Il tempo della ri(i)nascita

È morto all’età di 87 anni il boss di “Cosa Nostra”, da 24 anni era al 41 bis.

 

 

Se n’è andato alle 3,37 del 17 novembre Salvatore Riina, il “capo dei capi” di “Cosa Nostra”. Era ricoverato da diversi giorni nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. La notizia, a dispetto delle molte “vedove”, è che neanche Riina era eterno, ma fatto di carne ed ossa proprio come noi comuni mortali, seppur privo di quei valori e di quell’etica che contraddistingue un vero uomo. Si, perché di tale aveva poco o nulla: non essersi mai pentito delle innumerevoli vitti-me e stragi che portano il suo nome, dimostra perfettamente quanto in realtà fosse piccolo e povero. Comparve sul panora-ma siciliano all’inizio degli ’80 dando fin da subito un’impronta diversa alla struttura mafiosa dell’isola. In quegli anni la mafia aveva iniziato un processo dedito alla scalata sociale delle cosche, che avrebbe portato gli esponenti stessi ad inserirsi nell’apparato burocratico del Paese. Come scritto, aveva iniziato ma non portato a termine questo processo, proprio per l’ascesa de “U Curtu”, pronto a capovolgere e ridisegnare gli assetti di Cosa Nostra. Fin dagli albori dell’Unità d’Italia i vecchi latifondisti del sud già erano intrinsechi di quei “valori” mafiosi che ritroveremo poi nell’Italia post belli-ca del 1950 quotidiana (basti pensare che l’esistenza della ca-morra è attestata già nella prima metà del Settecento), un continuo pour parler con gli apparati burocratici ed amministrativi dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie, volto alla restaurazione dei rapporti e del potere nel sud del Paese. Il piano di Riina nasceva e si diramava in maniera diametralmente opposta. Il suo sistema doveva essere piramidale: al vertice il boss, colui che doveva dettare le regole e le linee guida, colui che non errava mai e al quale nessuna forza interna o esterna doveva far vacillare il potere. Iniziò sgominando insieme ai suoi fedelissi-mi tutte le cosche siciliane, da Palermo a Catania, dalla Sicilia fino in America, lasciando per le strade una scia di sangue e terrore nonché centinaia e centinaia di vittime (dopo il suo ar-resto, durante il processo, venne accusato di essere il mandan-te o l’esecutore di oltre mille omicidi). Si inserì a suon di omi-cidi ed orrori nell’apparato amministrativo e politico siciliano mietendo vittime illustri o allacciando rapporti con i massimi esponenti provinciali e regionali. Nel giro di 10 anni aveva sottomesso al proprio volere non solo l’impianto mafioso, ma anche quello politico. Non bastava però avere l’egemonia sul-la “sua Palermo” o sulla Sicilia intera, c’era uno Stato italiano che non sembrava disposto ad imbandire la tavola a Totò e le-gittimarne l’operato. Stato che, nonostante la reale minaccia, non seppe leggere fin da subito le dinamiche che attanagliava-no l’isola, sottovalutando la legge sanguinaria della nuova Cosa Nostra. Da qui le condanne a morte già scritte di numerosissimi, nonché illustri, funzionari dello Stato. Già, perché tutto quello che ha ottenuto da Riina, l’ha conseguito con il sangue. Per lui il sangue è stata la fonte primaria più preziosa. Riina è stato il capo di Cosa Nostra per 11 anni, ma in realtà ne ha mantenuto il potere sino alla morte, quindi per 35 anni. In nessuna organizzazione criminale del mondo si è avuto un capo così longevo. Un vertice che lui ha voluto tenere e che gli altri gli hanno lasciato non opponendosi. Nel momento più alto della sua vita mafiosa qualcosa però si è rotto, ha iniziato a mal funzionare tutto l’apparato. Le morti di Falcone prima e Borsellino in seguito non gli attestarono potere e dominio as-soluto, bensì diedero vita da subito ad un’emorragia interna di pentiti e, in seguito, varate leggi esclusive contro le organizzazioni mafiose (dal 41 bis al sequestro dei beni), con il tutto che si concluse il 15 gennaio del 1993 con l’arresto del Riina. Con le sue bombe, egli ha costretto lo Stato a riconoscere l’esistenza delle mafie, a dichiarare la presenza di un pericolo vero e la necessità di combattere il fenomeno. Il reato di associazione mafiosa è stato introdotto solo nel 1982 rispetto alla realtà quotidiana e per fare in modo che l’articolo del codice penale citasse tra le mafie anche la ‘ndrangheta si è dovuto a-spettare fino al 2010 (i Carabinieri già nel 1923 nei loro documenti ne tracciavano l’esistenza). Da qui, la storia che bene o male tutti conosciamo. Il continuo interrogarsi da parte non solo della magistratura, ma anche da chi favorisce l’informazione pubblica, se all’indomani del periodo stragista di stampo mafioso ci sia stata o meno la tanto citata “trattativa Stato-Mafia”. Le domande ancora senza risposta solo molte ed eloquenti, ma svanite ed irrisolte con la morte sia di Riina e del suo braccio destro Bernardo Provenzano, sia di diversi esponenti politici appartenenti alla Prima Repubblica. La macchina perfetta del “Capo dei Capi” non si dimostrò alla lunga tale. La maniacale ossessione del boss non raccolse i frutti per poter rendere Cosa Nostra, di fatto, l’antistato. Risposte alle nostre domande probabilmente non ne avremo mai, costringendoci a rileggere questo pezzo di storia italiana che narra un racconto sanguinario e di terrore, ma che continua a lasciarci dubbi e sete di verità. Insomma, storie di fantasmi, di sangue e di mi-steri. La forma mentis di quella Mafia oggi non esiste più. Oggi, la mafia non ha bisogno di uccidere in massa per aver riconoscimento. Oggi quella Mafia non è riconosciuta come modello per le “nuove” organizzazioni criminali. È un lontano ricordo da non imitare. Sono altre le vie intraprese: i mafiosi oggi studiano, si inseriscono in tutti gli ambiti necessari a far crescere non solo i fatturati, ma anche il capitale umano. Oggi la Mafia indossa la cravatta e di quello che è stato Totò Riina importa poco o nulla al nuovo “management mafioso”. Il business, gli accordi, le lobby, i gruppi d’interesse, la politica, l’andamento dell’economia sono i vari capisaldi della mafia contemporanea. Fenomeno che va destabilizzato ed affrontato, perché come sosteneva Falcone, “la mafia è un fenomeno u-mano che in quanto tale ha un inizio e una fine”. Intanto annotiamo il giorno della scomparsa di un altro Padrino. Le solite frasi “che la terra non ti sia lieve” o simili le lasciamo ad altri. A noi, solo per adesso, va bene registrare la fine di un’era, rappresentata, ora, dalla scomparsa di un individuo vecchio, malato e pianto solo da chi rema verso un mondo che non è il nostro mondo. Senza alcun rimpianto.

A cura del Direttore
GianMarco Andrieri

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