L’embargo della storia

Dalla Sierra Maestra a Miami: mezzo secolo di storia di Cuba, del mondo, e il dovere di raccontarla.

È sera, quando sull’isola caraibica giunge la notizia della morte del Comandante Fidel. È sera anche a Miami, a Little Avana. È il 25 novembre 2016. Uno dei personaggi più influenti del Novecento, il più odiato dagli Stati Uniti d’America, se n’è andato. A Cuba, la tristezza si fonde con la disillusione. I primi intervistati sembrano subito voler mettere in chiaro una cosa: la storia di Castro la raccontano loro e la difendono. A Miami, infatti, gli immigrati cubani degli anni ’80 e ’90, sono già tutti in strada a festeggiare la “fine di un’epoca”. Due facce di mondo, opposte, ma entrambe figlie della stessa storia. La rivoluzione cubana, meglio chiarirlo subito, è una pagina controversa, che va studiata e capita. È l’8 gennaio 1959, all’Avana è l’ora della rivoluzione: Fidel Castro, partito dalla Sierra Maestra, arriva nella capitale con gli altri “Barbudos colti”, gli eroi della sovversione della dittatura di Batista, tra i quali spiccano il fratello Raul, Ernesto Guevara e Camillo Cienfuegos. La rivolta, autoproclamatasi “umanista”, dopo alcuni mesi caotici, assume definitivamente i connotati socialisti, soprattutto dopo il tentativo americano (1961), fallito, di rovesciare la stabilità politica dell’Isola, con il famoso sbarco nella Baia dei porci. Si stipulano gli accordi commerciali con la Russia (già dal 1960), si interrompono quelli con gli Stati Uniti: è l’embargo più drammatico e duraturo della storia contemporanea. Sono gli anni della “crisi dei Missili”, dei rapporti politici non sempre idilliaci con l’Unione Sovietica. Il regime castrista inizia ad adottare una serie di politiche di nazionalizzazione e specializzazione industriale, di collettivizzazione agricola, non prima di una campagna di alfabetizzazione e un prog e t t o d i i s t r u z i o n e p u b b l i c a all’avanguardia. I primi emigranti cubani, non a caso, sono solo quei proprietari terrieri espropriati, o sostenitori del regime di Batista. Ma Cuba si distingue, soprattutto, per il modello sanitario: riduzione drastica della mortalità infantile, cure sanitarie minime e gratuite per tutti, ricerca farmaceutica specializzata, l’aspettativa di vita allungata. Le differenze con gli altri Paesi dell’America latina sono evidenti. Tuttavia, lo sviluppo dell’Isola non spicca il volo: troppo pesanti l’embargo economico, che negli anni diverrà un vero e proprio isolamento, e il divieto di viaggio a Cuba per tutti i cittadini americani. Probabilmente, questa difficoltà di sviluppo, l’impossibilità di esportare le proprie primizie e la necessità di importare troppe materie prime, unite all’ostilità internazionale e politica delle potenze occidentali, renderanno più aspro il regime e più difficile lo sviluppo democratico che la rivoluzione dichiarava tra i suoi primi obiettivi. Un regime, quello cubano, che resterà sempre monopartitico, ostile verso gli oppositori, verso gli omosessuali fino a qualche decennio fa, e che bandirà ogni tentazione capitalistica. Un regime che, allo stesso tempo, però, ha garantito un miglioramento delle condizioni di vita ai propri cittadini e ha giocato un ruolo fondamentale nella politica estera. Come sarebbe il Sudamerica, oggi, senza quella rivoluzione? Salvador Allende sarebbe stato mai eletto alla guida del Cile, prima di essere destituito dal solito colpo di stato militare finanziato dagli Stati Uniti? Quanto peggiori di oggi sarebbero le condizioni di vita di quei Paesi e quanta libertà politica avrebbero rispetto agli Usa? Sono solo alcune domande che, per dovere di cronaca, bisognerebbe porsi. Così come chiedersi che ne sarebbe stato di tutte le rivoluzioni successive, del mito stesso della rivoluzione, senza i guerriglieri cubani, senza Castro e il “Che”. Fidel Castro, dal canto suo, ha incarnato sempre un’immagine di leader autoritario ma non egocentrico, non autocelebrativo ma riconoscente verso i compagni della rivoluzione. Soprattutto, Castro è stato un leader popolare, nell’interezza di questa espressione: acclamato dal suo popolo fino e dopo la sua morte; osteggiato, senza pietà, dai suoi nemici politici (ha sopravissuto a centinaia di attentati); affascinante per i popoli vicini e lontani, per gli storici, e persino per i Papi (gli ultimi 3 hanno tutti visitato Cuba e incontrato Castro). Addirittura Obama non ha mancato di riconoscergli pubblicamente i meriti storici. Proprio per questo, adesso che il comandante Fidel non c’è più, adesso che Cuba è ben avviata verso una democratizzazione interna e un recupero di relazionalità internazionale, appare stridulo il tentativo di certa informazione e commenti oscurantisti, che vorrebbero revisionare la storia della rivoluzione cubana e del suo capo politico. Ognuno ha il diritto di giudicare in base a quel che crede, così come ognuno ha diritto di credere nel progresso di Cuba o solamente di condannarne il regime, ma nessuno può accettare che la storia sia raccontata a pezzi o che debba essere scritta dai più potenti. L’embargo economico di Cuba, per quanto dannoso, resta un provvedimento riconosciuto dalle carte internazionali. Rimuovere la storia di Cuba è, invece, un embargo intellettuale che nessuno può permettersi.

A cura di Giovanni Bozzo

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