IL MISTERO DI JOCA: un eroe dimenticato

Il documentario sulla storia di Libero Giancarlo Castiglia, il calabrese scomparso in Brasile per lottare contro la dittatura militare, tra indizi e verità taciute.

Dopo quattro anni di duro lavoro, Alfredo Sprovieri, direttore di Mmasciata.it, è riuscito a concludere la sua inchiesta sul Mistero di Joca. La storia di un guerrigliero, Libero Giancarlo Castiglia, un ragazzo di San Lucido, piccolo paese della costa tirrenica cosentina, il quale – in un periodo (seconda metà del Novecento) in cui l’emigrazione era molto più forte di quanto lo è oggi – partì con tutta la sua famiglia alla volta del Brasile. Lì studiò, prese il diploma, diventò tornitore meccanico. Con il tempo prese parte alla vita politica, avvicinandosi al Partito Comunista Do Brasil; scriveva anche per un giornale marxista, A Classe Operaria. In Brasile la vita non era affatto facile all’epoca. Nel 1964 scoppiò il colpo di Stato, la dittatura militare prese il sopravvento e Libero Giancarlo fu costretto a fuggire. Poteva salvarsi, ma decise di aiutare il popolo brasiliano, provando a cambiare le cose. La madre, Elena, tentò con tutte le sue forze di dissuadere il figlio dall’idea di partecipare all’opposizione della dittatura, dicendogli di tornare in Italia e diventare giornalista nella sua terra. “Non abbiamo terre da difendere, ma popoli e un’idea di libertà: qualcuno deve provarci”, fu questa la risposta di Libero. Da quel momento, il suo nome fu Johao Bispo Ferreira, detto Joca; diventò comandante della guerriglia d’ Araguaia, in Amazzonia, dopo essere sbarcato sul fiume nel 1967 con il capo del partito comunista brasiliano, Mauricio Gabrois, per sostenere i popoli indio nella “guerra” contro la miseria e lo sfruttamento. A combattere al loro fianco c’erano studenti, operai, medici e sportivi (anche campioni di calcio e boxe): circa 69 ragazzi, perseguitati per anni da 10.000 soldati dell’esercito brasiliano. . Per circa 30 anni, i familiari non ebbero più notizie di Libero, finchè nel 1993, non arrivò a casa un certificato di morte, in cui non vi erano riferimenti né sul come, né sul quando o dove fosse morto il figlio; allo stesso tempo, però, lasciava intendere che avesse preso parte alla Resistenza in Amazzonia. Nel 2007, invece, arrivò a San Lucido la visita del ministro della Segreteria Speciale per i Diritti Umani del governo di Lula, Paulo De Tarso Vannuchdel, per prelevare le tracce del DNA dell’anziana madre, a seguito di possibili ritrovamenti del corpo di Libero in Amazzonia. Proprio da questa notizia, Sprovieri inizia a interessarsi al caso di Joca, scoprendo che il corpo non fu mai restituito alla famiglia per la degna sepoltura. Il giornalista si pone così tre domande fondamentali: cosa c’è dietro questa storia? Perché si è scomodato un ministro, senza che nessuno sapesse nulla? Perché non restituiscono il corpo? “Un sospetto, a dire il vero, ce l’ho; perché Joca, proprio come Guevara, non era un cittadino brasiliano e un italiano fatto sparire dall’esercito è un crimine di guerra, per il quale nessuna legge di amnistia può valere: un reato contro l’umanità, contro l’Italia”, queste le parole del giornalista a “I fatti in diretta”. Libero Giancarlo Castiglia morì, infatti, dopo l’agguato del 1973 in cui vennero sterminati i capi del partito e i loro corpi vennero occultati durante un’altra operazione militare, chiamata Pulizia, perché nessuno doveva sapere o conoscere la verità. Il direttore di Mmasciata, con l’aiuto di Giovanni Culmone, collega marchigiano, oltre ad aver scritto un libro, che aspetta ancora il giusto editore per essere pubblicato, ha montato un web doc per portare alla luce del sole una storia misconosciuta, che merita giustizia e dignità, perché i familiari, per quarant’anni, sono stati costretti a mantenere il silenzio e a vivere una tortura quotidiana: quella di non poter seppellire il proprio congiunto. Nel documentario, presentato lo scorso 14 Giugno all’Otra Vez Fair Cafè – Bistrot del Teatro Dell’Acquario (CS), a raccontare i fatti, ci sono i fratelli di Libero, con i quali Sprovieri si è messo in contatto anni fa. Quella sera erano presenti e Walter Mario Castiglia, uno di loro, a fine serata ha preso la parola. “In queste occasioni, di solito, la mia emotività prende il sopravvento, ma da questa sera non verserò più lacrime, perché il mio dolore, quel dolore che portavo dentro da quarant’anni, ora è anche un po’ vostro, che finalmente conoscete questa storia e potete raccontarla, pretendendo con noi la verità”. Qualche giorno dopo la presentazione dell’inchiesta, il viceministro degli Esteri italiano, ha ricevuto il giornalista cosentino a Roma. L’Italia, in questa situazione, dovrebbe farsi valere e fare pressione sul governo brasiliano perché il Mistero di Joca venga finalmente risolto.

A cura di Carmen Baffi

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