Emergenza Immigrazione … Un business sulla pelle dei disperati

Quant’è grande il Mediterraneo? Probabilmente troppo. Era infinitamente grande per i 1754 migranti che dall’inizio del 2015 vi hanno trovato la morte. E’ la strada del-la libertà per chi dall’Africa fugge per trovarla. E’ la fossa co-mune per chi la libertà la trova invece nella morte. E’ l’unica speranza per milioni di esseri umani, profughi, immigrati, ri-fugiati politici e clandestini. Milioni di disperati, che fuggono dalle guerre, dalla violenza e dalla disperazione stessa. Fug-gono dalle barbarie delle loro terre d’origine, in cui non esiste il diritto alla vita, terre senza presente e senza futuro.
Vengono definiti con i più svariati termini, raramente come persone con una loro storia, una loro identità, un loro triste destino. E soprattutto vengono percepiti essenzialmente come una minaccia, un grande problema da gestire ed arginare, pri-ma ancora che da comprendere umanamente.
Il fenomeno dell’immigrazione per mare è aumentato notevol-mente con la chiusura delle frontiere degli stati europei, che hanno adottato politiche di ingresso particolarmente restrittive verso i Paesi poveri. Il traffico illegale di esseri umani si con-figura pertanto come diretta conseguenza dei blocchi alle frontiere, poichè, per chi sale sui barconi della morte questa è l’unica possibilità di arrivare in Europa.
Il mare viene attraversato su imbarcazioni di fortuna, spesso vecchi pescherecci, o gommoni, per un viaggio che quindi of-fre ben poche garanzie. I luoghi di partenza sono la Somalia, il Sud Sudan e l’Eritrea,
lacerati da duri conflitti, la Nigeria, dove la milizia jihadista Boko Haram sta seminando il terrore, mietendo centinaia di vittime. Ed ancora il Mali, il Burkina Faso, il Ghana, il Niger, il Senegal ed altri paesi. Ma oggi si fugge soprattutto dalla Si-ria, martoriata dal 2011 da una cruda e disumana guerra civile, che ha fatto del paese la base per la nascita e la crescita dell’I-sis.
Le rotte interne sono molteplici, ma è soprattutto nel territorio libico che convergono la maggior parte dei profughi africani. La Libia, infatti, seguita dalla Turchia e dall’Egitto, è il princi-pale punto di partenza dei flussi migratori che, dal Nordafrica, giungono attraverso il Mediterraneo in Italia e in Europa.
La Libia in particolare detiene il primato del traffico degli im-migrati, gestito da organizzazioni criminali che hanno il con-trollo sulle aree strategiche del Paese. Tali traffici esistevano già sotto Gheddafi, ma si sono via via intensificati con la cadu-ta del dittatore e la recente infiltrazione dell’Isis, che ha fatto ripiombare in una situazione pericolosa un paese già nel caos.
Inizia dunque a questo punto il business dei disperati, inizia con una telefonata tra un mediatore ed un trafficante che orga-nizzano il tanto atteso viaggio. E’ Zuara, città libica a 50 km dalla Tunisia, il principale snodo del traffico di esseri umani. A Zuara si arriva quasi sempre di notte, a bordo di camion in cui stanno stipati come formiche decine di uomini, donne e bambi-ni.
Ma chi raggiunge Zuara non respira ancora, aspetta di salire a bordo del peschereccio che lo porterà lontano dal pericolo. In-tanto continua a trattenere il fiato, mentre si chiede quanto tempo dovrà trascorrere in quel capannone abbandonato, in cui i trafficanti lo hanno rinchiuso come merce di contrabbando, in attesa del momento giusto per farlo imbarcare. I pescherecci dell’orrore vengono riempiti sino all’ultimo centimetro. I traffi-canti spendono all’incirca 40 mila dollari per un barcone nel quale vengono stipate almeno 200 persone. Ogni migrante pa-ga da mille a tre mila dollari per un posto su un’imbarcazione precaria e sovraffollata, che probabilmente finirà per affondare lungo la strada della libertà.
Quando un peschereccio lascia il porto di Zuara un fugace sen-so di gioia si mescola alla paura, che accompagna i migranti da quando scelgono di partire. Mentre si allontanano da una terra che ha tradito i loro figli, Lampedusa è ancora lontana e si ca-pisce ben presto di essere intrappolati in quel meccanismo del-la paura, che ti impedisce di gioire per un pericolo scampato, perchè sai già che il prossimo è dietro l’angolo. E così dopo interminabili ore trascorse in mare, dopo giorni, qualche volta si riesce a raggiungere la meta.
Chi arriva sulle nostre coste, nella maggior parte dei casi dopo essere stato recuperato da una nave italiana o europea, non gioisce una volta tratto in salvo, perchè lungo il cammino si perde sempre qualcuno e si rimane soli.
immigrazioneMa chi arriva in Italia non trova certo la pace. Ben presto sco-pre di essere ancora prigioniero. Prigioniero di un sistema di accoglienza che trae profitto dalla sua sfortunata esistenza. Pri-gioniero di uomini che restano all’ombra, che indossano giacca e cravatta e popolano i palazzi del potere.
Sono ancora prigionieri i migranti, prigionieri di un’illusoria libertà, di una guasta democrazia, dietro la quale si maschera un perverso sistema che continua a tollerare e persino ad ali-mentare uno sporco business dei rifugiati. Prigionieri dei pre-
giudizi, dell’ignoranza e della scarsa voglia di conoscere. Vitti-me e capri espiatori, i rifugiati che arrivano in italia sono addi-tati e considerati come un incombente minaccia al nostro im-peccabile sistema democratico.
E così dopo mesi trascorsi rinchiusi nei CARA, o negli hotel a cinque stelle, serviti e riveriti, mantenuti dai poveri italiani, ai quali lo stato sottrae 35 euro giornalieri , questi “privilegiati ospiti” del nostro Paese, che per giunta ci rubano il lavoro, ca-piscono di avere un’unica grande colpa, quella di essere ancora vivi.
Perchè noi Italiani siamo il popolo delle contraddizioni, in un paese divorato dalla corruzione, che costa allo stato 100 mi-liardi di euro l’anno, ci sentiamo minacciati dall’immigrazione che costa invece alla finanza pubblica un miliardo di euro l’an-no. Ma la corruzione non è nera, non arriva via mare e non si può fronteggiare con le famose ruspe di Salvini. E così il nostro nemico diventa il più debole, chi non ha nulla e non chiede nient’altro che vivere, chi non ha voce per difender-si, mentre, chi semina odio ottiene sempre più consensi, con-sensi da parte di chi non si è mai chiesto: ma se su quei barco-ni ci fossimo noi?

Arianna Fortino

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