Ius Soli a casa nostra

L o scorso giugno è ripreso il dibattito sulla legge in materia di cittadinanza, approvata dalla Camera a fine 2015 e in attesa di essere posta in esame al Senato. L’ultima legge di riferimento, quella del 1992, era improntata unica-mente sull’acquisizione della cittadinanza tramite “ius sanguinis”, prevedendo che un bambino possa essere considerato italiano se almeno uno dei due genitori è tale; in caso contrario, è possibile far richiesta di cittadinanza una volta compiuti i 18 anni, a condizione di una residenza in Italia che sia legale e ininterrotta. La nuova legge, sostenuta dal PD e avversata principalmente da Lega Nord e Forza Italia (M5S ha confermato l’astensionismo già manifestato nel 2015), invece, introduce due nuovi criteri attraverso i quali veder garantita la cittadinanza: lo “ius soli temperato” e lo “ius culturae”. Lo “ius soli temperato” si distingue dallo “ius soli puro”, che prevede che chi nasce nel territorio di un certo Stato ottenga automaticamente la cittadinanza, un criterio valido ad esempio negli Stati Uniti, ma che non trova applicazione in nessun Paese dell’Unione Europea. La sua variante temperata, invece, sancisce che «un bambino nato in Italia diventa automati-camente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; superare un test di conoscenza della lingua italiana». Lo “ius culturae”, infine, è direttamente collegato al sistema scolastico e, da ciò, consegue la possibilità di chiedere la cittadinanza da parte dei minori stranieri nati in Italia o trasferitivisi entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italia-ne per almeno cinque anni e che abbiano superato almeno un ciclo scolastico. Gli altri possono farne richiesta dopo aver vissuto in Italia per almeno sei anni e superato come minimo un ciclo scolastico. Ad oggi, la legge si è arenata in quanto esigui erano i numeri per poter essere approvata in Senato e si è dunque convenuto di rimandare la questione al prossimo settembre.
La Lega, impegnatasi anche in alcune manifestazioni palesanti l’avversità alla legge, ha festeggiato il rinvio come una “resa”, additando i sostenitori come dei “mestieranti della politica” e adducendo come giustificazione per perorare la propria causa, la presunta certezza che l’approvazione di una legge simile fomenterebbe una tensione già pressoché insostenibile e che invece bisognerebbe prima obbligare l’Europa nel garantire il suo sostegno nella gestione, nel control-lo e nella limitazione degli sbarchi, poi procedere con un qualsivoglia disegno legislativo a difesa degli stranieri, impedendo così al PD di «affondare definitivamente un Paese già alla deriva».
Questo è, tuttavia, proprio il nocciolo della questione: la manipolazione ideo-logica e mediatica che ha trasformato lo “ius soli” in una “legge per i migranti”. Le ragioni di tale alterazione sono da imputare, in primis, alla solita, costante, sempiterna, mancanza di informazione e, in secundis, al desiderio di sfruttare la legge come pretesto attraverso cui dar voce a paure semplicistiche nei riguardi di una fantomatica “invasione di nuovi italiani”. Le semplificazioni e i luoghi comuni rischiano di prendere irreversi-bilmente il sopravvento su schiere sbraitanti di individui mossi a giudici della razza pura e incontaminata, rivendicato-ri dell’identità nazionale, “piromani della paura” e instancabili sostenitori della voce “puro italiano panzone, ignorante e insoddisfatto” sulla carta d’identità. L’avversione alla legge in questione non è altro che la più autentica manifestazione dell’incapacità di stare al passo coi tempi, o, più semplicemente, con la civiltà. Paolo Rozera, direttore di Unicef Italia, si è pronunciato a favore della “nuova cittadinanza” assieme a Save the Children e Rete G2 asserendo che, con lo “ius soli”, l’Italia darebbe finalmente un esito concreto anche alla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata dal nostro Paese nel 1991 e che, all’articolo 7, riconosce a ogni bambino il diritto di ottenere la sua vera cittadinanza. Ci si potrebbe appellare anche alle modalità in cui provvedono gli altri Stati dell’Unione Europea, i quali hanno tutti leggi diverse per garantire la cittadinanza (in Germania è cittadino tedesco chi è figlio di un cittadino straniero che ha il permesso di soggiorno da almeno otto anni; sono francesi i figli nati in Francia da immigrati nati in Francia, e i bambini nati in Francia da genitori stranieri se al compimento della maggiore età hanno avuto la residenza per almeno cinque anni; la cittadinanza irlandese si ottiene se i genitori stranieri risiedo-no nel paese da almeno tre anni, ecc.), ma rimarrebbe un dato incontrovertibile secondo cui la legge di cui si discute, tanto bistratta e vili-pesa, non riguarda gli immigrati che sbarcano quotidianamente sulle nostre coste, né verrebbe applicata a donne incinte, in quanto i loro figli non potrebbero diventare italiani poiché verrebbe meno il fondamentale presupposto della permanenza legale della madre. Ciò che la legge sul diritto di cittadinanza aspira a rag-giungere, nel-la minima pretesa che venga real-mente ed effettivamente percepito sulla base di dati reali e concreti e non su “rumors” o falsi convincimenti dottrina-li, è il diritto di cittadinanza per quei bambini che frequentano le nostre scuole, che parlano la nostra lingua, che giocano come i nostri figli, fratellini, cuginetti e nipoti, che hanno le magliette delle nostre stesse squadre che giocano in serie A, che coltivano gli stessi sogni e desideri di un qualsiasi bambino al quale sia invece riconosciuto, per natura, lo status, come se ciò fosse realmente definibile tale, di italiano. Integrazione e non abbandono ai margini della società, tutela e non discriminazione, garanzie e non soprusi, sicurezza e non degrado. Questo è il fine ultimo dello “ius soli”. Che lo si sfrutti per fare politica, per rivendicare il presunto motto “aiutiamoli a casa loro”, che si rifugga da un basilare principio di civiltà e tutela dei più deboli, è, senza mezzi termini, degno di essere definito italiano.

A cura di Stefy Bertucci

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