Coltiviamo civiltà

Lo scenario che ha accompagnato il percorso del tanto dibattuto Ddl Cirinnà, ha visto l‟alternarsi in territorio nazionale, di manifestazioni pro e contro le unioni civili, le adozioni, le coppie gay, esibendo i racconti di chi millantava le più svariate e infondate motivazioni per addurre veridicità alle convinzioni espresse. La scritta FamilyDay, comparsa sul Pirellone di Milano ha rappresentato la scintilla da cui è divampata la diatriba tra chi cammina al passo del mondo, della storia, degli eventi, dell‟evoluzione e chi invece si appella ancora alla legge di natura, alla differenza razziale, a quella pretenziosa convinzione che gli omosessuali siano persone malate, da curare, condannati a portare un fardello insormontabile, presumibilmente vittime di abusi cui imputare il loro essere e che, di conseguenza, potrebbero trasformarsi da vittime in carnefici. Le varie manifestazioni che si sono susseguite in disparate città d‟Italia, hanno offerto la scena a migliaia di partecipanti, tutti espressisi in maniera perentoria su qualche tematica che ne urtava la sensibilità, dando vita a un canovaccio prestabilito, a un teatrino imbastito per far parte di quel circo mediatico che ha in ogni modo tentato di coinvolgere l‟opinione pubblica a parteggiare per uno schieramento piuttosto che per l “altro, indipendentemente da quella libertà e autonomia di coscienza che dovrebbe stare alla base di ogni giudizio. Stereotipi, luoghi comuni, populismi, disinformazione, mancanza di dialogo e confronto: un alternarsi di aberranti esternazioni le cui ragion d‟essere hanno radici profonde e antiche, barbicate all‟ idiozia più becera, hanno contribuito al proliferarsi indisturbato ed endemico di dicerie secondo le quali le unioni civili sono da aborrire perché da coppie gay nasceranno figli gay; secondo cui l‟amore si misura in base alla capacità riproduttiva del proprio organismo e ai geni opportunamente
trasmessi, secondo cui i figli non sono un diritto ma hanno un diritto (che casualmente solo un eterosessuale può arrogarsi); secondo cui esistono famiglie tradizionali in cui sono ben accetti i criminali, gli assassini, i pedofili, i bulli, i misogini, i terroristi, ma non gli omosessuali; secondo cui, da quanto emerge dalle interviste rilasciate durante le manifestazioni del Family Day, un qualsiasi individuo omosessuale è affetto da disturbi del comportamento e da problemi di socializzazione, nonché da un presunto stato confusionale che potrebbe spingerlo a diffondere la propria omossessualità per poi trasmetterla agli altri, come fosse un‟infezione, analizzando finanche il rischio che questi individui siano derisi a causa della propria “devianza”, da risolvere non con l‟educazione all‟accettazione e al rispetto di una diversità, ma col compatimento e l‟astensionismo da qualsiasi forma di interazione, così da condurre vite separate in cui si eviti il rischio di contatto quanto contagio con una sorta di realtà indigesta, nefasta e foriera di sventure. Una considerevole e preoccupante percentuale della popolazione italiana si è riconosciuta in chi ha pubblicamente manifestato non solo contro la circostanziale discussione attorno al Ddl Cirinnà, ma contro il consenso generale di cui gli omosessuali godrebbero se si pensasse di riconoscerli come individui egualmente portatori di diritti e doveri, in nulla diversi, dal punto di vista delle opportunità e dai modi in cui impostare la propria vita, al pari di un qualsivoglia eterosessuale. “Diritti ai diritti” è uno dei tanti slogan oppostisi all‟ondata di omofobia e ritorno al Medioevo sprigionata nell‟arco degli ultimi due mesi, a seguito dei quali nulla è rimasto delle infervorate disquisizioni sulla giustezza o no degli emendamenti proposti, sulla possibilità di adeguarsi ad un progresso da cui l‟Italia per troppo tempo ha scelto di astenersi, e non per conformismo o perché “così fan tutti”: l‟oblio e il dimenticatoio avvolgono nuovamente le coscienze di chi si lascia sopraffare dalle possibilità comode, facili, convenzionate e di uso comune. Tuttavia, sopraggiunge un momento nella vita di ciascuno, in cui è opportuno riflettere cambiando prospettiva, immaginando non più i benefici di cui si godrebbe direttamente, ma cercando di immedesimarsi negli altri, in chi per tutta la vita ha combattuto per ciò che è dalla nascita, o meglio, per quello che gli manca dalla nascita: il diritto di amare e di essere amato, di sentirsi riconosciuto come persona, come cittadino, come parte attiva di una società e di una comunità., immaginando come ci si sentirebbe se il proprio figlio tornasse a casa la sera, raccontando come il mondo, con la sua barbarie e la sua sempiterna paura del diverso, lo abbia sconfitto. Arriva un momento nella vita di ciascuno in cui bisogna scegliere da che parte stare: col bene, o con il male, con i buoni o con i cattivi, con il giusto o con lo sbagliato, con l‟uguaglianza o con l‟omofobia, con il dito puntato contro gli altri o con la mano tesa in amicizia, soli o con gli altri, con la violenza o con la pace, con il razzismo o con i diritti.
Il disegno di Legge (Ddl) Cirinnà riguardante le unioni civili, prende il nome dalla prima firmataria, la senatrice Monica Cirinnà del Partito Democratico e rappresenta la prima proposta di legge che mira al riconoscimento di pari diritti e opportunità per le coppie omosessuali, da sempre ostracizzate umanamente quanto socialmente. Il testo base della discussione è il cosiddetto “Cirinnà bis”, proposto per aggirare l‟opposizione di alcuni senatori in commissione di Giustizia, dove il precedente ddl (il primo Cirinnà) era bloccato da mesi anche a causa delle resistenze della fascia cattolica del Pd. Dopo un lungo ed estenuante dibattito in commissione, il testo finalmente approda in Senato il 28 Gennaio 2016, insieme con i suoi seimila emendamenti e accompagnato dalle molteplici controversie e lotte interne, persino al Pd stesso che ne è promotore, diviso al pari di altri gruppi parlamentari, al di sopra dei quali Renzi si erge lasciando piena libertà di coscienza a ciascun senatore. Il disegno di legge è diviso in due capi e 23 articoli, dei quali il primo inserisce nell‟ordinamento giuridico italiano l‟istituto dell‟unione civile tra persone dello stesso sesso «quale specifica formazione sociale», depennando dunque ogni riferimento al matrimonio e secondo quanto previsto dall‟articolo 2 della Costituzione; il secondo capo, invece, disciplina la convivenza di fatto tra una donna e un uomo e tra due persone di egual sesso. Conformemente a quanto disposto nel disegno di legge, l‟unione civile può essere contratta da due persone dello stesso sesso, non sposate né unite civilmente con altri, che non siano interdette per infermità mentale e che non siano legate da stretti vincoli parentali, con lo scopo di “organizzare la loro vita insieme”. L‟unione civile, agli atti, è possibile in presenza di due testimoni maggiorenni presso l‟Ufficio dello stato civile presente in ogni comune italiano, ove il sindaco o un delegato procedono con l‟iscrizione dell‟unione e la consegna alla coppia un attestato contenente i dati anagrafici delle due parti, l‟indicazione del regime patrimoniale e della residenza -compresi i dati e la residenza dei testimoni- eventualmente anche la scelta di un cognome comune, senza necessità delle vetuste pubblicazioni, a differenza di quanto accade per il matrimonio. Con l‟effettiva costituzione dell‟unione, le parti acquisiscono gli stessi diritti e prendono su di sé i medesimi doveri previsti dal matrimonio, ad eccezione del solo do- vere di fedeltà (che costituisce un dettaglio meramente irrilevante sul piano pratico, ma irritante e discutibile su quello simbolico); restano pertanto inalterati i doveri di assistenza morale e materiale, di coabitazione, di contribuire, secondo le proprie possibilità, ai beni comuni, applicando all‟unione finanche le norme del codice civile, tra cui quelle sull‟allontanamento
della residenza familiare, sull‟interdizione, sull‟amministratore di sostegno, sulla violenza, sull‟indennità di fine rapporto (TFR) in caso di morte, ecc. All‟unione civile si applicano, inoltre, le stesse norme relative al matrimonio anche per quanto concerne l‟eredità, la pensione di reversibilità e l‟unione con un partner straniero. Ad altri diritti apre, poi, l‟espressione inclusa nel testo, secondo la quale: «Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi”, o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti non- ché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell‟unione civile tra persone dello stesso sesso». In caso di divorzio, è previsto il cosiddetto “divorzio- lampo” ovvero una pratica che esula dall‟obbligato periodo di separazione e che consta dunque di soli tre mesi, mentre una coppia che non intende unirsi civilmente, è tutelata, se pur in maniera decisamente più blanda, dal secondo titolo del decreto legge che regola la convivenza di fatto tra due persone, indipendentemente dal loro sesso, prevedendo il dovere di reciproca assistenza anche in ospedale e in caso di carcerazione, il diritto di permanenza nella casa di comune residenza, un minimale obbligo di mantenimento della parte più debole della coppia ecc., offrendo così una possibilità anche a quelle persone maggiorenni, unite stabilmente da rapporti affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vin- colate da rapporti di parentela né da unioni civili, desiderose solo di veder riconosciuta la propria convivenza. (…) Punto più spinoso e discusso di tutto il Ddl è l‟articolo 5, in cui compare la tanto fraintesa e bistrattata espressione «stepchild adoption» scambiata, per ignoranza e per mancanza di informazione o di lettura del testo, per una vera e propria adozione. Anche uno strumento banale e spesso fautore di errori come Google Translate, spiega, invece, che il termine altro non significa, letteralmente, che «adozione del figliastro», ad indicare la possibilità che il genitore non biologico adotti il
figlio, naturale o adottivo del proprio partner, una opportunità che in Italia è già prevista per le coppie eterosessuali che siano sposate da al- meno tre anni o che abbiano vissuto “more uxorio” (secondo il costume matrimoniale, cioè, in sostanza, convivendo) per almeno tre anni ma che siano sposate al momento della richiesta (non è quindi valida per le coppie omosessuali, non essendo riconosciuto loro il matrimonio o altre forme di unione). La legge Cirinnà, nella sua ultima versione, esclude l‟applicabilità dell‟istituto dell‟adozione legittimante: per le coppie dello stesso sesso unite civilmente non è infatti possibile adottare bambini che non siano già figli di uno dei componenti della coppia. L‟interminabile polemica attorno al cosiddetto «utero in affitto» e alla «maternità surrogata» posto all‟evidenza come punto cruciale della proposta e che secondo alcuni, erroneamente, la legge Cirinnà si appresterebbe “a promuovere”, è, al contrario, basata su premesse infondate e addirittura inesistenti, non avendo il Ddl avanzato alcun proposito che riguardasse l‟argomento e lasciando di conseguenza in vigore i divieti in auge, sanciti dalla legge 40 del 2004. Dopo la presentazione del 28 Gennaio, il 16 Febbraio sarebbe dovuto essere il giorno decisivo per la messa ai voti della nuova legge, avvenimento trasformatosi in un vero psicodramma politico durante il quale al Senato si è pensato bene di sciorinare solamente improperi e maldicenze, distogliendo lo sguardo dallo scopo primario: un tutti contro tutti tra le diverse forze politiche e anche all‟interno di esse, con l‟unico risultato di bloccare il Ddl e rinviare ulteriormente la discussione. Al centro della polemica il Movimento 5 Stelle che con lo spacchettamento dell‟emendamento c.d. “Canguro”, proposto dal renziano Marcucci per scardinare le oltre 5mila proposte di modifica, ha comportato il rinvio delle ope- razioni di una settimana, precisamente al 24 Febbraio, tra l‟incredulità di molti e la delusione di Cirinnà che si è espressa manifestando il proprio sgomento per l‟incoerenza del Movimento in cui aveva riposto fiducia e di- chiarandosi pronta a togliere la propria firma e a lasciare la politica qualora il Ddl fosse divenuto una “schifezza”. Dopo una settimana pregna di colpi di scena, il 24 Febbraio si è tornati in aula, per l‟ennesima volta, per l‟agognato voto, operazione conclusasi con l‟approvazione del maxi, su proposta governativa, e l‟esclusione della «stepchild adoption» in modo da fissare il voto di fiducia e far sì che nel giro di due mesi i provvedimenti fossero passati alla Camera. Pur sacrificando un punto fondamentale del programma, il governo, con un intervento diretto, si è mostrato deciso, quanto costretto, ad accettare qualsiasi compromesso e a sopperire a qualunque imprevisto, pur di raggiungere l‟approvazione della legge e non rimandare ancora una volta, un bramato passo avanti nella storia.
Stefy Bertucci

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