FRANE, ALLUVIONI, FENOMENI ATMOSFERICI VIOLENTI … UOMO: MIX LETALE CHE METTE IN GINOCCHIO IL NOSTRO PAESE.

L’autunno per l’Italia negli ultimi anni, se non decenni, ha segnato un tragico appuntamento con frane, alluvioni, fenomeni atmosferici violenti, ma soprattutto vittime, che di anno in anno si aggiungono ad una tragica lista, che continua ad aggiornarsi e che, inesorabilmente, continuerà probabilmente a farlo ancora per molto tempo. Il dissesto idrogeologico è un problema estremamente diffuso sul territorio nazionale e le calamità naturali che si verificano con maggiore frequenza sono, appunto, frane e alluvioni.
Per frana s’intende il movimento di una massa di roccia, terra o detrito, lungo un versante. Molteplici sono le cause che predispongono i movimenti franosi: oltre all’eccessiva quantità di acqua o alla caduta della neve, determinanti sono anche il disboscamento e gli incendi. I movimenti franosi sono caratteristici di paesi geologicamente giovani e attivi, come l’Italia, dove il territorio non viene adeguatamente protetto, ragione per cui le bellezze paesaggistiche che hanno contribuito alla fama del Bel Paese nel mondo sono allo stesso tempo frutto di una eterogeneità geomorfologica tanto accentuata quanto potenzialmente pericolosa, da far guadagnare all’Italia il primato europeo della franosità. Secondo un rapporto del Servizio Geologico Nazionale (SGN), tra la fine del secondo dopo guerra e il 1990, il costo in termini di vite umane a causa di frane ha raggiunto la drammatica cifra di 3483 unità. Le conseguenze dei fenomeni franosi rappresentano anche un vero e proprio problema socio -economico: con una media di 59 vittime all’anno per frana, l’Italia risulta al 4° posto nel mondo tra i Paesi più colpiti dopo i Paesi andini, la Cina e il Giappone. Tra i tanti (ahimè!), il primo grande disastro idrogeologico ricordato nel nostro Paese risale al 9 ottobre 1963, noto come disastro del Vajont. La caduta di una colossale frana dal pendio del Monte Toc nel sottostante bacino provocò un’enorme onda che superò la diga con conseguente inondazione e distruzione degli abitati del fondovalle, causando la morte di ben 1917 persone. Altra terribile conseguenza del dissesto idrogeologico è rappresentata dalle alluvioni, che spesso si manifestano in concomitanza con gli eventi di frana, rappresentando una sorta di binomio letale. Un’alluvione si verifica quando una zona che normalmente è asciutta viene allagata dalle acque che straripano dalle rive o dagli argini di un fiume in piena a seguito di piogge prolungate e di forte intensità. Lo scorrere imperterrito dell’acqua durante un’alluvione fa sì che con essa vengano trasportati grandi quantità di suolo, rifiuti e detriti che rendono la situazione ancora più grave ostacolando l’intervento dei soccorsi. «Sono rientrato a Bivongi venerdì sera ed era tutto abbastanza tranquillo, ricordo che c’era a cena da noi mio zio. Dopo cena, mio zio si appresta a uscire per rientrare a casa e fuori pioveva già a dirotto, saranno state le 21:30; la pioggia cesserà solamente lunedì 1 novembre tra le 8:00 e le 9:00 di mattina. Già sabato mattina la situazione sembrava abbastanza critica: strade allagate e smottamenti vari lungo le principali vie di comunicazione. Domenica nel pomeriggio mi reco presso la traversa fluviale per fare delle foto alla fiumara in piena, situata lungo la strada provinciale per Monasterace Marina. Qualche ora più tardi, dopo il mio rientro, una frana blocca definitivamente la strada provinciale all’altezza di Bordiggiano, mentre la strada sulla traversa è stata completamente disintegrata nella notte tra domenica e lunedì mattina» Questa è la testimonianza di Cosimo De Luca, Dott. in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio dell’Università della Calabria, residente nel comune di Bivongi in provincia di Reggio Calabria, “spettatore” dell’esondazione della fiumara dello Stilaro, avvenuta nei giorni tra il 30 ottobre e il 1 novembre 2015.
«La conformazione fisica della nostra regione di certo non aiuta perché essendo una penisola stretta e allungata determi- na la suddivisione del territorio in bacini di limitata estensio- ne e di elevata pendenza, i cui reticoli idrografici reagiscono in maniera impulsiva; cioè le piene si verificano in maniera repentina […]. La situazione si aggrava se si pensa all’abusivismo edilizio e con esso alla cattiva gestione del territorio, cioè si costruisce in zone a rischio R3 (rischio elevato) e R4 (rischio molto elevato). A tutto ciò c’è da aggiungere una scarsa manutenzione del greto fluviale che contribuisce all’innalzamento dei livelli idrici. Infine anche la manutenzione dei canali di scolo non viene più fatta, quindi le fognature si tappano e i centri urbani si allagano.» – l’analisi del Dott. De Luca, che unisce valutazioni tecniche a considerazioni personali, in quanto appartenente alla popolazione colpita. Dalla sua analisi ne deriva che una scellerata e sconsiderata pianificazione territoriale, unita ad una terra geologicamente attiva e morfologicamente complessa, insieme ai cambiamenti climatici sempre più spinti e violenti, creano un mix letale, contro cui è difficile difendersi, se non con una radicata e attenta prevenzione su tutto il territorio nazionale. La natura si ribella ma è bene sapere che ogni cinque mesi viene cementificata una superficie pari al comune di Napoli, fatto che mette in luce le responsabilità dell’uomo per queste catastrofi, ma che continua ad espandersi verso aree instabili. L’Italia rappresenta solo un piccolo spaccato della situazione dell’intero nostro Pianeta. La Terra è costantemente martoriata da interventi e disastri causati direttamente o indirettamente dall’uomo. Allibito resta lo sguardo di ognuno di noi quando in questi ultimi mesi guarda il TG o legge i giornali. La notizia del disastro ambientale in Brasile del Rio Doce fa il giro di tutto il mondo in un lampo. Purtroppo non sono state cosi tempestive le misure di emergenza del Governo Brasiliano e delle aziende coinvolte che, al contrario, dovevano attuarsi immediatamente per fronteggiare tale disastro. Tutto ciò a seguito del crollo di due dighe avvenuto lo scorso 5 novembre causando la morte di almeno 13 persone. Dalle analisi sono stati rinvenuti livelli illegali di arsenico e mercurio, risultati 10 volte superiori ai limiti legali. L’avanzata del fango ha travolto gli impianti per il trattamento delle acque presenti lungo il fiume, mettendo a rischio la disponibilità di acqua potabile per le popolazioni che vivono nelle città lungo il fiume. Oltre alla popolazione, anche e soprattutto la flora e la fauna rischiano una metamorfosi definitiva e irrecuperabile: il fiume stesso, a causa del depositarsi del limo lungo i fondali, potrebbe cambiare il proprio corso.
Per aver provocato tutti questi danni tale catastrofe è stata annoverata tra i peggiori disastri minerari nella storia del Brasile. Insomma, che si parli di Calabria, di Italia o della Terra, siamo in generale tutti in grave pericolo. Urgono misure di previsione e prevenzione a larga scala, che valutino tutti gli aspetti, da quelli morfologici a quelli antropici. Purtroppo è di uso comune la logica dello “speriamo che qui non accada”, una speranza che ha portato l’uomo a stabilire un
rapporto impari e sbagliato con la Natura, una speranza che ha vita breve e che ben presto si trasforma in distruzione, morte, rabbia e tanto dolore. “Prevenire è meglio che curare”, è questo il motto che ognuno di noi dovrebbe adottare come modus vivendi, al contrario di esibirsi con interminabili “pianti di coccodrillo”.

EMMA CAFERRO

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