“NON TI FERMARE MARULLA”

A Rogliano
Faceva caldo il diciannove luglio. Faceva maledettamente caldo quel maledetto diciannove luglio. Passeggiavo con il Cane Ares, mi fermai alla fontanella di Santa Maria che sta di fronte a un noto bar del paese di Rogliano, dovevo bagnare il Cane che, pover’anima, boccheggiava. Forse non dovevo por-tarlo fuori, ma ero teso e con lui che dà sempre tutto, mi rilas-so passeggiando e facendo lunghe chiacchierate: si sa, i Cani sanno ascoltare. Sono l’unico Ultrà del Cosenza in questo pae-se fagocitato dalle multinazionali del pallone. Il Calcio, quel-lo vero, come diceva Pasolini, è aggregazione diretta verticale e orizzontale, va masticato e vissuto: sui gradoni o sul due verde. Per questo è triste essere l’unico Ultrà, perché quando finisce la partita non spegni la tv e fai il bravo; quando finisce la partita non sai mai come tornerai a casa o se dormirai in questura, o se finirai col menar le mani in malo modo con chiunque ti capiterà a tiro. E spesso ti capitano gli sfottò di amici e conoscenti, di tutti i generi, anche pesanti e fastidiosi. Mi sento chiamare mentre rinfresco il Cane Ares, una voce che conosco da anni, un “hater”, per dirla in termini contem-poranei, dei miei Lupi. «Bru’ è morto Marulla!!» mi gridò da lontano. Pensai a uno scherzo di pessimo gusto, visto che lo urlò da lontano, sapendo bene che a uno scherzo del genere avrei reagito da Ultrà. Mi incazzai, gli chiesi di non sfottere, legai il Cane e mi avvicinai di petto. «Calmati, non è uno scherzo» – disse lui. «Fammi vedere il link, non ci credo» – risposi. Dovetti crederci. Il Grande Gigi Marulla ci aveva lasciati. Cinquantadue anni, età critica per noi maschi. Il cuore del “Tamburino di Stilo” si era fermato. Una banale congestione, dovuta alla sete, dovuta al caldo, mentre stava in vacanza in quel di Cetraro. Gigi non c’era più. I giorni seguenti furono tristi, grigi. Gigi Marulla è per noi cosentini l’equivalente di Gigi Riva, di Maradona, di Totti, per le rispettive città in cui hanno preso a calci il pallone. Campioni che scalciando un pallone di cuoio su un rettangolo verde ogni domenica davano speranza a inte-ri popoli, calciando via un pezzo di rabbia, di senso di inferio-rità più o meno manifesto, dando speranza con le loro reti. Il Calcio, quello vero, quello di provincia, è molto romantico. È orgoglio di appartenenza. E Gigi questo lo sapeva, lo incarna-va.

A Cosenza, ma pure a Pescara
Avevo sette anni e mezzo, dicevo sempre sette, nell’agosto del novantuno. Fu una delle mie prime stagioni al San Vito, da bambino quel posto era -lo è rimasto- il luogo più bello in cui passare le domeniche in compagnia degli affetti, ora ci va-do per staccare: quotidianità che rompe la quotidianità. Mio papà non volle partire alla volta di Pescara, io non capivo perché e piangevo, appunto, come un pupo. Eravamo a piazza Fera, in un bar, gremito. Vedevo la partita da sulle spalle di mio padre, mi annoiavo molto: puzza di sigarette -lungi dalla legge Veronesi!- gente che urlava le peggio male parole -maestri!- e una delle partite più noiose a memoria di tifoso. Stagione interminabile, partita interminabile: spareggio e tempi supplementari, “sciuaddru!”… Ma verso la fi-ne…“GOAL”, urlò Pizzul: «…Napolitano…. Marulla tiro, re-
te….» e ancora: «rivediamolo, ecco il lancio di Napolitano, si è fatta trovare impreparata la difesa della Salernitana, Marulla si inserisce fra libero e stopper, fra Ciaramicola e Dalla Pietra e fulmina in goal. BATTARA BATTUTO». Fortunatamente ebbero cura di non schiacciarmi e mi ritrovai catapultato in una macchina, anzi sul cofano anteriore, a sventolare bandie-re. A distanza di quasi venticinque anni ancora lo ricordo, ed è uno dei più bei ricordi della mia vita, legata a triplo filo ai colori rossoblù.

Un ricordo personale
Ero soldato, di stanza a Caserta. Mi ruppi il ginocchio destro in addestramento. L’ortopedico che mi visitò subito dopo lo sgonfiamento della giuntura mi diede una prognosi tanto dif-ficile da accettare quanto, ahimé, esatta: avrei dovuto smette-re di fare il fuciliere. Corsi al telefono e chiamai in Calabria dove esercita il Dottore Costabile. Mi fece scendere subito, immediatamente venne a visitarmi. L’operazione fu difficile quanto la preparazione a essa: mesi e mesi di dolorosi esercizi e mesi e mesi di terapia per rimettermi in piedi. Ci riuscìi. Ri-cordo il risveglio dall’operazione, di quando mi portarono fuori in barella e sentii dire: «Ferma!» – era mio padre insie-me alle felici memorie di mia Madre e di Marulla, io chiesi se fossi in paradiso, Gigi rise e mi spiegò che c’era suo figlio pri-ma di me, ma si era fermato su richiesta di mio padre. Si era fermato per un tifoso che aveva avuto una brutta operazione e gli fece gli auguri.

Il Centenario
L’anno del centenario ce lo ricordiamo tutti, i suoi nove goal per arrivare a cento; la sua corsetta verso la Sud per salutare gli Ultrà e il giro d’onore del San Vito, roba che era quasi im-barazzato: immenso campione di calcio e di umiltà.

Giorno d’oggi
Ora che Gigi non c’è più, che il dolore si sta pian piano meta-bolizzando, che il ventuno luglio c’erano proprio tutti, che da Salerno ci è arrivata una commovente lettera d’omaggio al Bomber, ora che un’epoca è finita e che siamo diventati chi più grande e chi più uomo, ora che il divenire fa il suo dove-re, noi faremo il nostro: dedicheremo lo stadio al numero 9 di Stilo e gli dedicheremo una statua. Gigi Marulla ha dato a me e a tanti Calabresi una delle più grandi gioie che si possano assaporare nella vita, salvando -parole sue-, l’intera Calabria in quel giorno d’agosto del ’91 (Reggina e Catanzaro erano già retrocesse). “Marulla fulmina in goal. Battara battuto, esplode l’entusiasmo dei tifosi del Cosenza”

DEDICATA ALLA MEMORIA DI ENRICO “ ‘U BIONDO” CAVA, Fratello di Curva e Amico leale.

Matteo Bruno De Luca.

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