Follia coreana

Il braccio di ferro tra Washington e Pyongyang che spaventa l’occidente.

Come se non bastasse l’Isis a terrorizzare il mondo occidentale, negli ultimi mesi il neo eletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea del Nord, Kim Jong-Un, si divertono a giocare con le sorti del mondo minacciando imminenti attacchi nucleari reciproci. Sono arrivati a creare un cli-ma di tensione che ricorda quello della guerra fredda, conclusasi ufficialmente da ormai quasi 30 anni, ma che ha avuto picchi di minacce paragonabili a quelle odierne solo nel lontanissimo 1962 con i famosi 13 giorni di Cuba. L’anziano presidente Trump, allora ventenne, ricorderà senz’altro il clima che si viveva in America durante quei giorni, le continue notizie, la paura di ogni cittadino raccontata in maniera magistrale dal film “Thirteen Days” (2000) diretto da Roger Donaldson, e nessuno vuole pensare che abbia nostalgia di rivivere quei momenti. Ciò che invece sorprende è come un giovanotto appena trentenne, come Kim Jong-Un (classe 1984 e alla guida della sua nazione dal 2011), possa decidere di portare il suo Paese a vivere con il terrore di un’imminente guerra nucleare con tanta apparente tranquillità per l’intera nazione.
Il botta e risposta ha avuto inizio proprio per mano del giovane leader nord corea-no che si prende la scena mondiale grazie a continue prove di lanci di missili che finiscono spesso in acque internazionali o peggio nel mar del Giappone. Già nel gennaio 2016 il dittatore annuncia in diretta TV un test termonucleare che provoca un sisma di magnitudo 5.1, presentato come un successo, nonostante l’embargo sulle armi che vigeva sulla nazione e una risoluzione ONU che vietava altri test dopo i tre precedenti. La reazione mondiale è immediata: i vicini del Giappone si mostrano i più preoccupati, ma anche Gran Bretagna e Usa non sminuiscono il problema, definito una “seria minaccia alla sicurezza mondiale”, come recitano i comunicati con-giunti. La risposta è immediata: “La corea del Nord continuerà a rafforzare il suo programma nucleare, al fine di proteggersi contro le politiche ostili degli Stati Uniti”; l‘agenzia di stampa nazionale chiarisce come Pyongyang non rinuncerà al programma nucleare fino a quando Washington manterrà quella che viene definita “una posizione aggressiva”. Passano i mesi, cambiano gli interpreti, a Obama succede Trump, a Cameron Theresa May, ma la situazione non migliora, anzi. La Corea del Nord continua con i suoi test missilistici, scoprendo, a scopo provocatorio, le sue armi balistiche tra cui missili intercontinentali che, come dichiara Kim: “possono rag-giungere le città degli Stati Uniti”. La tensione sale e anche Cina e Russia mo-strano la loro preoccupazione apostrofando come “inaccettabili” i test della Corea e spingendo l’ONU a muovere nuove sanzioni.
Negli ultimi giorni, bombardieri americani hanno sorvolato, senza permesso, le coste coreane come segno di avverti-mento, mentre Trump ha più e più volte mandato segnali per poter intervenire con la forza. Le minacce di sanzioni e intimidazioni, però, non sembrano preoccupare Kim Jong-Un, fermo sulla sua posizione, senza apparire affatto preoccupato di intraprendere una guerra nucleare contro USA e alleati. La situazione è in continua evoluzione, ma i rischi restano alti e sembrano non diminuire nonostante l’intervento di Papa Francesco che predica calma e dialogo. La quiete dell’occidente continua ad essere minacciata e il pugno duro dei governi sembra non portare risultati sui fronti caldi di Isis e Corea. La soluzione, infatti, è ancora lontana, e i tempi non si prospettano brevi.
La sicurezza del mondo intero appesa a un filo sempre più sottile.

A cura di Mario Caputo

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