Ricordando Stefano Rodotá: un servitore dello Stato

La scomparsa di un illustre calabrese, tra memorie studentesche e una carriera di successo.

La triste notizia della morte di Stefano Rodotà, diffusa da TV e stampa, mi ha sinceramente colpito e rattristato. In un atti-mo la pellicola della mia vita si è riavvolta riportandomi indietro di tanti e tanti anni. Negli stessi anni frequentava-mo il liceo classico “Bernardino Telesio” di Cosenza, in sezioni diverse, e già allora emergeva la sua superiorità. Infatti durante i temuti esami di maturità, solo a pensarci mi ritorna la paura, inspiegabilmente, mentre si sostenevano gli esami orali, la mia commissione fece un’insolita pausa caffè. Era solo un pretesto per assistere agli esami orali che stava sostenendo l’alunno Stefano Rodotà della sezione III A del liceo Telesio. Altro che esami! È stata una prolusione!
Da allora non l’ho mai più rivisto né mai più frequentato. La ferale notizia ha risvegliato in me questo lontano ricordo, ricordo personale, che mi ha spinto a parlare di Stefano Rodotà molto mode-stamente per farlo conoscere e apprezzare anche nelle nostre piccole comunità che spesso ascoltando le miserie della nostra regione, del meridione, ritengono che mai la nostra terra abbia generato uomini illustri ed onesti. Il nome della famiglia Rodotà si diffuse in Calabria con la venuta di SK Anderbeg, il quale lasciò l’Albania per sfuggire all’invasione turca e seguito da centinaia di connazionali raggiunse l’Italia meridionale. I Rodotà si stabilirono a San Benedetto Ullano, paese che diede i natali a tanti eroici combattenti fra i quali spicca il nome di Agesilao Milano, ma successivamente si trasferirono a Cosenza. Fra queste città infatti è nato Stefano Rodotà. Conseguita la maturità classica, Stefano si iscrisse alla facoltà di legge e a soli 22 anni si laureò brillantemente dedicandosi subito alla ricerca nel diritto civile. Insegnò nelle università di Macerata, Roma e Genova. La sua versatilità culturale lo condusse allo studio e all’approfondimento delle tematiche costituzionali e, particolarmente, dei diritti della persona garantiti dalla Costituzio-ne, dei quali divenne convinto assertore e difensore. Egli, in una visione illuministica e moralistica, sostenne diverse battaglie laiche sin dai tempi in cui frequentò il Mondo di Mario Pannunzio che, dagli anni ’50, fu espressione in Italia del pensiero radicale e liberale. Quei “quattro gatti” (Scalfari, Pannunzio, De Benedetti e Calvino) iniziarono le prime battaglie civili sui diritti, organizzandosi nel partito Radicale. Stefano Rodotà fu tra i collaboratori del giornale con acute riflessioni “giuspolitiche”. Nelle vesti di parlamentare della sinistra indipendente fu eletto nelle liste del PCI per la prima volta nel 1979 in Calabria. Protagonista della vita pubblica italiana manifestò punti di vista innovativi sempre aderenti ai principi delle Carta Costituzionale. In un contesto culturale conservatore le sue opinioni apparivano di “rottura”, ma mai contrarie allo spirito costituzionale. Scrisse su diversi quotidiani e riviste tra cui la Repubblica e Nord e Sud. Nella qualità di membro della Commissione Affari costituzionali, partecipò alla stesura della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea, e presiedette l’Agenzia europea dei diritti fondamentali, dell’Internet governance forum. E, nella funzione di Presidente della Camera dei deputati, ebbe un comportamento di alta compostezza istituzionale. Insegnò in diverse università anche straniere, ricevendo attestati ed onorificenze…
Se l’effetto dell’azione critica di Stefano Rodotà è stato inferiore alle sue attese per quello spirito di indipendenza che ha animato la sua azione, ciò non può dirsi per la sfera dei diritti civili nelle forme sopra accennate. Senza alcun dubbio la sua visione del diritto ha mirato a contrastare le nascoste insidie delle tecnologie perché esse non producessero alle persone e alle istituzioni danni morali e patrimoniali. Recentemente l’attacco hacker alla banca dati dei conti correnti della banca Uni-credit, ne è la prova più incontestabile.
Stefano Rodotà ci ha lasciato una gran-de lezione di libertà e moralità. In questo Paese dalla corta memoria egli ha agito senza reticenze nel rispetto delle altrui opinioni. L’ultimo atto improntato alla discrezionalità assoluta abbiamo potuto verificarlo nei giorni in cui il Parla-mento riunito in seduta comune votava per eleggere il Presidente della Repubblica. La sua assenza oggi ci priva del pensiero di un uomo libero e virtuoso presente nel dibattito quotidiano. Un cosentino al Quirinale ci avrebbe inorgoglito ed evitato che si introducesse nella prassi parlamentare la rielezione del Capo dello Stato, tanto temuta da quasi tutti i costituzionalisti.

A cura di Anna Crocco

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