BIOGRAFIA DI DON TEOANIO PEDRETTI

“Non è normale che voi ragazzi di Cellara, oggi, siate così attaccati alla figura e al ricordo di Don Teofanio Pedretti, senza averlo conosciuto, e non avendo ricevuto da noi nessuna sollecitazione per una commemorazione così profonda.”
Una spiegazione a questo paradosso che i Cellaresi che lo hanno conosciuto e amato ci hanno posto, non siamo per adesso in grado di trovarla. Per questo preferiamo, prima, ripercorrere i passi della sua vita e del suo operato a Cellara, anche basandoci sulle loro testimonianze. Teofanio nasce il 1° agosto del 1940 a Grimaldi (CS) da una famiglia povera ma dignitosa. I genitori, Luigi ed Erminia, sono originari entrambi del Trentino.
Si trasferiscono dapprima in Sila, poi a Carpanzano per far studiare i figli Silvano, Mirella, Rita, Mario, Liliana e Teofanio e cercano in tutti i modi di dare loro una vita semplice ma nobile nell’animo. Portare avanti una famiglia di sei figli non era per niente facile in quegli anni di guerra, quando il cibo scarseggiava e quando chi, come i Pedretti, non poteva contare neanche su un piccolo terreno da coltivare. Ma Erminia non si perde d’animo e sopperisce con il suo senso pratico alle esigenze familiari, mentre Luigi, dal carattere introverso ma tanto generoso da dare aiuto a chi ne ha bisogno, esce presto al mattino e va sulle strade per il suo lavoro di cantoniere. E’ importante, per loro genitori, che i figli crescano con il senso del dovere. In questo clima comincia a
muovere i primi passi il piccolo Teofanio che crescendo inizia a fare la sua parte come gli altri fratelli. Egli tende ad imitarli allontanandosi poco a poco dalla protezione delle mura domestiche. Mostra ben presto un carattere gaio ma al tempo stesso calmo, che lo aiuta a superare la sua riservatezza. Frequenta le suore e le lezioni di catechismo, e finite le elementari poco più che undicenne parte per il seminario cosentino. Qui si distingue per intelligenza, spirito di osservazione e senso di socialità; mai impreparato, mai
scontroso, sempre buono e disciplinato. Fu tra i primi in tutte le attività culturali, ludiche e religiose, tanto da diventare il modello a cui si ispiravano i giovani dell’istituto.
Frequenterà il liceo e svolgerà gli studi teologici a Catanzaro. Inizierà il sacerdozio giovanissimo ed emozionato.

Nei primi anni 60 diventa segretario dell’Arcivescovo Picchinenna. Corre l’anno 1967 quando una delegazione cellarese guidata dalla cara Marietta Ubriaco si reca da Picchinenna per discutere della situazione spirituale del nostro paesino. Allora la parrocchia cellarese era guidata da Don Saverio, il quale anche per la sua età avanzata, non riusciva ad essere sempre presente. Per questo motivo la delegazione invoca l’assegnazione alla parrocchia di San Pietro Apostolo di un nuovo parroco. La risposta dell’Arcivescovo è esplicita: la disponibilità dei sacerdoti è carente. Ad ascoltare tutta la conversazione c’è di nascosto il giovane parroco Don Teofanio Pedretti.
Fanuzzu, come era amichevolmente chiamato dai suoi amici, interviene nel confronto ed ha anche un leggero battibecco con alcuni cellaresi, ma forse già intravedeva la prospettiva di diventare il nuovo parroco della nostra comunità. Ecco infatti che il 4 ottobre 1967 riceve la notizia dell’assegnazione a Cellara e del vicariato a Belsito e Piane Crati.
L’annuncio del suo arrivo viene accolto dai delegati cellaresi, protagonisti di quell’incontro, con un po’ di scetticismo e sorpresa; ma, con la sua voglia di fare e il suo carisma, riesce subito a instaurare un rapporto sincero e forte con la comunità tutta, essi compresi. Don Fano porta negli ambienti ecclesiastici un nuovo stimolo sul piano spirituale, soprattutto fra i ragazzi, per il suo animo giovanile, cerca di creare una chiesa nuova da sostituire a quella fondata su dogmi fissi in cui si parlava solo di determinati argomenti. Si prende cura particolarmente dell’attività dei chierichetti, tanto da far cucire appositamente delle tuniche,e facendoli partecipare alle gare fra chierichetti a Cosenza ogni 25 aprile.
Proprio da qui si circonda di giovani intraprendendo con essi un percorso umano prima che clericale. Si trasferisce con i genitori a Cellara nello stesso edificio che ospitava l’asilo. Il padre Luigi tiene alla cura del giardino e alla manutenzione dello spiazzale della loro nuova casa, ed è proprio in questo ambiente accogliente che i ragazzi si ritrovano ogni pomeriggio e ogni sera a trascorrere la loro gioventù tra ping-pong, calcio, pallavolo, o anche per mangiare e vedere le partite. Queste attività danno loro modo di svagarsi e conoscere a fondo la personalità del nuovo parroco, mettendo anche in risalto le abilità e la passione di Don Fano nello sport. Egli diventa in poco tempo il trascinatore e la guida della comunità cellarese : entra in tutte le case, spesso si ferma a mangiare, con lui si parla di tutto, non ha pregiudizi sul colore politico o sull’attaccamento alla fede religiosa. Diventa insegnante di religione nelle scuole elementari di Cellara e medie di Figline. Tiene
alla benedizione delle case che ripete ogni anno e durante la quale raccoglie offerte da donare in beneficenza ad un istituto. Ed è proprio la beneficenza che lo fa essere ancora più grande, la fa sempre, a chiunque; ma provate a chiedere a qualcuno se ha mai ricevuto offerte da don Fano.
Sicuramente la maggior parte di essi vi risponderà “no o non lo so”, perché Teofanio non amava farlo sapere in giro. Faceva tutto nel più assoluto anonimato, ma il suo contributo è sempre fondamentale quanto sincero e generoso. Importante era per lui mantenere stretti i rapporti con il club cellarese del Canada. Mai come in questo periodo i nostri emigranti si sentirono così vicini. Teneva inoltre tanto alla celebrazione della festa di S. Sebastiano. I viaggi con Fanuzzo erano all’ordine del giorno, quando si andava al mare, quando si andava in Sila, quando in Sicilia ad incontrare il vescovo. Indimenticabile è uno di questi incontri. Era la vigilia di capodanno, quando con la sua 128, Don Fano e alcuni ragazzi si recarono a Catania. Al momento di salutare il vescovo Picchinenna, uno di essi, ripetendo il gesto scherzoso di salutare il parroco, baciò la sua mano invece di quella del vescovo. La figuraccia fu accolta in malo modo da Don Fano che, senza mezzi termini, all’uscita
dal Duomo di Catania gli riservò un paio di “ntozze” (in altre parole, due schiaffi), così come le chiamava lui. Tutto ciò per sottolineare da una parte il suo rigore durante gli avvenimenti ecclesiastici, e dall’altra la semplicità e la scherzosità caratteriale che mostrava quotidianamente. A proposito di ciò, emblematici sono per chi li ha vissuti, le Pasquette e i Ferragosto passati insieme con comitive che superavano le sessanta
persone. Creò inoltre, con la collaborazione di qualche ragazzo, una radio libera. Avevano creato lo studio, all’asilo, tappezzandolo con le scatole delle uova. Don Fano è sempre più a suo agio a Cellara: quando si mangia da lui, non manca mai lo scherzo nel piatto; ma è soprattutto guida per i più deboli, riesce a mettere sulla buona strada anche i ragazzi più vivaci. Aveva cura di tutti, ma nessuno ha mai nascosto che per chi andava a messa ed era praticante riservava delle attenzioni in più o anche dei viaggi.
Fonda l’Azione Cattolica. I giovani sentivano che era venuta l’ora di riunirsi e seguire la parola del nuovo pastore; il primo passo fu la sensibilizzazione alle opere di bene, ma anche l’evangelizzazione della politica e la spiritualizzazione della vita terrena. Il popolo tutto di Cellara accolse l’iniziativa con molto entusiasmo e su queste basi morali e cristiane, sorse la costituzione delle varie associazioni che primeggiano in campo provinciale, e i giovani dell’associazione cattolica di Cellara furono da esempio nella celebrazione dei riti ecclesiastici e nell’amministrazione della carità come virtù e bene sociale.
L’Azione Cattolica consta di quattro classi : beniamini, aspiranti, giovanissimi, giovani. Gli incontri sono intensi, tutti i membri sono contenti di farne parte e hanno voglia di passare alla classe successiva per, tra l’altro, l’attualità degli argomenti e la leggerezza con la quale venivano affrontati. Fra i temi ricorrenti c’è l’amicizia. Don Fano educa alla correttezza e al rispetto delle idee altrui tanto da impedire scontri all’interno dell’Associazione pur includendo individui di qualsiasi ideale politico e civile. Durante la sua permanenza a Cellara, Teofanio si è distinto però, soprattutto, per l’impegno e la dedizione mostrati nella ricostruzione della chiesa di San Pietro Apostolo. La nostra chiesa si trovava in pessime condizioni e i fedeli soffrivano da tempo per questa situazione, occorreva che qualcuno si facesse carico della sua restaurazione. Ecco allora che Don Fano, pur non essendo molto preparato in campo edile, compone una vera e propria impresa di lavori, che includeva tanti cellaresi compreso chi non partecipava nemmeno passivamente alla vita ecclesiastica del paese. In poco tempo, grazie al lavoro costante, spesso anche di notte, la chiesa giunge al natale del ’73 fornita addirittura di impianto di amplificazione e di riscaldamento, e Don Fano in una lettera coglie l’occasione per ringraziare vivamente tutti i giovani e non giovani che avevano prestato gratuitamente la loro opera. Sono anche gli studi sul nostro paesino che dimostrano il suo grande attaccamento ad esso, studi raccolti nel libro poi concluso da Agata Cesario. Tutto quello appena narrato, gli ha garantito l’appellativo de “il Sacerdote”, non uno qualunque quindi, ma soprattutto gli ha garantito la benevolenza e la fiducia di tutti.
Questi sentimenti sono venuti fuori, come non mai forse, durante il periodo della sua malattia. Al ritorno da uno dei suoi viaggi in America, a maggio del 78, inizia a mostrare i primi segni di sofferenza nei confronti di chi gli è più vicino. Egli però non lo confesserà mai, fino a luglio, quando ad uno dei suoi amici cellaresi col quale è più legato parla di strani sintomi di affaticamento. Convincerlo a farsi curare non è però facile, perché fra tutti i suoi pregi spunta sicuramente la sua testardaggine. Si arriva al novenario di San Sebastiano con il parroco dimagrito e invecchiato di colpo. Il suo fisico da atleta stava scomparendo, i cellaresi iniziavano ad accorgersi che qualcosa non andava, ma Fanuzzo non molla e soprattutto non parla. A settembre però, qualcosa si muove. Fra la comunità si diffonde la notizia di un suo viaggio a Bologna. In realtà, il parroco si trova a meno di 15 km di distanza dal nostro paese. È nel vicino ospedale di Cosenza, ricoverato. Le prime diagnosi lasciano intendere che non si tratta di un male facilmente curabile, e purtroppo più tardi, forse troppo tardi, ci si accorgerà che sono più che mai veritiere. Nella sua camera d’ospedale preferiva ricevere solo i più intimi, e si nascondeva dagli altri cellaresi che, anche per sbaglio si trovavano lì nei pressi. Sua madre, ogni giorno era costretta a rispondere di no, a chi le chiedeva se il figlio avesse qualche problema, data la sua prolungata assenza . Prima di Natale fu costretto a lasciare l’ospedale di Cosenza per trasferirsi a Padova, come gli aveva consigliato un sacerdote che lì conosceva un primario. Le sue condizioni peggioravano di giorno in giorno e nel nuovo ospedale gli diagnosticarono una intolleranza ad alcuni alimenti, sottovalutando il problema.
Per le festività natalizie ritornò a Cellara.
Nella sua casa ogni giorno accorrevano numerose le genti che erano ormai al corrente della sua sofferenza. Neltentativo di salvarlo i medici lo costrinsero ad effettuare delle trasfusioni di sangue, che ricevette da alcuni cellaresi. La malattia avanzava però spietata, e arrivati ormai al mese di febbraio non aveva la forza nemmeno di alzarsi dal letto. Verso metà febbraio fu trasportato d’urgenza, nuovamente, a Padova ; ne seguì una settimana di coma.
Il 25 febbraio 1979 si spense fra il dolore dei fratelli e di un amico che lo avevano assistito fino al momento della morte. La notizia si diffuse rapidamente a Cellara provocando la
rabbia e la commozione di tutti, che fino all’ultimo secondo erano sicurissimi che il loro parroco avrebbe vinto anche questa battaglia. Il 26, a notte inoltrata, la sua salma arrivò a Cellara trovando ad aspettarla la comunità tutta, raccolta davanti alla chiesa, che aveva resistito per ore al freddo e alla neve. I suoi più cari amici cellaresi portarono la sua salma in giro per il paese, a dimostrazione di tutto il loro attaccamento nei confronti di don Fano. Essi si ritrovarono di colpo smarriti, avevano perso una guida, un parroco ma soprattutto un amico, anzi, l’amico. E’ proprio per questo motivo che tutti i cellaresi nei giorni che
seguirono alla sua morte rivendicarono il diritto di sapere tutte le informazioni sugli ultimi istanti del parroco che era da essi considerato il personale confidente. I mesi successivi alla sua morte furono contraddistinti dalla battaglia che aveva il fine di ottenere la tumulazione della salma della chiesa di S.Pietro Apostolo. Nell’Agosto dello stesso anno i cellaresi raggiungono finalmente il loro obbiettivo e per questo noi oggi li ringraziamo perchè don Fano ha avuto l’onore che meritava.

Adesso che la biografia del caro don Teofanio Pedretti è terminata noi ,come voi, siamo in grado di dare un senso al paradosso di cui parlavamo in apertura: tutto è spiegato nella grandezza di questo parroco ma soprattutto di quest’uomo.
GRAZIE DON FANO!
A cura dell’Oratorio “Don Teofanio Pedretti”

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