In carcere: redenzione o distruzione?

Viaggio nel sistema italiano della detenzione, tra leggi e coscienza sociale, con lo scopo di ricondurre il dibattito in corso alla sintesi della dignità umana. Nonostante tutto.

Celle anguste e buie, sudiciume e cattivo odore, letti a castello e materassi per terra, volti spenti e tristi, occhi sbarrati alla ricerca di un sorriso, solitudine e orologi che segnano sempre la stessa ora. Uomini, donne e i loro bambini, giovani senza speranze, italiani e stranieri, vite diverse accomunate dalla stessa sofferenza. Non è un film horror: sono le carceri italiane e il dramma del sovraffollamento carcerario. Le prime esperienze carcerarie nascono nel XVII secolo, a Firenze, con il San Filippo Neri; poco più tardi a Milano vengono realizzati il carcere di correzione per i reati minori e un “ergastolo”, dove viene sviluppata la separazione cellulare, poi gli istituti di pena organizzatisi sempre più nel corso del tempo, fino al modello attuale. In Italia, oggi, si contano meno di 200 carceri dislocate su tutto il territorio. Il sistema penale, nel corso della storia dell’Italia unitaria, ha vissuto momenti di attenuazione del rigore nel periodo del codice Zanardelli (che il 1° gennaio 1890 sostituì il codice penale sabaudo, applicato dopo il 1861) ma anche, con l’avvento del fascismo, di forte rigidità. Il detenuto visto come un nemico dello Stato da isolare con lunghe permanenze in carcere, la pena letta nella sua essenza fortemente punitiva come risposta al reato commesso. Quelli che seguono all’entrata in vigore del codice Rocco, sono anni duri per i detenuti, con un massiccio controllo delle carceri, restrizioni e punizioni esemplari. Nel 1948, però, entra in vigore la Costituzione che, con il suo art. 27, è un faro che fa luce su un sistema eccessivamente oscuro. A illuminare un sistema buio e repressivo, interviene, in più di un’occasione, anche la Corte Costituzionale, con l’abrogazione e la modifica di alcune norme del Codice Penale, obsolete e pregnanti di una forte ideologia fascista. Il carcere non è più solamente un luogo punitivo, è una questione sociale. Il detenuto, prima di essere un reo, è una persona, un essere umano che soffre, le cui giornate hanno sempre lo stesso ritmo lento e monotono: ore 7:00 sveglia e conta, chi lavora è fortunato e può uscire dalla cella; ore 11 pranzo, in piedi o seduti non fa differenza; nel pomeriggio l’ora d’aria e i colloqui (per i più fortunati); ore 17:00 cena, quasi come fosse una medicina. L’art. 27 della Costituzione italiana parla di “rieducazione” e di “reinserimento”: verrebbe da pensare che il costituente fosse amante dell’utopia! O, piuttosto, sono la società e le istituzioni che hanno abbandonato il detenuto in balia di un sistema ancora troppo rigido e diseducativo? Ma, oltre facili rappresaglie nei confronti delle nostre istituzioni, proviamo anche a mettere una mano sulla nostra coscienza: con quali occhi guardiamo il detenuto? Con disprezzo, condanniamo senza riserva. Ed è proprio dalla società che bisogna partire, rieducandola nell’idea che il detenuto è un uomo. Il carcere, così come è vissuto, non è l’ancora della salvezza per una società che ha paura e non le dà sicurezza; al contrario, genera un alto tasso di recidiva, segno di un processo rieducativo fallimentare. L’istituto di pena autoritario, antitetico all’art 27, non restituisce una persona “pulita”. Al contrario, un uomo disorientato, pronto a commettere un nuovo reato. Alcuni detenuti varcano la soglia con le loro gambe ma la solitudine, la sofferenza, il rimorso e la mancanza di speranza li porta al suicidio. Il detenuto è spesso portato all’autolesionismo non solo per le condizioni di vita nel carcere, ma piuttosto per la paura di un futuro incerto e privo di aspettative. Con la riforma del ’75 del sistema penitenziario sembrava trapelare un barlume di luce: l’esecuzione della pena detentiva è stata proiettata all’esterno del carcere, con possibilità di lavoro all’interno e non solo; è stato dato un forte impulso all’istruzione e alle attività culturali e sportive, nonché all’introduzione delle misure alternative alla detenzione. Ma per molti aspetti tutto questo è rimasto mero inchiostro su carta. Dalle associazioni di volontariato non sono mancate le proposte alle istituzioni della Repubblica per contrastare il dramma del sovraffollamento carcerario. Tra le possibili soluzioni, l’abrogazione della ex Cirielli (che punisce duramente i soggetti recidivi) e della legge Fini-Giovanardi (contro la detenzione e l’uso di sostanze stupefacenti), l’estensione delle misure alternative e l’introduzione della messa in prova anche per gli adulti. Talune delle suddette proposte sono state accolte di buon grado dal legislatore. Si pensi all’istituto della messa alla prova per adulti, di recente introduzione, che prevede al ricorrere di determinati presupposti la sospensione del processo penale durante cui l’autore di reato è sottoposto a un trattamento finalizzato al reinserimento in società. L’intento è quindi quello di impedire l’ingresso in carcere in ipotesi di commissione di reati bagatellari, proprio in ragione dell’effetto criminogeno che il carcere può avere. Insomma, capovolgendo l’incipit del terzo canto dell’inferno di Dante: riempitevi di speranza, o voi che entrate. Già, perché le energie presenti in campo sono molte e tutte remano verso un’unica direzione: far riappropriare i detenuti della propria dignità. La dignità che spetta loro come a tutti gli esseri umani. Nonostante tutto.

A cura di Viviana Rosito

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