Fuoco amico? Oltre le verità ufficiali delle morti di Regeni, Piano e Failla.

Le uccisioni di Giulio Regeni in Egitto, Salavtore Failla e Fausto Piano in Libia, sono ovviamente scollegate. Tuttavia, la t rag icità degli eventi, le incongruenze nelle ricostruzioni, i tentativi di depistaggio, causano un unico grande sospetto: che queste morti siano frutto del “fuoco amico” (in senso lato) delle istituzioni egiziane e libiche?

Dell’Egitto, di Giulio, delle indagini sulla sua morte. Giulio Regeni, 28 anni, dottorando dell‟università di Cambridge, originario della provincia di Udine, da settembre trasferitosi al Cairo, in Egitto, per studiare i movimenti sindacali e politici d‟opposizione nati dopo il golpe del luglio 2013, scomparso dal 25 gennaio 2016, il 3 febbraio 2016 è stato ritrovato seminudo, in un fossato di una strada della periferia del Cairo, morto. Giulio, che studiava il sistema economico neoliberista egiziano e la condizione dei lavoratori, da alcuni mesi in continua ma disorganica mobilitazione, coltivava relazioni e conoscenze con gli oppositori, trascorreva molto tempo al suo pc (anche per comunicare dall‟altra parte del Mediterraneo), e iniziava ad acquisire svariate informazioni sullo stato sociale del Paese, tanto da iniziare a temere per la sua sicurezza, come confidato ad un amico in una mail. Una giornalista egiziana avrebbe inoltre testimoniato l‟arresto di uno straniero proprio il 25 gennaio scorso. Alcuni soggetti interrogati, inoltre, avrebbero visto la polizia nei pressi della sua abitazione, già nel mese di dicembre. Le prime ricostruzioni delle autorità locali accennarono ad ipotesi di incidente stradale, omicidio a sfondo sessuale o di droga. Gli inquirenti italiani, dopo aver eseguito un‟autopsia sul corpo dello studente, che seguiva ad un‟altra già effettuata in Egitto, riportavano numerose fratture, alcune ustioni, l‟estrazione di due unghie, una parziale mutilazione delle orecchie, perforamenti sullo sterno e su altre parti del corpo, la frattura della vertebra del collo che lo ha ucciso. Segni evi- denti di tortura probabilmente finalizzata ad estorcere informazioni politiche. Niente, dunque, che potesse dar credito alle ipotesi della polizia egiziana. Le autorità egiziane tuttavia, restie inizialmente anche alla collaborazione con la procura italiana, dopo aver diffuso notizie spesso contraddittorie, continuano a smentire la tortura, spiegando che molti dei segni ora presenti sul corpo, sono frutto dell‟autopsia e delle rilevazioni svolte in Egitto. L‟Egitto, dal golpe (2013) col quale si destituì il presidente Morsi, liberamente eletto in seguito ai moti (c.d. Primavera Araba, 2011) che portarono alla caduta del regime di Mubarak, è un Paese in cui i controlli e la massiccia presenza delle forze di polizia hanno prodotto un evidente calo nel godimento di alcune libertà fondamentali, delle libertà sindacali e di ricerca, e in cui si registrano centinaia di misteriose sparizioni, per lo più fra gli oppositori (c.d. Fratelli Musulmani, sindacalisti indipendenti, ecc.), soprattutto dopo la nomina di Al Sisi, ex capo delle forze di polizia, come Presidente della Repubblica. Un docente dell‟American University in Cairo, ha scritto che la libertà di ricerca in Egitto è in grave pericolo, e che la morte di Giulio Regeni ne è la dimostrazione materiale. Dal ritrovamento del corpo di Giulio, il governo italiano, che ha sempre intrattenuto ottime
relazioni con l‟Egitto, ha provveduto ad una serie di convocazioni dell’ambasciata italiana d‟Egitto e di quella egiziana d‟Italia, oltre alle sollecitazioni presso il governo egiziano sulla raccolta di informazioni, e all‟invio di inquirenti italiani ed Interpol in Egitto. Il parlamento europeo ha recentemente approvato una mozione di richiesta di verità e collaborazione all‟Egitto. In Italia, da quel tragico giorno, il grido dei cittadini che si sono mobilitati, delle associazioni (Amnesty International fra tutte), della stampa e delle istituzioni, è unanime: “Verità per Giulio”. E ci daremo pace solo quando sapremo perché, realmente, un giovane studente virtuoso, giornalista e ricercatore, abbia perso la vita così. La ricerca, lo studio, l‟informazione, non si ammazzano. E se non fossero questi i motivi della brutale uccisione di Giulio, nulla muoverebbe nella nostra richiesta: Verità per Giulio. E giustizia. Le uccisioni di Giulio Regeni in Egitto, Salavtore Failla e Fausto Piano in Libia, sono ovviamente scollegate. Tuttavia, la t rag icità degli eventi, le incongruenze nelle ricostruzioni, i tentativi di depistaggio, causano un unico grande sospetto: che queste m ort i siano frutto del “fuoco amico” (in senso lato) delle istituzioni egiziane e libiche?

Della Libia, di Failla e Piano, dell’indagine sulle loro morti. Salvatore Failla (47 anni), di Siracusa, e Fausto Piano (60 anni), di Cagliari, entrambi tecnici della Bonatti S.p.a., in Libia da tempo per lavoro anche nei gasdotti Eni, rapiti il 19 luglio 2015, insieme a Filippo Calcagno e Gino Pollicardo poi liberati, il 3 marzo 2016, a seguito di un conflitto a fuoco tra la milizia di Sabrata ed un gruppo criminale, sono morti.
I tecnici, rapiti tra l‟irritazione del governo italiano per l‟incauto viaggio cui erano stati sottoposti dalla propria società, erano stati divisi durante il sequestro. Il rapimento è stato attribuito ad una banda criminale della Libia, una delle tante, che anche insieme a truppe jihadiste dell‟Isis, detiene il controllo di ampie porzioni di territorio, spesso con il benestare delle istituzioni locali. Failla e Piano, al momento dello scontro a fuoco, venivano trasportati, insieme ad altri ostaggi, a bordo di un pick-up, per un non ben chiaro motivo. Calcagno e Pollicardo, il giorno seguente, probabilmente abbandonati dai rapitori, sono stati liberi di scappare. Il governo di Tripoli ha diffuso alcune ricostruzioni contraddittorie, dapprima sul gruppo che avrebbe rapito gli italiani, e poi anche sulle cause della morte. Si è parlato di corpi usati come scudo durante un conflitto, così come anche di esecuzione con colpo mortale sulla nuca (ipotesi poi smentita). I corpi dei due tecnici uccisi sono stati trattenuti per diversi giorni in Libia, per presunte disposizioni burocratiche di competenza territoriale, e sottoposti all‟autopsia in loco. Una volta giunti in Italia, le autorità che hanno analizzato i corpi, avrebbero trovato praticamente rimosse le sezioni di pelle circostanti ai fori dei proiettili, causando l‟impossibilità di stabilire direzione e distanza dei colpi. Sappiamo che le autorità italiane avevano individuato l‟area presso cui erano detenuti i nostri connazionali, e che da diverso tempo erano in corso delle trattative per il loro rilascio. E proprio la circostanza del loro trasferimento in auto, così come la bizzarra liberazione dei due superstiti, hanno fatto credere che il 3 marzo dovesse essere il giorno della loro liberazione, probabilmente dietro riscatto, ma che qualcosa, ipoteticamente nella comunicazione con la milizia di Sabrata, sia andato storto. Un nuovo, eventuale, caso Calipari (l‟agente Sismi ucciso per errore durante la liberazione della giornalista Sgrena, 2005), per intenderci. La Libia è uno dei territori più controversi del panorama globale. Parliamo di un failed state (stato fallito), in cui convivono due pseudo- governi: Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazione ed eletto nel 2014, e Tripoli, di milizie islamiste ed eletto nel 2012. Mentre vaste mano all‟Isis, in continua espansione, o a bande criminali. Questo caos, nonostante un periodo di tregua apparente, è tale dal 2011, quando l‟intervento internazionale ha contribuito alla rimozione del regime di Gheddafi. Da gennaio, con il consenso dell‟Onu, la Libia sta tentando la strada del governo di unità nazionale, un governo in esilio (in Tunisia) già sorto ed in contatto con i due preesistenti, ma che al momento non pare in grado di imporre la propria autorità. Per questa serie di motivi, ad oggi, considerata anche l‟importanza economica (risorse energetiche) del territorio libico per molti Paesi occidentali (Italia soprattutto), è facilmente ipotizzabile, da qui a poco, un intervento militare di coalizione, magari a guida italiana come vorrebbero gli Usa, nonostante le smentite, solo italiane, di rito (?). La morte di Failla e Piano, unita al comportamento delle autorità libiche, se possibile, ha peggiorato una situazione già incandescente. Le famiglie dei due italiani uccisi, intanto, non hanno fatto mancare il loro disappunto neanche nei confronti delle autorità italia- ne, soprattutto per la gestione del rapimento. Le indagini procedono, così come gli accertamenti politici. Ed anche per Salvatore e Fausto si alzano un grido di dolore e una richiesta di verità.
Senza voler avanzare ipotesi fantasiose, e nel rispetto del dolore delle famiglie coinvolte, si è cercato di analizzare i fatti per quelli che sono o che sembrano. Non si aggiunge nulla e non si fa torto a nessuno, però, se si evidenzia chiaramente che, tanto le tesi egiziane quanto quelle libiche, appaiono poco limpide. Così si fa strada l‟idea, inevitabilmente, che dietro a queste uccisioni possano esservi, con dolo o per errore, proprio le autorità di questi Paesi. In attesa della verità.

Cristian Mauro

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