Alternanza scuola-lavoro

Una buona e utile pratica sottoposta ai soliti difetti organizzativi del nostro Paese.

In un periodo di forte cambiamento che sta rivoluzionando il mondo scolastico, la legge sull’Alternanza scuola-lavoro è già in corso d’applicazione. Proprio alla luce di questa novità, cerchiamo con semplicità ma nel dettaglio di capire meglio di cosa si tratta.
L’alternanza scuola-lavoro, diventata effettiva a partire dall’anno scolastico 2015/2016 per tutti gli studenti delle classi terze delle scuole superiori, coinvolge oggi, nell’attuale anno scolastico, tutti gli studenti dell’ultimo triennio, circa un milione e mezzo. Prevede 200 ore di alternanza nei licei e 400 ore negli istituti tecnici e professionali, non solo entro le nor-mali attività scolastiche ed extra-scolastiche ma anche durante le sospensioni didattiche.
Si tratta di un percorso che favorisce la comunicazione inter-generazionale, la crescita e la formazione di nuove competenze, mettendo la scuola in contatto con imprese e aziende di ogni genere. Questa novità offre agli studenti grandi opportunità e permette di tramutare le idee in progetti, in pratica e in lavoro, di apprendere competenze utili e coerenti con il percorso di studi scelto. Fa sviluppare nei giovani un maggiore senso di responsabilità, maggiori certezze, e li aiuta ad avere uno sguardo più limpido e chiaro verso il futuro, verso ciò che vorranno fare. Può, inoltre, aiutare i ragazzi ad acquisire mezzi, capacità e conoscenze concrete su un eventuale scelta universitaria e lavorativa e a far sì che non si sentano disorientati dopo la scuola o dopo un percorso universitario. L’alternanza scuola-lavoro è stata introdotta nell’ordinamento scolastico già dalla riforma Moratti (legge n.53/2003) e dal D.Lgs. n°77/2005, con l’obiettivo di garantire ai giovani tra i 15 e i 18 anni non solo conoscenze di base e teoriche ma anche conoscenze ed esperienze concrete e utili nel mondo del lavoro, favorendo lo scambio tra le singole scuole, con imprese, camere di commercio, associazioni di rappresentanza, industria, agricoltura e con enti pubblici e privati. La legge n.107 del 2015, conosciuta come riforma “Buona Scuola”, ripone sull’A.S.L. un’attenzione rilevante: sono le scuole a decidere la ripartizione delle ore dell’alternanza nel triennio; spetta al dirigente scolastico individuare le imprese e gli enti disponibili per il nuovo progetto e vi è la creazione di un curriculum dello studente che raccoglie tutte le sue esperienze formative, anche durante l’alternanza scuola-lavoro, e tutti i dati utili per l’accesso al mondo lavorativo. Nonostante i tanti aspetti positivi, però, non mancano le difficoltà e le proteste da parte degli studenti e delle stesse scuole, soprattutto nei licei, i quali la-mentano difficoltà nel trovare strutture coerenti con il proprio percorso formativo. C’è chi parla di sfruttamento e chi chiede di essere retribuito. Se un ragazzo invece di apprendere un lavoro e fare esperienza sul campo viene limitato a fare fotocopie o attività di pulizia, per esempio, tutto evidentemente diviene un problema non poco rilevante.
Poniamo un’ipotesi verosimile: una ragazza sedicenne viene mandata dalla scuola fuori dal suo paese per un’esperienza in un ufficio e si ritrova a svolgere mansioni ben lontane dal suo percorso di studi, impegnando quel tempo che dovrebbe prevedere attività di crescita personale, in esperienze inutili e spesso controproducenti. Tuttavia, è giusto dire che si alterna-no casi simili a casi dove i ragazzi acquisiscono realmente conoscenze e capacità che viaggiano in parallelo ai loro percorsi formativi. Gli studenti, però, lamentano anche la mancata comprensione dei propri professori, che seppur dovrebbero appoggiarli e sostenerli in questo progetto di crescita, in alcuni casi, pretendono che il programma didattico venga seguito anche nei giorni successi-vi alle ore di lavoro. I disagi hanno spinto gli studenti a scioperare, come accaduto in molte città.
Tirando un po’ le somme, tra positività e negatività, viene fuori un quadro critico che, senza difetti, renderebbe questa particolare “forma di apprendimento” un’occasione di crescita del nostro capitale umano. Infatti, se allo studio si abbina la prati-ca – con criterio – non può che portare solo buone cose.

A cura di Giusy Morello

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