Vita, morte e miracoli del voucher

Il referendum della Cgil sembra scongiurato, il buono lavoro per ora abolito ma presto riformulato. Tra tattica politica e schizofrenia legislativa, già iniziata la partita tra governo, aziende e sindacati.

A gennaio di quest’anno, la Corte Costituzionale ammetteva due dei tre quesiti referendari proposti dalla Cgil grazie alla raccolta di più di due milioni di firme. Inizialmente, i media hanno parlato di referendum contro il Jobs Act, dal momento che uno dei quesiti minava la legge simbolo del governo Renzi, in un suo punto fondamentale: la reintroduzione dell’articolo 18 dello statuto dei lavora- tori. Il quesito, non ammesso perché ritenuto sostanzialmente propositivo e non abrogativo, era l’unico realmente collegato all’ultima riforma del lavoro. Gli altri due, abolizione dei voucher e responsabilità in solido per appaltatori e committenti, sono invece stati ammessi, così che i referendum della Cgil, da questo momento, venissero più semplicemente sintetizzati come votazione per l’abolizione dei voucher. Da allora, in Italia, si è molto parlato di questo strumento di retribuzione, introdotto nel 2003 ma reso efficace solo nel 2008, con il quale un datore di lavoro, rispetto a determinate soglie, relativa- mente basse, paga con un buono rilasciato dall’Inps, le prestazioni da lavoro accessorio. Negli ultimi anni, i voucher hanno visto crescere in maniera considerevole il loro utilizzo, in seguito a una serie di correttivi che hanno dapprima esteso lo strumento a qualsiasi forma di lavoro, e poi aumentato le soglie mini- me di reddito annuo, dietro l’errata convinzione che bastasse prevedere la tracciabilità dell’erogazione per contrastarne gli abusi. Ma di che abusi parliamo? I motivi che hanno spinto il sindacato a chiedere l’abolizione dello strumento, sono da rintracciare nel rischio, in molti casi dimostratosi reale, che il datore lo utilizzi per coprire, solo parzialmente, forme di lavoro in nero. Ma soprattutto, il vero difetto del buono lavoro risiederebbe nel pericolo di favorire, per il datore, la turnazione dei propri dipendenti, impiegati e pagati solo fino alle soglie previste. In pratica, un consolidamento ulteriore del lavoro precario, senza contare che il voucher, che non rientra tra le forme contrattuali, non prevede alcuna garanzia previdenziale. A marzo scorso, dopo aver fissato la data del referendum per il 28 maggio prossimo, il governo ha iniziato una corsa contro il tempo al fine di recepire in un decreto i quesiti della Cgil, perciò causando la decadenza della consultazione. Tuttavia, perché la Corte possa ritenere effettivamente superati i quesiti, è necessario che il decreto venga convertito in legge, già votata alla Camera e passata all’esame del Senato. Non sembrano però esserci dubbi sul fatto che il 28 maggio prossimo non si terrà alcun referendum. Nel decreto, ovviamente, oltre all’abolizione del voucher, è anche prevista la norma che reintrodurrebbe le cause di responsabilità solidale per committenti e appaltatori nei casi di inadempienza verso il lavoratore (il secondo quesito proposto), e non più di responsabilità unica dell’appaltatore. I fatti, politicamente letti, mostrano chiara la paura dell’esecutivo di poter perdere la consultazione e, allo stesso tempo, la vittoria del sindacato per l’apertura di un importante varco nella discussione sulle politiche del lavoro, a fronte di una legislazione che, ormai da anni, mira al raggiungimento di sempre più alti standard di flessibilità dell’impiego. Come era lecito attendersi, intanto, il governo è già allo studio di una nuova forma di retribuzione del lavoro occasionale, che potrebbe culminare nella scelta di valorizzare lo strumento del contratto a chiamata, già previsto, che rispetto ai buoni prevede maggiori oneri per l’azienda e garanzie per il lavoratore. Il voucher, dunque, potrebbe presto rivivere sotto mentite spoglie, ma chissà che stavolta, attraverso una regolamentazione più stringente, non possa mettere d’accordo aziende e sindacati.

A cura di Cristian Mauro

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