Revenant, di Alejandro G. Inarritu

Il redivivo Alejandro G. Iñárritu, sopravvissuto all’incetta di premi conferitogli (giustamente) per l’opera alare che va sotto il nome di Birdman, si avventura, quasi a un anno a quella parte, nell’esperienza più dura e faticosa della sua egregia carriera di regista.

E splorare la Natura, viaggiare per ore e ore tra lande desolate, sconfinati territori gelidi, ostili e inospitali, popolati dalla ferocia istintiva della bestia, della Terra che brontola e (ci) si rivolta contro. Revenant è un (“il”) film sulla Natura, indaga nella sua stessa “natura” di essere vivente incontrollabile e incontrastato, dotato di una sconfinata bellezza, estremi paesaggi al limite dell’immaginazione dove l’occhio si perde all’orizzonte osservando quel sublime splendore, quell’incanto indescrivibile che solo i colori risplendenti di terre vergini e pure potranno mai offrire. La Natura è forte, la Natura è possente e non esisterà uomo o creatura in grado di tenerle testa, di esserne all’altezza, di competere con l’incanto, con la ferocia, con l’indifferenza e la brutalità di disastrose rivoluzioni ecolgiconaturalistiche. Iñárritu è un regista capace, un uomo intelligente che conosce, sa e comunica saggiamente con il suo pubblico offrendo uno spettacolo visivamente ineccepibile, dove il suo virtuosismo registico e l’occhio umano (e che occhio!!) del collaboratore e stretto amico Emmanuel Lubezki si fondono in una amalgama perfetta di colori e sensazioni, l’emozione incredibile di trovarsi di fronte al concepimento di un progetto di ardua fattura, portato a termine con maestria da una crew di professionisti, dediti appassionati al loro mestiere di creare/costruire struggenti emozioni. A far brillare ulteriormente il progetto basta la presenza dell’inossidabile Leonardo di Caprio, il cui nome scuoterebbe senza troppi intoppi le fondamenta di quel mondo che lui stesso andò conquistando in questi oltre vent’anni di fatiche e piaceri hollywoodiani. Ma è un film, il suo film, che vuole certo conferire prestigio a quel volto angelico del passato, la sua avventura verso l’ignoto, vita vissuta in quell’inesplorata realtà in cui l’uomo, noi uomini, trovò (trovammo) la luce tempo addietro, convincendosi in un lontano futuro di essere il domatore di un sistema indomabile. Di Caprio aumenta gli sforzi di uomo, super eroe attore disposto ad esporre il suo fisico alle condizioni più disparate e impensabili per adempiere ad un compito importante, il suo compito, la soddisfazione di aver vinto una sfida estrema, l’ottenimento di qualcosa che trascende il semplice svolgimento di un lavoro e varca le soglie dell’impagabile compiacimento dell’aver dato ascolto al proprio cuore, laddove la volontà (scaturita da passione smisurata) riesce più di qualsiasi altra cosa. Impresa notevole, straordinaria interpretazione affaticata da quel corpo martoriato zampillante di sangue rosso rossissimo, ammutolita da quel diabolico quanto tenero orso che impara la ferocia dalla Natura stessa che lo ha concepito, per riversarla sull’inerme corpo di quello sfortunato esploratore che risponde al nome di Hugh Glass. Di Caprio è muto, Di Caprio parla aiutato dai suoi bellissimi occhi azzurri, il corpo ferito e martoriato implora più di ogni parola, comunicazione che si regge su sguardi persi e doloranti che racchiudono il più grande dolore che una creatura possa mai provare. Di Caprio è privo di tatto, immune a sofferenza fisica, un corpo ormai interamente ridotto a brandelli di carne ambulante che vagano per le lande desolate del North Dakota in cerca di vendetta. Non esiste male maggiore, dolore più forte che la perdita del proprio amore, l’allontanamento precoce e inaspettato del proprio figlio che rafforza e irrobustisce il corpo di Di Caprio/Glass rendendole (quasi) immune al dolore fisico. Cosa c’è di peggio che spezzare il proprio cuore. Un essere già morto, ormai redivivo e privo di dolore, alimentato da sete di vendetta verso un’anima maligna e vivente, causa scatenante di tanta volontà e resistenza ed immortalata dall’ex uomo con la maschera di Christopher Nolan. Villain folgorante, autentica “bestia da cinema” ascritta a tal dimensione iñárrituana che si converte in una delle più convincenti interpretazioni di Tom Hardy. Miracolosa la penna del messicano, facendo di tal personaggio il più avvincente, scritto impeccabilmente facendone brillare l’istrionica favella, contrapposizione netta di mugolii e versi straziati di un Di Caprio che, nonostante bravura ed impegno, non firma la sua miglior performance. Film dallo scheletro sottile, corpo minuto e fragile rivestito da cotanto spessore virtuoso che impedisce al gelo di permearne la tenue trama. Banale si ma mai banalotto, mantiene i confini narrativi e stilistici con eleganza senza sfociare in irritanti classicherie da revenge-movie ignoranti e muscolosi a cui noi tutti siamo fin troppo allergici. Forte l’impronta western, riscontrata in situazioni e contesti collocati agli albori del genere; avventura dis-avventura permeata da continui rimandi all’immaginario, costellazioni di pensieri scavati in profondità nella mente umana e collegabili allo Hugh Glass dei tempi passati, cuore affranto da traumi incessanti, influenzanti il tragico futuro ancor prima di aver tracciato un solco nel presente che egli vive. Dimensione onirica pervasiva che ruba dal modello malickiano l’osservazione e la meditazione di particolare e dettaglio, dove a parlare sono le immagini mute di uno spettacolare spettacolo tutto al naturale. Dimensione contemplativa sull’essere interiore, valori ascrivibili alla propria indole di barbaro e/o civile, ambivalenza perfetta di società improntante  a violenza e crudeltà. Viaggio esplorativo dell’appartenenza, identità e giustizia relegate nelle mani del Dio giusto, unico detentore della punizione e del castigo. Iñárritu regista saggio e silenzioso, contempla l’incontemplabile, osserva l’inosservabile, panorama in cui è libero di osare, di strafare l’impossibile speranzoso di imporre la Sua come una visione autoriale a tutto tondo. Meraviglia imperfetta del messicano, cede nella ridondanza, pecca nella smisurata voglia/ bisogno di abbagliarci mostrando un sempre più martoriato Hugh Glass, vittima perseguitata di ciò che di peggiore possa capitare, corpo agonizzante che procede a stenti la cui contemplazione innescherebbe lo stupore immediato, immediata sintonia con quel Di Caprio che a conti fatti “è stato proprio bravo, si merita l’Oscar”. Troppo che stroppia che si intoppa e si storpia, il film dei silenzi, delle esagerazioni e dell’estremo. Film (anche) dell’ingiustizia, dell’inganno e dell’ingenuità, imperdonabile anomalia di un sistema pretenzioso; sacrificare il sacrificabile, togliere pezzi da un puzzle intricato semplificandone l’esito non di poco. Penso a quel Capitano, Domnhall Gleeson barbuto e maturo e piacente apparente cinquantenne, silurato con troppa faciloneria da un Iñárritu frettoloso, impaziente di immortalare lo scontro tra titani. Fine indecente, prevedibilità di una morte indegna telefonata a distanza abissale, scempi che a professionisti non si perdoneranno mai. Penso alla vendetta, elemento focale di un film silenzioso, contemplativo e poco attento al minimo indispensabile ma pronto e vigile nell’esasperazione del massimo pensabile. Fulcro del misfatto, nocciolo della questione rappresentato dal poco percettibile legame di sangue padre-figlio, riduttivamente espanso in un arco di tempo favorevole all’espansione e altro ancora. Penso a Revenant, al viaggio percorso e al freddo avvertito, immedesimazione perfetta di un’opera imperfetta palpabile e reale. L’emozione c’è, se ne avverte il rumore, la forza, la quantità. L’emozione pervade lo schermo, la sala e la gente inorridita che domanda perplessa come Glass vivesse senza l’antitetanica. L’emozione è più grande ed è incontenibile, di fronte ai quadri di Lubezki, ai piani sequenza di Iñárritu, al misticismo sconvolgente e rassicurante. In sala sta nevicano, è arrivata anche qui, forse è solo l’impressione di trovarsi altrove. Voto 8-

A cura di Alberto Nisi

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