L’universo femminile: un bene dell’umanità non apprezzato.

Cosenza, 8 Marzo 2017, #nonunadimeno: Corso Mazzini tinto di nero e fuxia per manifestare contro la violenza di genere, ma soprattutto contro la violenza sulle donne.

Offese, umiliate, denigrate, sfruttate, violentate, annientate psicologicamente e nel peggiore dei casi uccise. Ancora oggi, nel 2017, si avverte in tutto il mondo la necessità di manifestare contro la strage quotidiana che continua inesorabilmente a riguardare l’universo femminile. Non interessa se siano mogli, madri, figlie, compagne, fidanzate, semplici amiche, la figura femminile nel corso della storia ha sofferto le decisioni di una società prettamente maschilista, di un maschio decisore delle loro libertà, dei loro pensieri, della loro vita e, troppo spesso, della loro morte. L’emancipazione femminile è rimasta una mera apparenza formale perché, quando non si ha la libertà di lasciare il proprio uomo per paura di essere uccise, quando si ha la paura di sposarsi perché nessun azienda ti assume, quando non viene garantita la volontà di diventare madri perché si ha la certezza di essere licenziate, non è solo un problema di parità di diritti, ma di negazione dei diritti della persona. Sara, Debora, Vania, Rosaria ,Giulia, sono solo alcuni nomi delle 120 donne uccise nel 2016 in Italia, alle quali vanno aggiunte le tantissime altre vittime che hanno subito soprusi di ogni genere: dallo stalking ai tentativi di omicidio. Un altro nome, forse non molto conosciuto, è quello della sedicenne Lucia Perez seviziata e uccisa a Mar del Plata giorno 8 ottobre 2016 in Argentina.
Secondo i dati elaborati dalla Corte suprema dell’Argentina, in media viene commesso un femminicidio ogni 36 ore. Il brutale omicidio di Lucia Perez ha scosso le coscienze di molti e ha dato il via a grandi manifestazioni in tutte le principali città del Paese. Le donne, con indosso abiti di colore nero in segno di lutto, hanno scandito lo slogan #NiUnaMenos (neanche una di meno), chiedendo giustizia per tutte le vittime uccise. Proprio su questa ondata di protesta l’8 marzo scorso le donne di più di 40 paesi in tutto il mondo hanno deciso di scioperare unite in un movimento internazionale contro la violenza di ge- nere, ridando a questa giornata il suo significato originario, quello della lotta per la libertà. Tra questi 40 Paesi ovviamente l’Italia è stata presente e, per esempio, più di 150.000 persone hanno sfilato per le vie di Roma per protestare contro la violenza sessista. Anche la Ca- labria ha risposto molto positivamente promuovendo diverse iniziative, tra cui la marcia organizzata a Cosenza. Partito alle ore 17 da Palazzo dei Bruzi, per concludersi a Piazza Ken- nedy, il corteo colorato di nero e fuxia (colori scelti per contraddistinguere questa manifestazione), pieno di donne, uomini, bambini, striscioni, palloncini e matrioske, si è unito per dire basta alle problematiche cruciali che affliggono il mondo femminile, ormai da anni. Promossa dal Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino”, dall’Associazione “Mamma che Mamma” e dall’Associazione “What Women Want”, alla manifestazione hanno aderito tantissime donne di Cosenza e dintorni, del mondo associazionistico, dei movimenti, dei collettivi, dell’Università, della politica, del teatro e della musica, così come hanno dato adesione allo sciopero diverse sigle sindacali. «Oggi anche qui a Cosenza – dice Alessandra Veltri del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” – abbiamo voluto segnare una data importante. Il filo rosso che tiene uniti gli otto obiettivi che abbiamo ripetuto nel corso della manifestazione è la violenza alle donne, la discriminazione e quanto le donne subiscono, magari anche inconsapevolmente, tra le mura domestiche. Oggi noi siamo qui per rivendicare il diritto di una vita libera dalla violenza». La manifestazione pare aver messo in mostra una popolazione veramente consapevole del problema. Ma siamo sicuri che l’attenzione non sia stata solo dettata da un interesse momentaneo e fugace alimentato dal clima dell’evento? Il problema reale da considerare è il radicamento culturale della concezione della “donna”. In Italia, spesso, si considerano importanti alcuni temi solo se in un quel particolare periodo è di moda occuparsene, mentre poi tutto tende ad affievolirsi. Le aspettative di questa manifestazione, come di tutte le altre tenutesi in questo giorno, vanno proprio nella direzione di fare in modo che questo tema sia al centro del di- battito politico e sociale, per garantire a ognuno le libertà individuali. Così come obbligherebbe la Costituzione. La manifestazione si è conclusa in modo allegro con musica e balli senza allontanarsi dalla drammaticità del tema. Sono state, infatti, ricordate le lotte di donne discriminate non solo in quanto donne, ma anche per motivi etnici, facendo ad esempio riferimento al caso di Malala Yousafzai, giovane Premio No- bel per la Pace pakistana nel 2014 e simbolo dei diritti civili e della lotta per l’educazione.
Il lungo corteo lascia comunque l’amarezza che poteva essere più numeroso, ma la rassegnazione spesso allontana dai luoghi di partecipazione dove, attraverso il dialogo, si può costruire qualcosa per il bene di tutti. La necessità di partecipare attivamente a temi sensibili come la violenza sulle donne, per esempio, non dovrebbe accettare tentennamenti. Le nuove generazioni, da questo punto di vista, hanno il dovere di diventare parti attive della società, per combattere un sistema che non mette al centro la libertà dell’individuo ma gli interessi, comprendendo che l’unica strada possibile è non arrendersi allo stato delle cose, come insegna Martin Luther King: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni”.

A cura di Emma Caferro

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