Paradosso italiano

Perché è necessario parlare di testamento biologico, suicidio assistito ed eutanasia Perché in un Paese civile non si può confondere il sacro valore della vita con l’accanimento terapeutico, il diritto a morire con l’istigazione al suicidio e la pretesa di condurre una vita dignitosa con arrangiati disegni di legge che facciano da palliativi. Il filosofo David Hume nella raccolta “Sul suicidio e altri saggi morali” asserisce: «Io credo che nessun uomo abbia mai fatto getto della vita, finché valeva la pena di conservarla. Perché è tale il nostro orrore naturale per la morte, che motivi troppo lievi non potranno mai riconciliarci con essa; e se anche le condizioni di salute o fortuna di un uomo non sembrano richiedere tale rimedio, possiamo essere certi che chi vi abbia fatto ricorso senza ragioni apparenti era affetto da un’incurabile depravazione o tristezza di carattere, che gli avvelenava ogni gioia e lo rendeva infelice come se avesse subito le più gravi disgrazie». Era il 1777, ma ancora oggi, dopo secoli, prevale una bigotta e moraleggiante convinzione religiosa e cattolica secondo cui l’uomo è una creatura divina e il rifiuto della vita è la massima offesa che si possa infliggere al Signore, unico e solo fautore del momento fatidico, una posizione, questa, ben lontana da quella del non credente, convinto, di contro, che la vita sia in possesso di chi l’affronta ogni giorno e che, pertanto, possa essere rifiutata anche laddove non si manifestino ragioni evidenti, conformemente anche al pensiero di Hume. Resta, tuttavia, un dato inoppugnabile, cioè che il suicidio assistito è richiesto da chi vuole morire con dignità, senza gettarsi nel vuoto, sotto il treno, spararsi, impiccarsi o annegarsi, da chi è soggiogato dalla malattia, senza possibilità di cura, seviziato dal dolore incessante, impossibilitato nell’avere il controllo di se stesso, privato di qualsivoglia istinto di sopravvivenza. Quando si parla di suicidio assistito, eutanasia, testamento biologico, si dovrebbe compiere lo sforzo sovrumano di relegare in un angolo l’etica, la morale, la politica, la religione, qualsiasi convinzione o convenzione sociale, dati biologici e di natura, giustificazioni o considerazioni aberranti e pensare, unicamente pensare, per un solo istante, a cosa sia davvero la malattia e a come sia possibile imparare a conviverci, senza speranze di guarigione, senza possibilità di futuro. Bisognerebbe stendersi sul letto, legandosi i piedi e le mani, bendandosi gli occhi e stringendo un panno tra i denti e sforzarsi di resistere un giorno, ma anche un’ora soltanto. Bisognerebbe davvero capire come si impara a sopperire, nella propria mente, all’istinto di grattarsi il naso quando prude, di correre verso il bagno quando scappa la pipì, di trattenerla quando non si può andare in bagno, di pulirsi la bocca quando ci si sporca, di fare una carezza al proprio figlio quando lo si vede piangere, di cercare negli occhi della persona amata un po’ di colore a quel grigio. Come si rinuncia all’istinto? Come si soggiace all’essere inermi? Come si acuisce il bisogno fisiologico di nutrirsi, di bere, di dare un bacio, di masticare una gomma, di lavarsi, di coprirsi se si è nudi, di mantenersi pudichi e non in esposizione come carne al macello? Come si puòconvivere con la consapevolezza di costringere, in quello stesso letto, anche la famiglia, gli amici, testimoni di un simile supplizio e sacrificio? O come si potrebbe mai sopportare che chi si ama di più in tutto il mondo, si trovi lì, con gli occhi agognanti, fermi, il volto percosso dai fatti e contorto dal dolore? Come si
potrebbe mai giustificare un simile egoismo? Il corpo che cambia, che si deforma e deturpa, soppresso e costretto ogni minuto di ogni giorno, nelle stesse posizioni, contrito, umiliato, privato, mentre la mente è lì, attiva, funzionante, consapevole e cosciente quell’atroce massacro, costretta a rimuginare, a sentirsi schiava di se stessa, senza via di fuga. Che per sentirsi liberi, che per svincolarsi dallo svilente fardello delle proprie membra, si debba fuggire, allontanarsi, evadere, cercare ausilio altrove, tra le braccia di concittadini che non hanno il volto dei propri cari, che non parlano la lingua della propria casa, ma che finalmente odorano di salvezza, è quanto di più triste e umanamente ingiusto si possa immaginare in una società facente parte
di quelli che, ad oggi, si chiamano Paesi sviluppati, Paesi occidentali detentori del progresso, garanti dei fondamentali diritti dell’uomo e del cittadino. La paura di morire è, di per sé, la più grande paura che attanaglia l’uomo, perché rappresenta la fine di ogni piacere o dolore che si è sperimentato, la fine di sensazioni e pensieri, dell’esperibile quanto del conoscibile; essa inquieta, turba, atterrisce, perché è ignota, avulsa da preparazione e consapevolezza, identificabile solo col buio più cupo. È questo il punto fondamentale. Cosa può spingere un essere umano a inoltrarsi nel labirinto senza uscita della morte? A desiderare di non tornare indietro, di rinunciare, di smettere di combattere, di cancellare come con una spugna le macchie di un’esistenza crocifissa ma anche piena, di sopprimere e soffocare ogni istinto di autoconservazione per disperdersi
poi nel vento, nel vuoto? Cosa può giustificare una simile scelta? Neanche il coraggio. Solo un ancestrale desiderio e bisogno di vivere misto all’amara consapevolezza di non poterlo più fare. Perché, allora, negare anche l’unica cosa che si è ancora in grado di scegliere di poter fare?
La cronaca
«Il testamento biologico è lo strumento necessario per manifestare
la propria volontà a proposito dei trattamenti sanitari ai
quali si potrebbe essere sottoposti nel momento in cui, per incidente
o malattia, le condizioni di salute fossero precarie e la
situazione dell’organismo non permettesse più al soggetto di
esprimersi. E’ definito anche “Direttive Anticipate di Trattamento”
(DAT). Solitamente si tratta di un testo firmato attraverso
il quale un individuo adulto in condizioni di lucidità
mentale dichiara quali sono i trattamenti sanitari che vorrebbe
ricevere e quali invece rifiuterebbe (somministrazione di farmaci,
sostentamento vitale, rianimazione, etc.) se le sue condizioni
di salute fossero gravemente compromesse e non fosse
più in grado di intendere e di volere». Così riporta il sito ufficiale
http://testamentobiologicoonline.it/. Ad oggi, tuttavia,
sebbene gli articoli 13 e 32 della Costituzione Italiana sanciscano
rispettivamente che «La libertà personale è inviolabile»
e che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto
dell’individuo e interesse della collettività (…) Nessuno
può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se
non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso
violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»,
non esiste, di fatti, in Italia, una legge sul “fine vita” o una
normativa regolamentare sul testamento biologico. Il dibattito
incentrato sull’eutanasia, sul testamento biologico e in generale
sul diritto all’autodeterminazione e all’eventuale scelta di
sottrarsi ai trattamenti medico-sanitari allo scopo di porre fine
alla propria vita, affonda le proprie radici nelle vicende di
Piergiorgio Welby, l’uomo diventato simbolo della lotta a favore
dell’eutanasia, e di Eluana Englaro, morta per la sospensione
dell’alimentazione e dell’idratazione che la tenevano in
vita, dopo 17 anni trascorsi in stato vegetativo permanente,
grazie all’estenuante lotta condotta dalla famiglia contro la
magistratura italiana, la Corte Europea, il Governo, i cattolici
e numerose associazioni per undici lunghissimi anni durante i
quali si sono succeduti anche svariati procedimenti giuridici. A
riaccendere la disputa è il caso di Fabio Antoniani, meglio noto
come Dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente,
deceduto il 27 Febbraio grazie ad una procedura di suicidio
assistito eseguita in Svizzera, proprio nelle settimane in cui il
Parlamento italiano ha ripreso in mano i lavori su una legge a
riguardo, seppur faticosamente, dopo un anno dall’avvio della
discussione in Commissione e dopo quattro ulteriori rinvii.
Nel 2010, un anno dopo la scomparsa della Englaro, il Governo
di allora intraprese un percorso di legiferazione che prevedeva
un disegno di legge ammettente la possibilità del biotestamento,
suffragato, tuttavia, da innumerevoli vincoli quali
la tutela della vita umana e della dignità personale, il divieto
dell’eutanasia, ma anche dell’accanimento terapeutico, imponendo
dunque concretamente di non poter usufruire del suicidio
assistito, di non potersi sottrarre alle cure mediche ma solo
di stabilire quali trattamenti sospendere nell’eventualità di futura
perdita delle capacità raziocinanti.
Il medico, tuttavia,
avrebbe egualmente intrapreso
una decisione autonoma
e indipendente dalla volontà
decisionale del paziente,
anche qualora fosse stata
precedentemente annunciata.
Suddetta proposta fu approvata
dalla Camera ma non dal
Senato e ciò è da imputare
anche alla mancata ratifica
della Convenzione di Oviedo,
il primo trattato internazionale
sulla bioetica, redatto e
sottoscritto nel 1997 su impulso
del Consiglio d’Europa
e recepito dall’Italia nel
2001, secondo cui le decisioni
intraprese dal paziente prima
delle cure e prima di
un’eventuale incapacità di
intendere e di volere sarebbero
state prese in considerazione. Attualmente il ddl “Norme in
materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate
nei trattamenti sanitari”, il cui testo è il risultato
dell’unione di più proposte presentate dai vari partiti, approvato
dalla commissione Affari sociali, da quella Bilancio e dalla
commissione Giustizia, sancisce, sommariamente, che non è
possibile intraprendere o proseguire trattamenti sanitari senza
il consenso libero, consapevole ed informato del paziente, che
chiunque sia maggiorenne o capace di intendere e di volere ha
facoltà di rifiutare parzialmente o in toto le cure indicate dal
medico, che la sospensione delle stesse non comporta
l’abbandono terapeutico in quanto il medico è tenuto sì a rispettare
la volontà del paziente, senza alcun coinvolgimento
civile o penale, ma, soprattutto, a non applicare alcun trattamento
che sia contrario e alle leggi e alla deontologia professionale.
In pratica, ciò significa che non è ammesso alcun suicidio
assistito, considerato di fatto illegale, e che si può eventualmente
solo propendere per una morte lenta, determinata, a
lungo andare, dalle sospensioni di idratazione e nutrizione. A
tal proposito, l’associazione “Luca Coscioni” che promuove e
sostiene campagne per la libertà di cura e di ricerca scientifica
e la quale di recente ha finanche diffuso un video in cui 70
persone (tra le quali spiccano personalità dello spettacolo ma
anche altre, quali Marco Pannella e Umberto Veronesi) chiedono
che «il Parlamento italiano si occupi della proposta di
legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione dell’eutanasia
e sul testamento biologico, depositata nel settembre 2013
dall’Associazione e dal comitato EutanaSiaLegale», ha ribattuto
che la legge, pur costituendo una buona base, rimane ancorata
a criteri ambigui né fa riferimento alla “sedazione continua
profonda” attraverso cui il paziente può scegliere di morire
e di farlo senza soffrire. La discussione ha avuto inizio lo
scorso 13 Marzo alla Camera dei Deputati, ove la relatrice Donata
Lenzi del PD ha illustrato i contenuti del ddl, le linee generali
del testo e i sei articoli da cui esso è costituito, chiarendo,
ancora una volta, che la proposta si limita a prendere in
considerazione le richieste avanzate dal paziente in un momento
di piena coscienza e lucidità in previsione di un futuro
in cui non sarà più in grado di decidere da sé e per sé, ad ammettere
la sola eutanasia passiva consistente nella rinuncia alle
cure, avallando dunque ogni possibilità di somministrare la
sedazione continua profonda quale cura palliativa, in quanto
questa corrisponderebbe alla legalizzazione del suicidio assistito,
alla depenalizzazione dell’assistenza medica alla morte
volontaria e all’eutanasia attiva che, invece, rimangono vietati
a tutti gli effetti. Simili posizioni sono state annoverate come
segni di contraddittorietà, in quanto, da un lato, sembrano voler
riconoscere al paziente la possibilità di scegliere come e
quando sottoporre il proprio corpo a cure mediche, dall’altro,
invece, limitano ulteriormente e ancora una volta quella che è
la possibilità di un fine vita dignitoso senza dover espatriare,
quasi da esiliati. Ai ritardi e ai rinvii continui, si è aggiunta,
inoltre, la “fuga”, sintomo di disinteresse fomentata sui social,
ove sono circolati video che mostravano l’aula quasi completamente
vuota durante la discussione, lasciando presagire una
rinnovata indifferenza nei confronti di una problematica così
urgente e attuale, probabilmente destinata a rimanere ancora
una volta sopita nell’ombra, finché un nuovo caso la riporterà
sugli schermi delle case degli Italiani, unanimemente commossi
dalle tristi storie del momento e da chi segue le leggi di
un Paese che non è il proprio, per poi far cadere nuovamente
nell’oblio ogni spinta propulsiva al cambiamento e alla civiltà
una volta che l’onda mediatica e le prime pagine di giornale
hanno lasciato il posto a nuove notizie.

A cura di Stefy Bertucci

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