Maryam

La storia di Maryam e del suo viaggio infernale in balia delle onde, alla ricerca della possibilità di istruirsi, negatale in patria in quanto donna.

 

Maryam si girò un’ultima volta a guardare i suoi genitori che la salutavano. Aveva solo quattordici anni, ma era determinata a lasciare il suo Paese di guerra, per seguire il suo sogno, per studiare e frequentare il corso d’ingegneria all’università, e poi trovare un lavoro dignitoso. Il padre la guardava con il volto scosso dai singhiozzi: sua figlia era l’unica cosa che non avrebbe mai voluto perdere, ma doveva lasciarla andare. Non avevano soldi per andare con lei.
«Papà…- disse lei –non piangere. Anche tu, mamma. Vi prego, non posso farcela a lasciarvi se fate così. Dovete essere felici, io lo sarò, e appena sarò in Italia…- disse indicando un punto oltre il barcone –vi invierò una lettera, e dirò solo cose belle. Non c’è motivo di essere tristi. Anche a centinaia, migliaia di chilometri di distanza rimarremo una famiglia». L’atmosfera triste e intima venne spezzata dal grido impaziente dello scafista, che intimò a tutti di salire.
«Maryam- disse la madre prendendole i capelli – un giorno ci rivedremo, ci conto. Nel frattempo non stringere cattive amici-zie».
«Mamma, lo so, sembra la predica che mi fai ogni settimana prima di andare a scuola».
Un secondo grido, più furioso del primo, riscosse Maryam.
«Vai, vai. Siamo fieri di te» disse la madre. Lei l’abbracciò, e due lacrimoni le solcarono il viso. Si girò velocemente e corse sul barcone, un traballante ammasso di ferraglia sporco, puzzolente e malmesso. Maryam lo battezzò Rottame, Il Rottame. Poi cominciò a cercare un posticino libero. Era difficile, in mezzo alla foresta di persone, nel buio della notte, trovarlo, ma ci riuscì, un posticino accanto alla fiancata, dura, ruvida e arrugginita. Accanto era seduto un ragazzino, rannicchiato nel buio. Doveva avere circa la sua età, forse quindici anni, e se ne stava con il volto basso. Un gigantesco omone di passaggio rischiò di inciampare sulle ginocchia del ragazzo, che si ritrasse e gridò: «Ehi, sta’ più attento!».
Maryam sussultò. Quella voce la conosceva bene.
«Ade, sei tu?»lo chiamò. Lui si girò. Al buio era difficile rico-noscere le fattezze, ma sembrava proprio lui.
«Maryam?» chiese.
«Sì, sono io!».
Ade era un ragazzo che aveva sei mesi più di Maryam, e ave-va già compiuto quindici anni, ma andavano comunque in classe insieme. Amava tenersi in forma, e non altrettanto la matematica. Aveva capelli neri e grandi occhi color cioccolato. Cominciarono a parlare, e Ade raccontò il motivo della sua partenza. «I miei genitori sostengono che abbia talento nello sport e vogliono che vada in Italia per continuare. E poi, la vi-ta è diventata terribile. Mangiamo e beviamo a stento… E tu, perché sei partita?» mentre parlavano, il Rottame si staccò dal molo con uno scatto e partì scricchiolando nel Mar Mediterra-neo. Maryam si girò verso la spiaggia: nessuna traccia dei suoi genitori. Si volse di nuovo verso Ade e disse: «C’è un’associazione chiamata Boko Haram, non vogliono che le ragazze vadano a scuola, e i miei genitori erano preoccupati, anche perché la scuola non è il massimo qui. Sai, ho portato il mio taccuino per fare un po’ di matematica. Magari passeremo il tempo così. Io adoro la matematica, lo sai». però per il momento era troppo agitata. Rimasero svegli a guardare le onde, troppo agitati per fare altro.
«Sai quanto durerà il viaggio?» – chiese Ade.
«Una notte e un giorno… almeno dovrebbe…» rispose lei.
Le onde sembravano pece e riflettevano il cielo stellato, un tappeto nero tempestato di piccoli diamanti bianchi. Si accucciarono con la schiena poggiata al fianco della barca, duro e ruvido. Maryam strinse a sé lo zainetto con le sue poche cose. L’alba li trovò esausti, si divisero un tozzo di pane. La stanchezza e la paura avevano scavato un pozzo vuoto nei loro oc-chi cerchiati da occhiaie profonde. L’aria era fredda, non si ve-deva la terra, solo mare attorno a loro e nuvole plumbee che si ingrossavano raccogliendosi attorno al sole. Il vento prese a soffiare forte, poi arrivò la pioggia, frecce gelide cadevano dal cielo ticchettando sul legno e sul metallo, inzuppando completamente i passeggeri, le raffiche erano rapide e fredde. Il taccuino di Maryan le scivolò di mano e volò via. I turbini lo presero e ne strapparono le pagine. A Maryam sembrò che insieme a quei fogli volassero via anche i suoi sogni. I passeggeri cercavano di ripararsi come potevano con quel poco che avevano, ma il vento sibilava e colpiva come artigli i corpi deboli e bagnati. Erano tutti allo stremo, indeboliti da quel freddo e da quell’acqua, che tanto avevano cercato prima di quel viaggio, e che ora li avrebbe uccisi sicuramente.
Il sole era calato da qualche minuto quando la tempesta si spense, poco a poco. Maryam e Ade ascoltavano come in trance i lamenti e i colpi di tosse dei compagni di viaggio, una sorta di lugubre colonna sonora di quell’Odissea che temevano di non portare a termine.
«Dovremmo essere quasi arrivati, che succede?» chiese Ade. Un brusio si alzò dai passeggeri, presto sostituito da grida di protesta.
«La tempesta ci ha sbandati, non è colpa mia né vostra!» gridò il grasso scafista. Ma qualcuno di particolarmente folle, coraggioso o arrabbiato gli lanciò una bottiglia di plastica. Lo scafi-sta si ritrasse grugnendo, ed estrasse qualcosa di rilucente dalla cabina. Una “L” di metallo nero. Maryam provò a gridare a tutti di fermarsi, di stare zitti, ma non riusciva a parlare. La pistola si alzò verso il cielo e sparò un colpo, che nello spazio aperto si perse senza rimbombare.
«Quindi questo viaggio durerà ancora di più…» osservò Ade, che cominciava a dare segni di debolezza. In quelle ventiquattr’ore il suo volto era completamente cambiato, non era più allegro e rotondo, ma scavato e spento. La disperazio-ne e la stanchezza avevano scavato nelle sue iridi e nelle sue pupille un pozzo senza fondo, un pozzo buio e triste. Anche quell’ultima notte passò, e alla mattina Lampedusa s’intravedeva all’orizzonte.
«Lampedusa! Lampedusa!» gridò qualcuno per informare tutti. Maryam alzò lo sguardo, che rivolgeva ormai da otto ore allo scorrere lento delle onde. Ed eccola lì, finalmente, l’isola che avrebbe cambiato la sua vita.
«Ade…- disse. Lui era rannicchiato contro la fiancata, il collo afflosciato e la testa bassa. Si avvicinò la mano alla bocca e tossì forte. –Mi… mi sono ammalato…» disse, debole.
«Non ora, Ade… ci siamo… Resisti ancora un po’!» lo esortò lei, prendendogli le spalle. Ade alzò lo sguardo. Il suo viso era il ritratto della stanchezza e della malattia. Nel loro piccolo dramma personale, i due non si erano accorti delle grida e dei pianti dei compagni, né dei rumori che venivano da un punto imprecisato sotto la massa di gente. Il motore si era rotto.
«Lo scafista lo riparerà, no?» chiese Ade.
Ma in quel momento proprio lui corse fuori dalla cabina, salì sulla fiancata del Rottame e si lanciò, atterrando su un motoscafo venuto a prenderlo, che partì rombando verso l’orizzonte. Maryam e Ade rimasero senza parole. Con uno scoppio decisivo, il motore si spense definitivamente, e il Rottame cominciò a scendere.
«E’ finita… è finita così… a qualche chilometro dalla meta… io…» cominciò a dire Maryam. Poi lei e Ade scoppiarono a piangere, rimanendo a guardare gli uccelli che solcavano il cielo, liberi e inarrestabili nel loro piccolo mondo, mentre il Rottame calava sempre di più e l’acqua entrava nelle scarpe. Ma poi qualcosa cambiò. Qualcosa comparve dal mare, come un miraggio. Scintillava nel sole, sfrecciava in acqua, tagliandola come una spada rigata di rosso. In qualche secondo si affiancò al Rottame, accolta da grida di esultanza dei profughi. Una barca della guardia costiera, un Miraggio insperato. La gente cominciò ad accalcarsi ai bordi, rischiando di capovolgere il Rotta-me, ma furono velocemente fatti salire sulla barca della Guardia. Maryam ed Ade furono tra gli ultimi. Quando i suoi piedi toccarono l’imbarcazione italiana, le gambe della ragazza cedettero. Cadde a pancia in giù sul pavimento di legno e cominciò a piangere di gioia, accompagnata dai sopravvissuti. I militari italiani osservarono soddisfatti, in silenzio. Un ragazzo molto giovane mise una coperta sulle spalle di Maryam, chiedendole in inglese:
«Come stai? – lei rispose, ironica ma con voce tremante: -Come può stare una ragazzina di quattordici anni dopo trenta ore d’inferno?»
Lui sorrise e l’aiutò a rialzarsi. Il Miraggio li portò fino a riva, e uno dopo l’altro tutti scesero.
I protagonisti di questa nuova Odissea, una delle tante.
Con quel singolo passo iniziavano una nuova vita, una vita migliore, loro che avevano avuto il coraggio di provarci, di rischiare tutto pur di tentare.
Maryam si girò per l’ultima volta. E in mezzo al mare scorse la punta arrugginita del Rottame inabissarsi.

A cura di Andrea Rinaldi

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