora mi viene fra mano il giornalino “Alba Novella” del 5 aprile 2015, in cui a pag.3 s’è detto brevemente della chiesa di Cella-ra. Interpellato se pur indirettamente,è naturale che io domandi subito perche nascondersi dietro la frase inquietante: “Prima nella riapertura, ma anche dopo, c’e chi ha preso posizioni diverse dalla sua, riguardo soprattutto alle decisioni as-sunte nella fase di ristrutturazione e restauro del-la chiesa, che l’hanno portata allo stile attuale”. Vi leggo insipienza, suona curiosa, dato che fin troppo palese è stato ed è il mio educatissimo sdegno, a voce e sui giornali, per lo scempio nel bel tempio di San Pietro, cui la parrocchia si in-titola. Un grido raccolto con solidarietà e buon senso tali da consentire che la voce del giornali-sta non restasse senza eco: sono innumerevoli i consensi delle istituzioni culturali e religiose o-peranti nel campo della tutela del patrimonio na-zionale, di conoscenti e di ignoti, di quanti han-no in custodia cose sacre di suggestiva bellezza. Spesso, ahimè! devastate, imbrattate, distrutte
sol perche vecchie, eppure a noi familiari poiché richiamano l’origine della devozione, interessan-ti per una scribenda storia di religiosità.
A scanso di equivoci e di interpretazioni avven-tate, per quel che mi riguarda, è il caso di dire che non risultano asserite “prese di posizioni” nei confronti di altri, responsabili e non solo, se ce ne sono, che in qualche maniera si fossero pronunziati nel merito. Per questo consiglierei una lettura più attenta e riguardosa dei miei scritti dedicati ai lavori eseguiti nella chiesa del paese nativo, per la fatica ed il fine perseguito, intendiamoci, per coglierne il senso autentico, i motivi dominanti. In sostanza, una serie di arti-coli in quotidiani e periodici di attualità densi di notazioni e spunti e richiami storici e culturali utili alla conoscenza, come da alcuni sottolinea-to, di tono non certo laudativo e dolce, eppure spinti e sostenuti da una carica straordinaria di emozione, che mi è stata di guida, da motivazio-ni ideali e religiose, che hanno radici lontane, dalle quali si può dissentire, e al contempo sti-mare e amare.
Sia detto senza risentimento, ma par di capire che una disinteressata risposta al rivolto quesito sia quella contenuta nel naturale spontaneo rac-conto della professoressa Anna Crocco, di Figli-ne (riportato accanto al testa anzidetto), la quale, intervenuta nel merito, da prova di non comune sensibilità culturale e di tanta affettuosa atten-zione. Ecco perche credo di dovere, ancora una volta, spezzare una lancia per la chiesa natìa, u-na delle più antiche parrocchie del territorio, ora rinnovata, a dire il vero, ma fredda e triste, come non mai. Oggi, quelli che v’entrano – e sono an-che cellaresi emigrati d’America – restano mera-vigliati di fronte a così gran mutamento: ripeto, sfasciate e non restaurate le due vecchie nicchie di legno dipinto, risalenti ad anni lontani, sopra l’altare di centro “dedicato”, dal latino “dicatum” com’e scritto nei testi liturgici e comunque com-provante da secoli il culto antichissimo di San Pietro e dell’Immacolata, contitolari del tempio, e, come tale, andava rispettato, tutelato, anche in ottemperanza agli accordi e alle intese tra Stato e Chiesa in materia d’arte sacra. E si vedano, in proposito, i testi innumerevoli che riempiono gli scaffali di biblioteche e archivi, in varia misura legati alle esigenze del culto, pubblicati negli anni e sinora non del tutto recepiti negli ambiti deputati alla specifica missione, che la gerarchia ecclesiale ha saputo apprezzare in tutto il loro valore. Cito, fra tutti, il bel volume dell’arcive-scovo Piero Marini, l’ex maestro delle cerimonie pontificie, con approfondimenti su “creatività li-turgica” e “arte per il culto” nel dopo Concilio.
A più di uno non pare ben fatto che statue vene-rate da epoche immemorabili, antiche e bellissi-me, dalle tinte calde e movenze così vive, fosse-ro ora ricacciate in piccoli disadorni ambienti, soffocate e sperdute che stringono il cuore, spe-cialmente quando si ponga mente ai sacrifizi in-contrati in altri tempi da altri uomini, dei quali pur siam figli, ed ahimè! alla indifferenza, all’e-goismo, freddo e calcolatore, alla povertà reli-giosa di cultura ostentata da gente che, spinta da ambizioni terrene, forse, non vive e opera come si dovrebbe, cristianamente.
E per dare una spinta alla loro vitalità, è oggi quanto mai necessario avviare all’interno delle comunità una seria azione educativa finalizzata ad accrescere l’interesse per la cultura nei suoi diversi aspetti, alimentando cosi un più ampio
dibattito. Aperti e pronti a discutere “insieme” di cose necessarie e opportune superando i pregiu-dizi, i punti di vista personali, per quanto rispet-tabili essi siano, mettendo in guardia contro l’in-combente pericolo delle poverizzazioni. E quan-do nelle cose necessarie alla comunità resteremo uniti (in necessariis unitas), quando nelle dubbie avremo usato del nostro diritto di libertà (in du-biis libertas), e quando sia nelle parole che nelle azioni, noi saremo fedeli alle leggi della carità (in omnibus charitas), solo allora avremo servito la Verità, cioè l’amore che è Dio.
Si avrebbe qui l’ambizione di ricordare che, su mia insistenza, nel 2002 il ministero dei Beni culturali provvide a stanziare per la Parrocchiale di Cellara la grossa somma di 309 mila euro per necessari urgenti lavori di “consolidamento e re-stauro”, da utilizzare entro il 2005, come ognun vede nella ormai nota circolare dell’ufficio pro-grammazione e bilancio di questo dicastero. E c’è dell’altro. Fu così che il mio nome stesso ri-mase del tutto ignorato alla cerimonia di apertu-ra della chiesa il 14 dicembre scorso, dopo i la-vori durati dodici anni: nessun cenno di comuni-cazione o formale invito pervenuti per una even-tuale presenza, per un messaggio. Non è, mi sembra, un’onesta esclusione. Devo a malincuo-re prenderne atto.
Fuor di retorica e per non turbar oltre lo zelo e le sensibilità liturgiche di qualcuno, lasciamo ai vescovi diocesani il potere-dovere di garantire la tutela giuridica e il controllo dei beni custoditi nei luoghi di culto, specie se godono di tradizio-ni proprie, se “dedicati” e ricchi di arredi e me-morie, nei limiti stabiliti dal diritto canonico, ci-vile e concordatario, salva la nostra libertà di di-scutere, di commentare, intervenire per ogni no-bile idea, su temi di comune interesse, sempre dopo aver sentito il parere del popolo che – dice Papa Francesco – merita ogni pastorale conside-razione e rispetto.
Si potrà dunque sentenziare “Vox populi, vox Dei” nella comunanza di idealità e di proponi-menti.

Giacomo Cesario

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...