L’orfanotrofio degli orrori

Un timido tentativo di spiegare l’assurda storia dell’istituto irlandese in cui centinaia di bambini hanno perso la vita.

Nel periodo compreso tra il 1925 e il 1961, l’istituto di Tuam, a Galway in Irlanda, gestito dalle suore del Bon Secours diventa sede di alcune delle più grandi atrocità compiute dal genere umano. Circa ottocento bambini ospitati all’interno dell’orfanotrofio sono stati uccisi. Bambini che, affidati all’istituto per necessità di cure e di affetto, hanno subito una se- rie di ingiustizie inspiegabili. La maggior parte di loro ancor prima di dire addio a quel- la che poteva e doveva essere la propria vita, ha dovuto subire abusi, maltrattamenti e cure non adatte, se non del tutto inesistenti, che si aggiungono alla malnutrizione e a quel contorno che fa di tutto ciò un contesto macabro e disastroso. Bambini di età compresa tra le trentacinque settimane e i tre anni separati dalle proprie madri, costrette a lavorare per saldare le spese dell’istituto. Uno scenario a dir poco agghiacciante. Ma perché? Come non ci si può fermare davanti a degli occhi innocenti? Sicura- mente non è facile spiegare il motivo per cui qualcuno abbia anche solo pensato di commettere tali atrocità, ma è forse più facile provare a capire perché tante altre persone lo abbiano seguito: si fa riferimento a quella che può essere definita “deindividuazione”, cioè la riduzione della responsabilità di un individuo all’interno di un gruppo, dove alcune situazioni possono ridurre la capacità di astenersi da un comportamento aggressivo e insolito. Molto probabilmente le persone coinvolte sono state, in un certo senso, ammaliate da chi aveva un ruolo di dominio su di loro, per cui si sarebbero sentite in dovere di obbedirvi. Le azioni commesse spesso non sono attribuibili alla personalità dell’individuo ma devono essere inserite in un contesto in cui alcuni fattori ambientali e sociali hanno una forte influenza su ogni decisione. È possibile, infatti, che si possa verificare una sorta di sottomissione all’autorità in cui il con- testo riesce a mutare le decisione degli individui che non dipendono più da quelle che potrebbero essere le vere e proprie intenzioni. Il fatto che così tante persone si siano prestate ad essere complici di questa terrificante storia, può essere spiegato tirando in ballo quella che è la diffusione della responsabilità: pensare che in presenza di tante altre persone collaboranti, la responsabilità dell’azione commessa non ricada sull’individuo stesso ma venga quasi distribuita all’interno del gruppo. Ovviamente, la gravità dei fatti, non ammette giustificazioni teoriche, ma potrebbe quantomeno trovare una spiegazione. Ciò che viene spontaneo chiedersi, è come sia possibile che nessuno si sia accorto mai di nulla. Probabilmente qualcuno sospettava ma non ha avuto il coraggio e la sicurezza di parlarne. Questo silenzio, se si fosse interrotto prima, avrebbe potuto evitare una tragedia. Di certo, é importante che una cosa del genere non accada mai più, comprendere che la propria personalità, anche se deve essere confrontata con quella altrui, non deve mai sottomettersi. Ciò, anche in certi casi assurdi, potrebbe costituire un freno alla follia degli altri.

A cura di Maria Lucia Maiuolo

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