La letteratura di Fo in omaggio a Dylan

L’addio al poliedrico artista italiano, già premio Nobel, nel giorno dell’assegnazione dello stesso riconoscimento al cantautore americano.

Dario Fo, l’eterno e sommo giullare che nella sua vita aveva indossato le vesti dello scrittore, del drammaturgo, del regista, dell’ attore, dello scenografo, del pittore, ma anche dell’attivista politico, si è spento lo scorso 13 Ottobre all’età di 90 anni. Nello stesso giorno, si è diffusa la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, cantante e cantautore statunitense, famoso per la diffusione di messaggi pacifisti e in sostegno della causa dei diritti umani, sotto decisione dell’ Accademia Svedese, che, ogni anno, assegna tale riconoscimento, lo stesso di cui era stato insignito proprio il Maestro Fo, nel lontano 1997. L’annuncio ha destato immediatamente stupore e scandalo, concretizzando la possibilità che, anni addietro, era stata orridamente paventata, soprattutto nell’italiana terra di grandi poeti e letterati, quando le scommesse sulla candidatura e vittoria di Dylan, lasciavano presagire un futuro definito quasi maleducato, inopportuno, provocatorio e avulso da quel seme di sacralità che la letteratura suole profondere. I due artisti, che sembrerebbero incarnare poli opposti e irraggiungibili di una stessa cerimonia, sono emblema, in realtà, di due stili che, se pur in modi e forme diverse, hanno contribuito alla ricchezza del patrimonio culturale mondiale indissolubilmente: Fo, che con la sua “tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”, e Dylan, “per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”, incarnano entrambi il valore di una forma d’arte nuova, scevra e liberata dal dispotismo del canone, che abbraccia profili e contenuti nuovi, che non nasce scritta o pregna di parole, ma che è concepita con i suoni, con la voce, con la mente e con il corpo. La casualità con cui il nobel a Dylan e la morte di Fo abbiano coinciso, si carica, in realtà, di un enorme valore simbolico, che attesta quasi il passaggio da un maestro all’altro, lo scambio di ruoli, l’eredità dell’uno sull’altro. Le polemiche sterili e pretenziose che hanno messo in discussione la nomina del cantante adducendo come motivazione “una canzone non è letteratura”, o che si sono appellate all’impossibilità dello stesso vincitore a recarsi alla cerimonia di premiazione, congedandosi con una lectio magistralis da leggere quel giorno e con l’invito inoltrato a Patty Smith a interpretare una delle sue più celebri canzoni, testimoniano il riflesso di un contesto culturale ottuso e ripiegato su se stesso, incapace di uno sguardo d’insieme che riconosca l’inestimabile levatura di Dylan e che lo accosti alla capacità, propria anche dello stesso Fo, di contribuire con le proprie opere ad una parvenza di utopia, alla testimonianza indelebile di sogni, delusioni e rabbie dei nostri tempi. La polvere che avvolge e inghiotte i libri di poeti e scrittori, rischia di raggrinzire anche le menti di chi dovrebbe star al passo coi tempi e riconoscere che la letteratura o la qualità poetica di quelli come Montale, Ungaretti e altri ancora, è forse giunta al capolinea, che fregiare Dylan di un simile riconoscimento non è un’offesa ai miti della tradizione, né ad uno come Fo, che ha cementato la propria vita e la propria casa con l’arte della parola. Omaggiare, ricordare e innalzare a bene sempiterno un uomo che in vita ha patito censura e sdegno come fame e miseria, per poi rivoltarsi, incupirsi e opporsi strenuamente alla vista di un pubblico onore reso ad un altro, tra quelli raffinati, profondi, geniali e grandiosi che, con riservatezza e sincerità, ha trasposto nelle sue diverse forme, un modo diverso di concepire ciò che, ad oggi, gli è valso il Nobel per la letteratura, è pura e semplice ipocrisia. Che sia la dicitura “per la letteratura” a suscitare cotanto disappunto, è irrisorio: finanche la poesia, per questo, dovrebbe esserne esclusa. Ciò che conta, ad un’analisi profonda e cosciente, è riconoscere il valore di un uomo di teatro, di un pittore, di un cantante o di uno scrittore, quando questo travalica gli imperscrutabili meandri del sentire, quando penetra fin nel profondo le ragioni dell’essere e quando, sotto forma di recita, di musica, o di lettere stampate, insegna a sopravvivere.

A cura di Stefy Bertucci

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