L’Unione ai tempi di Brexit

Dalla campagna elettorale fino al voto, dai commenti alle prospettive, passando per il brutale omicidio di Jo Cox, analisi di un passaggio storico.

“Brexit”(“Britain exit”), è il nome attribuito al referendum senza quorum, consultivo e non legalmente vincolante, tenutosi nel Regno Unito lo scorso 23 Giugno. Il referendum sull’uscita o permanenza dell’UK nell’UE è stato indetto a seguito della promessa di Cameron, durante la sua campagna elettorale del 2015, di accogliere le istanze provenienti da alcuni membri del suo stesso partito (Conservative and Unionist Party) e, in particolar modo, da quelli dell’UKIP (UK Indipendence Party), il partito xenofobo, populista e di estrema destra fondato nel 1993, primo sostenitore della necessità di uscire dall’Unione Europea e guidato da Nigel Farage. Questi, insieme ad un esiguo numero di esponenti politici del Labour e del Partito Unionista Democratico e al sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, hanno sottolineato l’urgenza e quasi l’obbligo di procedere con una nuova consultazione sul tema, giacchè l’ultima risaliva al lontano 1975 quando lo scenario nazionale ed internazionale era nettamente distinto da quello presente. Le sollecitazioni dibattute traevano ispirazione da motivi disparati, quali l’eccessivo controllo dell’UE sulle politiche del Paese, costretto a sua volta a versare ogni anno miliardi di sterline, senza profitto e senza vantaggi, nonché l’intollerabile libera circolazione delle persone e l’insostenibile flusso di migranti in cerca di lavoro. Cameron, che in tempi di campagna elettorale, sostenne che avrebbe profuso il proprio impegno a favore dell’uscita, se le autorità europee non avessero preso in considerazione le sue proposte e richieste riguardanti temi di politica estera ed economica, quali: l’interruzione della pratica prevista dalle leggi europee relative ai sussidi per gli immigrati; il mantenimento della moneta unica senza discriminazioni; la restituzione dei fondi eventualmente elargiti a Stati vessati da difficoltà; la tolleranza del disimpegno nella collaborazione alla creazione di “un’Unione sempre più stretta” come sancito dai vari trattati europei; ecc. Dopo la rielezione, un consistente numero di richieste avanzate da Cameron sono state accettate, anche se leggermente modificate, e di lì in poi il Premier ha volto il proprio sostegno a favore della permanenza in Europa. Tra i favorevoli alla non-uscita dall’UE, spiccavano, inoltre, il Partito Laburista, il Partito Nazionale Scozzese, il Partito del Galles e i Liberal Democratici cui si sono aggiunti leader europei come il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, nonché capi di governo del mondo come Obama, asserendo che i benefici della permanenza tra i quali, in primo luogo, la possibilità di esportare facilmente le merci, di coordinare meglio le politiche di sicurezza nazionale in perfetta integrazione con quelle degli altri Stati membri, erano di gran lunga superiori agli svantaggi, dei quali in fondo, ciascun Paese, è pronto a farsi carico. La campagna elettorale che ha avuto inizio il 15 Aprile ha visto la contrapposizione di una parte a favore dell’uscita, la cosiddetta “Vote Leave”, e di un’altra a favore della permanenza, chiamata “Britain Stronger in Europe”, enfatizzando la netta e inevitabile controversia tra quelli che riponevano la propria fiducia nelle potenzialità dell’Europa Unita e quelli che invece dibattevano la posizione di privilegio, supremazia e potere politico ed economico del Regno Unito, da sempre limitato dall’appartenenza all’Unione. Il 23 Giugno, con il 51,9% di voti, è stata sancita la vittoria del “Leave” e dunque l’uscita dell’UK da quell’istituzione A cura di Stefy Bertucci XI Numero Alba Novella – 22 Agosto 2016 15 d’oltre-Manica che non ha mai goduto del pieno plauso nell’isola inglese che bramava, a quanto pare, di chiudersi ermeticamente su se stessa per lasciar fuori tutto ciò che riguardasse quell’opprimente rete di patti, trattati, vincoli e collaborazioni economiche e geopolitiche che stavano evidentemente strette all’Isola di sua Maestà Elisabetta. Una storia senza precedenti quella del primo Stato membro a lasciare l’Unione Europea, una storia che potrebbe richiamare alla mente, ma solo per certi aspetti, lo scenario del 1982, quando la Groenlandia, territorio della Danimarca, approvò con un referendum l’uscita dall’UE nell’ambito delle maggiori autonomie concesse al suo governo locale da quello centrale danese. Oltre alla necessaria formalizzazione dell’abbandono dell’Unione facendo appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che stabilisce, inoltre, un limite di due anni (limite orientativo e presumibilmente capace di protrarsi nel tempo, come nel caso dei sette anni di trattative commerciali tra Canada e UE) entro i quali stabilire e negoziare i nuovi rapporti attraverso proposte che verranno poi votate a maggioranza dei membri, urge sottolineare le innumerevoli conseguenze e i drastici contraccolpi che Brexit potrebbe, così come stimato, comportare. Le conseguenze di una nuova recessione europea potrebbero essere ingenti e disparate, suffragate da tutti quei referendum che potrebbero essere indetti per emulazione: è il caso del leader dell’estrema destra olandese, Geert Wilders, del Front National francese con Marine Le Pen che esulta per “la vittoria della libertà” in Gran Bretagna, e di altre rabbiose richieste secessioniste che potrebbero presto sopraggiungere dal Nord Europa, come Finlandia e Danimarca, su insistenza dei partiti euroscettici; un effetto domino, questo, che potrebbe generare irreversibili conseguenze per l’Europa intera e unita. Caso emblematico è anche quello della Scozia, estremamente convinta di voler continuare a far parte dell’UE, la quale si è manifestamente dichiarata pronta al referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, proposto dal primo ministro scozzese Nicola Sturgeon e stimato con una probabilità di 4/7 per il 2020, al fine di risollevarsi da questa scelta di sottomissione al Regno Unito, impostale sia economicamente che politicamente. . Harry Hatheway, capo economista di Gam, invece, convinto di una sovrastima delle ripercussioni di Brexit sul Regno Unito in primis, si è espresso sostenendo: «Economie come quella americana o quella giapponese si sono dimostrate capaci di rispondere alle turbolenze degli ultimi anni; inoltre, al momento, maggiore solidità è data dai bassi prezzi del petrolio e dalla diminuita dipendenza dal credito. Le maggiori conseguenze della Brexit le si osserveranno nelle scelte della Banca d’Inghilterra, che ha già posticipato la decisione sui tassi ed abbassato i requisiti patrimoniali delle banche, liberando così maggiori risorse per il credito, ma la Bce non cambierà rotta in alcun modo a causa dell’esito del referendum britannico». Nelle svariate vicissitudini susseguitesi prima del cruciale giorno della votazione, è l’assassinio di “Jo” Cox (Helen Joanne Cox, ndr) la chiave di interpretazione del marasma di “sì”e “no” che cercavano proseliti, delle pretenziose motivazioni a favore dell’uno o dell’altro schieramento, del generale clima di diffida, mancanza di rispetto, intolleranza, che si respirava tra una città e l’altra nel Paese. Jo Cox, entrata in politica dopo una vita trascorsa nella cooperazione internazionale in diverse zone piagate da conflitti, soprattutto con Oxfam , era stata eletta alla Camera dei Comuni nelle elezioni generali dello scorso anno, considerata fra i possibili candidati a Downing Street fra i partiti laburisti, attiva nella campagna elettorale contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, oltre che attivista per i diritti umani e in particolare per la partecipazione delle donne alla vita pubblica (era presidente dell’associazione delle donne laburiste), pacifista, si era occupata in profondità anche della guerra civile siriana. Ella è stata assassinata a Birstall, cittadina del West Yorkshire nei pressi di Leeds, nel nord dell’Inghilterra, a una settimana dal referendum sulla Brexit quando, appena scesa dall’auto, è stata aggredita da Thomas Mair, che le ha inferto alcune coltellate prima di esplodere contro di lei tre colpi di pistola, di cui uno alla testa. Condotto in aula, l’uomo ha dichiarato: «Il mio nome è morte ai traditori, Gran Bretagna libera», in virtù dello stesso slogan “Britain Fist” urlato mentre procedeva all’assalto della Cox, uno slogan, quello, che non esplica unicamente i suoi chiari intendimenti antieuropeisti e nazionalisti, ma anche e soprattutto il veleno, l’odio, il razzismo, il repellente rigetto della diversità e la sfiancante lotta all’estremismo più radicato. Brexit e l’omicidio di Jo Cox, eventi di rilievo nelle cronache degli ultimi mesi, mettono in luce non soltanto la piaga internazionale di fiducia nei confronti dell’Unione Europea, bensì il tramonto di una società globale compatta e non frastagliata, tenuta insieme da obiettivi comuni, da principi condivisi e tesi in una stessa direzione. Questi eventi, più che rappresentare il timore incombente per le conseguenze economiche, politiche, sociali e culturali cui l’episodio potrebbe dare vita, rispecchiano, tristemente e con vigoria sempre nuova e crescente, l’ancestrale dubbio circa l’unica realtà che resta immutata anche dopo sconvolgimenti del genere a impatto internazionale: il posto che si occupa al tavolo del pregiudizio.

A cura di Stefy Bertucci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...