Modello USA e getta

Dalla partita americana al nuovo ordine occidentale: analisi quasi seria della sfida tra sistemi e (anti)sistemi.

Che ne è stato della più grande democrazia del mondo e del sogno americano? Sono in pericolo o non sono mai esistiti? Donald Trump è parte del problema o è la soluzione? Continuiamo a porci delle domande, più o meno intelligenti, sulla vittoria inaspettata del Tycoon, che nella sera del 9 novembre scorso è diventato il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, succedendo a Obama, in una serrata battaglia con Miss Hillary Clinton. Nel mentre, però, proviamo a dare qualche risposta immediata che ci tranquillizzi o ci deprima totalmente. A proposito, bisogna per forza essere terrorizzati? Vediamo. Intanto, patti chiari: qui non troverete i risultati contea per contea, l’assegnazione dei grandi elettori, profezie dei Simpson, il segreto dei capelli di Trump. Uno dei pochi dati che leggerete è che la candidata democratica, Hillary Clinton, ha perso le elezioni nonostante abbia ricevuto oltre due milioni di voti in più del suo sfidante repubblicano. Strano? Sistemi elettorali, bellezza! La vittoria di Trump è legittima, astenersi complottisti. Come ci siamo arrivati? La campagna elettorale, a detta degli esperti (sì, sono gli stessi che non hanno azzeccato un sondaggio, ok) è stata una delle più terrificanti che si ricordi: insulti, indagini Fbi, polmoniti, dichiarazioni dei redditi. E poi c’è stata la campagna di Trump, che meriterebbe un inserto speciale per i prossimi 16 numeri. Sintesi: costruzione di muri, blocco totale dell’immigrazione, sostegno dal Ku Klux Klan, sessismo a pranzo e cena, svariato “putinismo”, e, colpo di genio, propaganda su riduzione tasse e riscatto delle classi deboli, nonostante sia uno dei più riconosciuti evasori e un povero probabilmente non l’abbia mai visto. Basta questo per dire che Hillary Clinton era la presidente giusta? Nient’affatto. La democratica, per perdere contro uno così, doveva essere la peggior candidata possibile al dopo Obama. E infatti lo era. Oltre ad aver condotto una campagna moscia, l’ex Segretaria di Stato, è stata subito identificata come un’ultraconservatrice, difensore delle elite finanziarie, concausa delle crisi mediorientali e della nascita dell’Isis. Mica male. Ma i nostri duellanti partono da lontano, e un segnale di ciò che sarebbe accaduto, forse, poteva leggersi già nella campagna per le primarie nei rispettivi partiti. La democratica ha sofferto ben oltre le aspettative contro il suo outsider, tale Bernie Sanders, che proponeva istruzione e sanità gratis per i più poveri, che predicava pace e socialismo (in America, non è uno scherzo). E molti sono pronti a scommettere che, se avesse concorso lui per la Casa Bianca, avrebbe battuto Trump. Quest’ultimo, invece, ha viaggiato a gonfie vele contro i suoi avv e r s a r i r e p u b b l i c a n i , n o n o s t a n t e l’establishment del partito l’osteggiasse apertamente. Segni, questi, che da una parte il partito democratico non ha avuto coraggio fino in fondo, e che alla prosecuzione di un’epoca progressista con un’altra più sociàl che democratica, ha preferito una proposta moderata. Dall’altra, il partito repubblicano che affrontava una delle più gravi crisi di consenso della sua storia, proprio a causa di questa mancanza di credibilità, ha offerto il fianco ad un personaggio amato, appunto, per non sapere neanche cosa significhi “credibilità”. Ora, siete sicuri sicuri che il tanto decantato modello democratico americano abbia gli anticorpi contro autoritarismi e nuovi fascismi? Continuate a crederlo. Ma dove vince Trump e dove perde Clinton? Nelle zone rurali, probabilmente. In quelle lunghe e apparentemente deserte campagne, laddove, tra allevamenti e pompe di benzina, giurano di non vedere un delegato del governo, di qualsiasi governo, da anni, e di ogni dollaro di tasse in più, di ogni disservizio, sono pronti a dare la colpa agli abitanti delle città (la nuova elite) e all’immigrato messicano. Eh si. In tempi di crisi o comunque di diseguaglianze, funziona così. Trump ha sfruttato questo malcontento con una propaganda antigovernativa, sostenendo una maggiore autonomia fiscale della “classe rurale”. Tutto qui? Non proprio. Se la rabbia ha giocato un ruolo fondamentale nella vittoria di The Donald, va detto che non è solo lì che costruisce il suo consenso. Di certo Trump non vince grazie alla “working class” (locuzione ambigua per definire la classe medio-bassa), come ha erroneamente sottolineato più di qualcuno. Il voto repubblicano è sicuramente composto da bianchi adulti di medio reddito, per lo più uomini e meno istruiti, ma soprattutto dai ricchi, fino alle fasce di reddito altissime: qui Clinton se la gioca alla pari, per dire di come stava messa. Ma l’esito delle elezioni americane non può comunque essere derubricato a giorno di ordinaria follia. Obama ha delle responsabilità? Certo, soprattutto il suo secondo mandato ha deluso le aspettative delle classi deboli. Cos’altro può succedere? Molte di quelle riforme liberal sulle quali ha basato la propria politica, alcune passate solo per decreto presidenziale, adesso potrebbero essere cancellate dal suo successore. Capolavoro. Epperò, un po’ di follia c’è stata, eccome. Pare che più della metà degli elettori abbia deciso per chi votare solo nell’ultima settimana, o pochi giorni prima. Voto d’opinione? In America c’è sempre stato, ed aumenterà proporzionalmente con la riduzione delle differenze di prospettive tra i due poli. Ma è così in tutto il mondo: ormai si parla solo di sistema e antisistema, e in questo giochino, quasi sempre, l’antisistema è un prodotto scientifico del sistema. O non vorrete davvero credere che Trump, Farage, Le Pen, Salvini, con quelle storie politiche lì, vogliano fare la guerra ai grandi poteri finanziari? Fate come vi pare. L’impressione è che cadendo le identità politiche del secolo scorso, si siano rifomentate le identità nazionali. Gli egoismi e le diseguaglianze non sono più il problema da combattere ma valori da perseguire. Trump, in questo panorama, è stato maestro di comunicazione, sbarazzandosi di un avversario paradossalmente impreparato, anzi incosciente. E ora? Finirà il mondo o torneranno soltanto le bonifiche delle paludi e i treni in orario? Basta aspettare. C’è chi giura che Trump si modererà, e chi pensa che sarà un cane sciolto. La composizione della squadra di governo, per adesso, dice entrambe le cose. Ma non servirà molto tempo per capirlo. Però, sia chiaro, la direzione degli Usa è già segnata, così come quella di tutto il mondo occidentale. La finanza allegra e incontrollata, come dopo il 1929, produce mostri sociali ed economici che non si combattono con politiche di rigore neoclassico come in Europa, o troppo poco keynesiane come in America. Passi anche che gli elettorati attuali ignorino certe nozioni, ma l’economia reale si misura sulla loro pelle e nelle loro tasche, e certe cose si capiscono da sole. Poi, però, cambiano le risposte, da soggetto a soggetto, e ad oggi, c’è da crederci, sono molto influenzate da un opinionismo dilagante che sui social network corre incontrollato, vero deterrente di studio e buona informazione. Così il voto sarà sempre più polarizzato e inconsapevole, e irragionevole. La soluzione? Non è l’abolizione del suffragio universale solo perché ha vinto il candidato “strano”. Sciocchezze. La soluzione è forse un nuovo-vecchio modello politico, non quello americano, buono, appunto, finché fa comodo. Magari un modello in cui la sinistra, qualsiasi cosa questa parola voglia dire e con le connotazione tipiche locali, torni ad essere tale, e la destra resti quella che è sempre stata, non cedendo il passo ad improbabili capipopolo. Retrò? Anche troppo, ma c’è solo nebbia all’orizzonte, e lampi e tuoni. Allora, si riaprano i libri di storia: hanno sempre una risposta, seria.

A cura di Cristian Mauro

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