Dove sarò domani?

Una vita distrutta. Solo così si può descrivere lo stato d’animo di chi è nato e cresciuto in queste terre investendoci tutte le proprie risorse e modellando su di esse tutte le proprie idee di futuro. Lo stato d’animo, a terra, di chi ha visto i propri sacrifici e i propri sogni infrangersi in pochi minuti. Quei minuti in cui la terra tremava sotto i piedi di chi ci viveva, sotto i piedi di chi l’amava come se fosse una madre. In 142 secondi tutto è svanito. Tutto è crollato come se mai vi fosse stato. Crollati i sacrifici di chi si sentiva un tutt’uno con quei posti, di chi aveva dedicato la vita lavorando nella propria terra e per la propria terra. Questo è lo scenario di disperazione che caratterizza il centro Italia dalla notte del 24 agosto 2016, quando si è verificato il primo degli eventi sismici che ancora oggi, a distanza di mesi, continuano a scuotere il nostro Paese, minando quell’arte, quella cultura e quella bellezza, che da sempre lo contraddistinguono, e condizionando gli animi degli italiani che raccontano il terremoto come “un mostro che ci sta mangiando l’anima”. Ed è così che comuni come Amatrice (RI), Accumoli (RI), Visso (MC), Arquata del Tronto (AP), Norcia (PG), Ussita (MC), sono stati rasi al suolo, o pesantemente danneggiati da questo sciame sismico. Comuni fantasmi, comuni di gente rassegnata e intimorita. Eppure, succede che non tutti reagiscano allo stesso modo. Da un lato c’è chi vuole abbandonare la propria terra, per mettersi al sicuro e costruirsi una vita altrove, voltando pagina e speEditoriale rando in un futuro diverso, provando a dimenticare quegli attimi di sgomento, le perdite materiali e affettive. Dall’altro, poi, c’è chi, nonostante il dolore e la paura, resta ancorato alle proprie origini, alle tradizioni, alla propria vita fatta di sacrifici che non devono disperdersi, e non vuole abbandonare questa terra, l’unica che da sempre ama, che lo ha visto nascere, crescere e investire nelle sue potenzialità, quella terra dove la vita deve continuare ad essere. Questo incubo ha rubato a molti la serenità e soprattutto la propria normalità. Basti pensare a chi non ha più una casa ed è costretto a vivere nei container o come ospite di un albergo, a chi non ha più un lavoro, a chi ha perso la propria scuola, la chiesa o il monastero in cui viveva da una vita. Non rimane che la forza di ricominciare, la speranza che presto, questo periodo, diventi solo un lontano ricordo e che, il nostro Paese, ritorni a splendere con i suoi secolari borghi pieni di storie e bellezza. Allora, rimbocchiamoci le maniche, cercando di ricostruire questi posti meglio di come erano. Ognuno di noi con un po’ di solidarietà. Un messaggio che va rivolto a tutti: dal nord al centro e al sud; dalle Alpi al Mediterraneo, dal ministro al contadino. L’Italia unita e solidale ce la può fare.

A cura di Francesca Nicoletti

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