IL SECOLO DELLA CHIESA MANCATA

L o scorso 4 ottobre 2015 ha avuto inizio il quattordicesimo Sinodo, un’assemblea dal potere “consultivo” rappresentativa di cardinali e vescovi della Chiesa cattolica e presieduta dal Papa, cui spetta il compito di discutere di pratiche e dottrine riguardo le quali, a consultazione conclusa, il Pontefice suole redigere un documento finale contenente le nuove o immutate direttive. Il Sinodo, che deriva la sua etimologia dal greco “syn-odos” che significa “cammino comune”, fu istituito per la prima volta nel 1965 e viene convocato regolarmente ogni 3-4 anni; in tempi recenti era stato già indetto in seduta straordinaria -si pensi ad esempio al 2010 quando si volle discutere della questione del Medio Oriente- e così, nell’ottobre del 2013, Papa Francesco aveva preannunciato la necessità del Sinodo conclusosi il 24 ottobre di quest’anno, dal titolo “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. A termine dello stesso, il Papa ha autorizzato la pubblicazione della relazione definitiva, composta da 94 paragrafi, votati singolarmente dai Padri Sinodali e approvati a maggioranza qualificata; una relazione definita “positiva e accogliente”, che ha proceduto in avanti rispetto all’iniziale “Instrumentum laboris”, a contrario del quale risulta pregno di istanze, equilibrato e organizzato. Al suo interno sono stati toccati alcuni punti nello specifico: ribadita la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio sacramentale intenso non come un obbligo cui essere rigidamente soggiogati ma come un dono; il discernimento da applicare alle situazioni complesse nella convinzione che la misericordia divina non sia da negare a nessuno; la fine delle discriminzioni nei confronti degli omosessuali, ribadendo al contempo l’intransigenza per le unioni tra persone dello stesso sesso; la valorizzazione della donna; la salvaguardia della vita dal concepimento alla morte naturale; la tutela dei bambini e degli anziani; le lotte al fanatismo religioso, all’individualismo imperante, alla povertà, alla precarietà lavorativa, all’ideologia del gender, ai conflitti, alle persecuzioni, alla corruzione, alla coercizione economica e alla globalizzazione dell’indifferenza. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica e i suoi componenti quanto i restanti fedeli, hanno mantenuto posizioni rigide e restrittive sulla maggior parte delle tematiche enucleate nel corso del Sinodo; essi, infatti, si sono sempre espressi in maniera lapidaria contro l’aborto, contro il riconosci- mento dei diritti per le coppie omosessuali, contro la possibilità che i credenti divorziati possano ricevere la maggior parte dei sacramenti che, attualmente, gli sono negati, sulla base di un pregiudizio retrogrado o di una convenzione e convinzione radicatasi negli anni nella nostra società come una norma vigente senza possibilità di trascendere. L’auspicio è che queste consuetudini, a tratti barbare, che si fondano su un principio di cattolicesimo delle origini, che non tiene conto dei cambiamenti sociali e politici appuratisi nel corso del tempo, ma che rivendica un radicalismo e un estremismo tipico di chi non ammette un’opinione o una realtà diversa dalla propria, nascondendosi dietro la sciocca giustificazione che Dio non vuole o che Dio può offendersi, siano confutate a favore di un modus operandi e vivendi che tenga conto delle diversità, che le rispetti e non le ostracizzi. Sarà il Papa, con la pronuncia dell’esortazione apostolica post-sinodale che avrà luogo prossimamente, a confermare o smentire la fiducia riposta nel progresso, nella crescita, nel miglioramento e nell’apertura della Chiesa ai tabù che da sempre ne accompagnano la storia.
(…) Il 3 Ottobre 2015, ha avuto luogo un episodio che ha sconcertato il Vaticano in maniera quasi irreversibile. Monsignor Krzysztof Charamsa ha dichiarato: «Sono felice e ho un compagno». Charamsa era un teologo nonché officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e insegnava teologia alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ate- neo Regina Apostolorum di Roma. È stato immediatamente sospeso dal sacerdozio per volere del vescovo della diocesi polacca di Peplin e gli è stato chiesto di non indossare più la veste sacerdotale. Prima di lui mai nessun religioso che fosse stato investito di incarichi così prestigiosi in Vaticano, aveva osato fare coming out. In un’intervista ha dichiarato: «Mi pare che nella Chiesa non conosciamo l’omosessualità perché non conosciamo gli omosessuali. Li abbiamo da tutte le parti, ma non li abbiamo mai guardati negli occhi. Vorrei, con la mia storia, scuotere un po’ la coscienza di questa mia Chiesa. Dunque dico chi sono. Lo faccio per me, per la mia comunità, per la Chiesa. È anche mio dovere nei confronti delle comunità delle minoranze sessuali». Innumerevoli sono state le polemiche di tanti a favore del sacerdote polacco, cui è stato riconosciuto il coraggio di difendere il proprio amore anche a costo di difendere ciò che la sua vita aveva rappresentato fino a quel momento, o di altri ancora che lo hanno spietatamente accusato di aver profanato il giuramento dinanzi a Dio, di aver macchiato impuramente l’abito indossato e di essersi spacciato per messaggero indegno della parola santa, ravvisando nella notizia resa pubblica proprio alla vigilia dell’apertura del Sinodo, il disegno di forzare la mano al Papa sui diritti dei gay. La Chiesa cattolica ha sempre manifestato il proprio dissenso nei confronti delle relazioni tra individui dello stesso sesso ma questa rivelazione ha scosso
13 gli animi dei più radicali generando un clima di polemiche becere che hanno approfittato dell’occasione per riaffermare, ancora una volta, strenuamente, il tentativo seppur sottaciuto di sedare ogni simile tendenza. È il caso di un sacerdote di Trento che, pochi giorni dopo l’esternazione del sacerdote polacco, in un’intervista a La7 ha dichiarato: «L’omosessualità, non so, è una malattia, ci si vede un po’ diversi ma si cerca di venirne fuori, è umano». Come se non bastasse, ha aggiunto: «La pedofilia invece posso capire, perché i bambini cercano affetto e qualche prete può cedere, lo capisco, e per buona parte sì, sono i bambini la causa». Dopo queste asserzioni abominevoli, gli è stato revocato l’incarico. Che se ne dica e pensi, non basta tale punizione dall’impatto immediato e dall’assoluta inefficacia: avrebbero dovuto negargli, magari, il diritto di parola, di essere comunque libero più di quanto non sia chi è brutalmente vittima di pregiudizi e soprusi, il diritto di sentirsi forte di un abito che ha sporcato ogni giorno col veleno nero della cattiveria e poi il diritto di essere chiamato e trattato da persona, da umano, da crea- tura figlia di quello stesso dio per cui si batteva il petto, da creatura inno- cente al pari di un bambino o di un uomo o di una donna qualunque cui si nega il bisogno di amore. Sulla scia dei poteri oscuri della Chiesa, si ricorda ancora lo scandalo dei carmelitani scalzi a proposito dei quali si è diffusa la voce di un presunto giro di prostituzione gay nel quartier generale della Curia generalizia dei Carmelitani. A sollevare l’attenzione su un’indagine senza ipotesi di reato e senza indagati che ha destato scalpore nella lunga lista degli scandali in Vaticano, è all’inizio una telefonata da parte di una “talpa” ben informata che rievocando lo spettro dell’arcivescovo polacco Wesolowski deceduto lo scorso agosto e precedentemente accusato di pedofilia e possesso di materiale pedopornografico, ha indicato la traccia da seguire, lasciando una macchia indelebile sull’ordine consacrato alla mistica spagnola che proprio quest’anno festeggia il cinquecentenario dalla nascita, poi una lettera acquisita agli atti di un gruppo di fedeli che frequentava- no la parrocchia di Santa Teresa d’Avila e la dichiarazione del presunto giovane amante di un alto esponente della curia gentilizia che dopo aver confessato la relazione col prelato, avrebbe subito una violenta aggressione proprio nei pressi del quartier generale dell’ordine. Il gigolò ribadisce: «un parroco, due frati e un monsignore, ecco i miei amanti in tonaca». Oltre questi macabri retroscena nascosti dalla maestosità della Cupola di San Pietro e dai decori e dalla ricchezza sfarzosa interna al Vaticano, tra conti fuori controllo, malversazioni, vizi pubblici e privati, per finire al ruolo del cardinale australiano George Pell e all’appartamento del cardinale Tarcisio Bertone che sarebbe stato ristrutturato con i fondi dell’Ospedale Bambino Gesù, riemerge lo scandalo di Vatileaks, parte seconda. Protagonista di Vatileaks 1 fu, insieme ad un tecnico del computer e ad un gendarme, Paolo Gabriele, maggiordomo personale di Benedetto XVI che aveva trafugato fraudolentemente importanti documenti riservati, che andarono a costituire la base per il libro di G. Nuzzi, autore che fu arrestato, processato e condannato. Tre anni e mezzo dopo il primo capitolo, esattamente lo scorso maggio, emerge l’inchiesta che ha portato a Vatileaks 2, quando il dottor Libero Milone , revisore dei conti per il Vaticano, ha notato la scomparsa di alcuni documenti dal suo ufficio. Le indagini hanno portato all’arresto del monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui della Cosea (Commissione referente delle strutture economico-amministrative della Santa Sede), due membri della disciolta commissione che all’inizio del pontificato di Papa Francesco ha imbastito il canovaccio sul quale hanno trovato ragion d’essere le strutture economiche e amministrative del Vaticano. La vicenda definita dalle enti mediatiche come “i corvi del Vaticano” con il conseguente arresto di un prelato e di una consulente in pubbliche relazioni, ha messo in luce ulteriori scandali perpetrati da alti esponenti della Chiesa. L’atteggiamento in auge tende comunque a distinguere con raziocinio i vari artefici dei misfatti, sottoponendo al vaglio critico il Papa, la Chiesa, i suoi membri e il Vaticano come entità diverse, se pur parte di un unico insieme che vedono il Pontefice come straordinariamente apprezzato da tutti, insignito di un consenso mai ottenuto da quando si effettuano sondaggi di tal genere; invariata è la fiducia nei confronti della Chiesa come istituzione, dato legato soprattutto alla religiosità individuale; il Vaticano invece, è annoverato come sede di trame oscure, complotti e comportamenti deprecabili che devono essere aborriti in quanto remano contro l’ideale ascetico della vita promosso dal Papa, quanto, principalmente, nelle Sacre Scritture. Si rileva, dunque, dai dati raccolti dal sondaggio effettuato dall’Eumetra Monterosa Srl, netta e quasi insanabile frattura tra l’alta e indubbiamente positiva consi- derazione nella quale è tenuto il Santo Padre e quella depauperabile e vilipesa di cui è vittima invece il Vaticano. A tali episodi, non più sporadici e isolati, ma ravvicinati nel tempo, si aggiungono le constatazioni di uno stile di vita troppo dispendioso di alcuni cardinali, la mancanza di rispetto di quell’ideale di carità da perpetrare al prossimo, ricercando la ricchezza spirituale e non degli effimeri beni terreni. Secondo molti os- servatori, i recenti avvenimenti si inquadrano nelle sempiterne lotte inte- stine che dilaniano la Santa Sede e che hanno visto anche l’insorgere di diffuse perplessità nella comunità di fedeli che ha confermato le ostilità già esistenti e la sfiducia nei confronti di un sistema che, fomentato da un circolo mediatico sempre all’erta, non fa che assottigliare la credibilità del Vaticano che raccoglie, così, crescenti valutazioni negative.

STEFY BERTUCCI

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