La familiarità di Papa FRANCESCO

Ama conversare con la gente e da vicino si scopre a noi tutti con dolcezza paterna

Ad una visione di Chiesa in cammino tesa a confrontarsi con le problematiche del mondo, si rifà Jorge Mario Bergoglio da 4 anni vescovo di Roma e dunque Pastore della chiesa universale. Anche ad anni di distanza, ricorderemo, fra i tanti, il suo coraggioso discorso natalizio alla Curia romana del 20 dicembre 2014, ampio e ben chiaro. Ancora oggi risuona più attuale che mai e offre abbondante materiale su cui riflettere, da tanti punti di vista. In quell’occasione il Papa aveva elencato non più di quindici “malattie” ecclesiali, soprattutto curiali, e fra esse “l’Alzheimer spirituale” (il ” declino progressivo delle facoltà spirituali”), il “martalismo” (l’eccessiva operosità come quella di Marta, sorella di Maria e di Lazzaro), il “terrorismo delle chiacchiere”.
Dell’uomo venuto – secondo le sue stesse prime parole – dalla “fine del mondo”, molto è noto alla storia; mi pare che anche i più critici ne apprezzino le qualità. Sorprende la sua resistenza fisica, incredibile per l’età (80 anni), che gli è necessaria per poter continuare il mandato affidatogli da Cristo, quello di annunziare al mondo la buona novella (Euntes, docete omnes gentes), che non conosce traguardo. E così dimostra che il peso degli anni non ha sminuito le sue capacità di lavoro: si pensi solo alle tappe del suo pellegrinare non di rado tortuose, così come alle udienze generali con la catechesi, che attira migliaia di persone ogni mercoledì, tanta è l’efficacia dei suoi ragionamenti, tanto è l’entusiasmo che sa suscitare in tutti coloro che l’ascoltano. Ma non meno importante per lui è scendere tra la folla, stringere mani, accarezzare bambini, abbracciare gli ammalati in carrozzella, salutare con piccoli gesti es-seri che gli stanno a cuore, tutti elementi che compongono un quadro variegato e colorato del suo comunicare piacevolissimo e ricco di sorprese. Lo stesso succede quando chiede “pregate per me”, quando saluta dicendo “buongiorno”, quando augura “buon pranzo”, oppure quando invita a usare espressioni come “grazie” “scusa” “per favore” parole tenerissime, comprensibili a tutti, che abbracciano tutto. Di grande impatto, conservano il tono e la freschezza della conversazione.
Una delle prime decisioni di Papa Francesco – che quel 13 marzo 2013 si presentò nel modo più semplice e spontaneo tale da suscitare simpatia universale – è stata la scelta della Casa Santa Marta come sua residenza (la prima volta di un Pontefice), a pochi passi dall’aula Nervi, e non il terzo piano del lussuoso Palazzo Apostolico. L’edificio completamente restaurato serve durante il conclave per vitto e alloggio dei cardinali elettori, spesso come pernottamento dei nunzi apostolici o alle Conferenze episcopali nazionali in visita ad limina. Francesco risiede in un appartamento spoglio, si mette seduto a tavola in un posto qualsiasi, riceve nel pomeriggio i suoi interlocutori, in un clima familiare. Ogni domenica recita l’Angelus dalla finestra dell’ultimo piano del palazzo vaticano e saluta la folla radunata sulla piazza San Pietro. Parla a braccio durante la messa celebrata di mattino presto a Santa Marta, riservata a poche decine di persone. La scelta di Santa Marta gli permette di restare a contatto con la vita reale delle persone, di “assumere l’odore delle pecore” come suole dire, essendone, per volere di Dio, pastore e padre. Gli premono più le persone che le istituzioni e i suoi interlocutori sono, oltre i poveri e i semplici che predilige, parroci e preti di condotta intaccabile, sempre solleciti nell’accorrere per ogni evenienza, e sempre disposti a pagare. Stima e prende a modello figure incomparabili, rivoluzionarie senza dubbio, condannate anche al silenzio, quali don Mazzolari e don Milani, alle prese con le speranze e le sofferenze del Novecento, che fanno onore alla chiesa per la sincerità, la libertà e l’intrepidezza con cui hanno insegnato e vissuto il Vangelo. Ispirati dall’alto, ancor giovani, hanno dato, volontariamente e senza esitare, la vita per ciò in cui credevano, per coloro che amavano.
Papa Francesco ha nello sguardo la profondità di qualcuno che cerca e anela a ciò che è essenziale, perché necessario, capace di scorgere contraddizioni e potenzialità che emergono dal presente sempre meno prevedibile e interpretabile. I temi che analizza in profondità sono quelli che la quotidianità gli mette davanti, dal lavoro che non c’è alle “pesti” che inquinano la società (la corruzione anzitutto), dall’emergenza migranti nel Mediterraneo ai dilemmi del fine-vita, alla povertà parola – chiave di Francesco. In tema di politica estera raccoglie con-sensi, ma anche per quanto riguarda la riforma del settore economico – finanziario vaticano. E contro la corruzione nel mondo, che pare inarrestabile, e che tocca tanti anche nella chiesa, usa sovente parole nitide come pulizia, trasparenza, impregnate di un interiorità in grado di guardare e valutare sempre rimanendo dentro le cose, che vuol dire riprendere il controllo di tutto, percepire la realtà circostante, che a volte sembra aver perso di vista i suoi valori concreti e inseguire l’apparenza e la competitività. Del resto, a guidare il suo cammino di pontefice è l’esercizio del discernimento, un modo per fugare dubbi su personaggi e situazioni, per far sì che alleanze frettolose o sbagliate non diventino la grande bruttezza della Chiesa. Una chiesa che sembra cambiare passo, del cui riordino si sente responsabile e sul quale ha idee precise. Sa che il mondo marcia in fretta e che la Chiesa non può arroccarsi su posizioni logorate dal tempo. Il suo volerla fatta non di muri e confini ma di scambi fecondi, in uscita da se stessa, costituisce una consolante schiarita. La direzione è chiara. Porre a tema le cose che nella Chiesa ci deludono o ci feriscono, comporta confrontarsi di continuo con le debolezze di tanti, saperle gestire e mediare con discrezione e audacia. Il carisma non sta nelle apparenze o nelle forme, ma in una nuova modalità di trasmissione, della più ampia apertura,tanto da rendere familiare l’immagine di un pontefice che da vicino si scopre a noi tutti con una dolcezza inaspettatamente paterna. Sono proprio i discorsi pronunciati a braccio, le omelie della messa mattutina a Santa Marta, o anche le interviste concesse, le telefonate a sorpresa, il filo diretto con la gente, a fare di Papa Francesco un infaticabile “conversatore”. Come non tener conto di quel periodo lontano vissuto da vescovo nelle miserabili “favele” di Buenos Aires, condannate alla fame e alla miseria, nel clima pesante del regime militare, del quale ha più volte parlato come il momento in cui ha capito la centralità dei poveri nel cristianesimo. Il discorso porta a ciò che di più grandioso può esserci sulla terra: l’amore di Dio che non è altro se non misericordia senza limiti, parola ricorrente nella predicazione di Francesco, a cui molto si affida, tanto da indire un Giubileo della Misericordia (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), che apra le porte a tutti. In pochi anni di elevato ministero apostolico Papa Francesco ha dimostrato quanto l’autorità più che il potere sia stata affidata ai papi per presiedere all’esercizio della carità, al primato dell’amore: “Mi ami tu, Pietro Figlio di Giovanni? Pasci le mie pecore”. Di lui colpisce ogni intervento ispirato dalla carità, lo stare in mezzo alla gente senza aver fretta né soffrire impazienze. Non c’è tema fondamentale del Vaticano II che non sia sentito ed affrontato dal suo magistero di misericordia e non di condanna, che tocca ogni ambito, e che sembra riferirsi prevalentemente a tanti di noi non sempre disposti a perdonare, a vivere cristianamente. Proprio nella esortazione “Amoris laetitia”, al numero 5, Papa Francesco ci invita ancora una volta a essere “segni di misericordia” non solo nell’ambito della famiglia, ma anche nel contesto in cui chiunque agisce. Con lui misericordia e perdono non disgiunte da carità e giustizia si fondono armonicamente, sono l’evidenza di un magistero sempre più impegnativo ispirato dalla carità del prossimo, quindi, inseparabile dall’amore di Dio, con il quale fa un precetto solo. È magistero di speranza perché diretto sempre a spiegare, a rincuorare, a rasserenare, più ancora impegnato a spronare gli uomini come i poteri, i credenti e i non credenti, a vedere il meglio, sperare il giusto. Con voce di Pastore supremo e con stile inconfondibile, Papa Francesco emana documenti sulle questioni più urgenti di governo e dell’attualità: dalla cura del creato alle apparizioni di Medjugorie su cui “si deve investigare”, dalle direttive anti-pedofilia al carrierismo dei preti “peste della chiesa”, agli abusi in ambito liturgico-pastorale, arditezze di sacerdoti cui si rimproverano scelte autonome e superficialità. Adesso, per esempio, l’ufficio competente del Vaticano ha diramato le indicazioni circa il pane e il vino da messa che dovranno essere di qualità, sembra di capire che vanno usati solo prodotti “di origine controllata”. Succede anche che in alcune chiese locali, la messa del 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, può svuotarsi di senso e di validità, può trasformarsi in messa di suffragio e a ricordo di qualcuno, così spostando l’attenzione della comunità riunita per nient’altro se non per un rito che non è simile agli altri, che – invece – più degli altri esige rispetto, una preparazione adeguata e distinta. Basta con i telefonini a messa “è il monito del Papa: la messa non è uno spettacolo, niente telefonini”. Bergoglio racconta di aver visto nelle celebrazioni anche preti e vescovi alzare il cellulare. Nulla più separa sacro e profano, verrebbe da dire. Ma non si spegne la fede. Questi dettagli per dire che, nonostante le maschere che la nascondono, mutamenti e novità nella Chiesa annuncia Papa Francesco, sfidando meccanismi e segreti di ambienti che talvolta si muovono nella direzione contraria alla sua. Ma egli non dimentica di essere, nell’ambito della sua missione apostolica, il condottiero
della “navicella di Pietro”, che – ha detto in uno dei suoi discorsi – “oggi come ieri può essere sballottata dalle onde”, e dove gli stessi marinai chiamati a remare “possono remare in senso contrario”. Atteso dovunque e da tutti, anche da chi non crede, svolge il suo servizio con spirito di umiltà e di docilità, senza flabelli ondeggianti nei riti solenni, camminando con la folla, sulle strade del mondo per la più santa di tutte le cause: Cristo. Non sul trono, anche se quel trono è la cattedra di Pietro, dal quale egli sa scendere e confondersi. Ed è qui il segreto dell’immenso affetto e popolarità che Papa Francesco ha goduto e gode in tutto il mondo.

A cura di Giacomo Cesario

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