L’otto marzo a Petilia Policastro

Petilia Policastro è un piccolo centro del crotonese a circa 70 km dalle nostre case. Meno di un’ora e mezza di macchina ci separa dal comune di quasi diecimila anime che, proprio come il nostro piccolo paese, ha San Sebastiano come Protettore. Sin da metà degli anni 90′ questa città (decretata tale da Giorgio Napolitano nel 2011) viene sconvolta da un’accesa faida tra famiglie mafiose: la disputa si porta avanti per anni fino al 7 giugno 2005 quando l’ex boss Floriano Garofalo viene assassinato. L’azione di repressione contro il clan Garofalo si concretizza il 7 maggio 1996, quando i carabinieri di Milano svolgono un blitz e arrestano il boss dedito al controllo dell’attività malavitosa nel centro lombardo. Ruolo chiave, nel fermare l’attività criminale dei boss del piccolo centro crotonese nel nord Italia, viene svolto dalla testimonianza di Lea Garofalo, sorella del capo clan, che si ribella alla vita contrassegnata dal malaffare della propria famiglia e, con grande coraggio, denuncia i traffici del fratello e del compagno, Carlo Cosco. Non si ferma qui l’impavida Lea, nel 2005, dopo l’omicidio del fratello dichiara al Pubblico ministero «L’ha ucciso Giuseppe Cosco, mio cognato, nel cortile nostro», attribuendo così la colpa dell’omicidio al cognato, Giuseppe e all’ex convivente, fornendo anche il movente. Ammessa al programma protezione sin dal 2002, Lea, lo sospende, improvvisamente e di spontanea volontà, nell’aprile del 2009, riavvicinandosi a Petilia Policastro e all’ex compagno. Questi però gli tende un primo agguato il 5 maggio (al quale riesce a sfuggire grazie all’aiuto della figlia Denise) e un altro, fatale, il 24 novembre dello stesso anno, giorno della sua scomparsa a Milano. Viene uccisa in un appartamento del capoluogo lombardo da Carmine Venturino, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Vito Cosco; il corpo di Lea viene portato a San Fruttuoso, un quartiere di Monza, dove viene poi dato alle fiamme per tre giorni fino alla completa distruzione. Solo dopo la condanna di primo grado, Carmine Venturino (ex compagno della figlia di Lea) inizia a fare dichiarazioni che, nel processo d’Appello, porteranno a rinvenire più di 2000 frammenti ossei e la collana di Lea Garofalo. Le indagini per la scomparsa e l’omicidio di Lea, della Direzione distrettuale antimafia di Milano, portano a spiccare mandati di arresto, nell’ottobre 2010, a Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Carmine Venturino e Rosario Curcio. Pochi mesi prima, il 24 febbraio, erano già state arrestate altre due persone, di Cormano (MI), per aver messo a disposizione il terreno di San Fruttuoso dove il corpo della donna è stato portato dopo l’omicidio. Il processo vede come testimone chiave la presenza della figlia della donna che decide di testimoniare contro suo padre. Vengono emanati, e confermati in tutti i gradi di giudizio, 6 ergastoli su 4, 25 anni di reclusione per Carmine Venturi- no e assoluzione per non aver commesso il fatto per Giuseppe Cosco. Il 19 ottobre 2013 si svolgono a Milano i funerali civili di Lea Garofalo. In piazza erano presenti migliaia di persone, fra le quali i rappresentanti dell’associazione Libera e personalità come Don Luigi Ciotti e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Lo stesso giorno viene intitolato a Lea Garofalo un giardino pubblico in viale Montello a Milano. Il comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha intitolato la propria biblioteca a Lea Garofalo il 7 settembre 2013, così come a Savignano sul Panaro, in provincia di Modena, nel luglio del 2014 viene inaugurato un parco in onore di Lea Garofalo, chiamato “Parco del Coraggio”. Anche nel cimitero di Petilia Policastro è presente un monumento alla memoria della donna, divenuta nel frattempo simbolo della lotta alla”ndrangheta . Eppure, proprio la città che dovrebbe venerare il coraggio della concittadina Lea si è svegliata alcuni giorni fa sconcertata dall’opera di qualche imbecille che ha ben pensato di compiere atti vandalici ai danni del monumento, giusto nella notte dell’ 8 marzo, giorno della festa della donna, come se già non bastasse compiere un gesto così vile ed ignorante. Non è bastata la tortura e la morte, non è bastato non poter ricevere una degna sepoltura, a questa povera donna, figlia della nostra terra, non viene riconosciuto neanche il sacro riposo nel suo paese. La ndrangheta è la causa maggiore dell’arretratezza della nostra regione, come si evince da questi gesti, prima ancora che dall’estorsione, dai milioni rubati o dai traffici effettuati. Il coraggio di Lea è riconosciuto in tutta la nazione ma non riesce ad essere rispettato proprio nelle mura della sua città natia e questo ha del vergognoso, è sintomo di una povertà intellettuale che lascia la Calabria tutta in un disonore che non meritiamo per colpa di pochi. Il disgusto per questo gesto non cancellerà mai il ricordo dell’eroico gesto di questa donna. Il 21 marzo, come ogni anno per la giornata nazionale del ricordo delle vittime delle mafie, verrà letto il nome di Lea Garofalo, quest’anno avrà un motivo in più per essere urlato in modo da echeggiare nel cuore di noi calabresi e nelle orecchie degli infami che hanno cercato di infangare la sua immagine, perché, ahimè, certi individui non posseggono un cuore.

Mario Caputo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...