La nostra ricchezza è la nostra diversità

Gli studi sulle evoluzioni umane che smentiscono qualsiasi teoria di superiorità di tipo razziale.

Ai razzisti non farà piacere sapere che siamo tutti africani! Le scoperte della genetica, infatti, confermano quello che è stato stabilito già da tempo dagli archeologi: la migrazione degli Homo sapiens è partita dall’Africa e ha colonizzato il mondo intero.
Nel corso della storia, in molti atroci periodi, il razzismo ha provocato distruzione e morte. La prova più terrificante è rappresentata dall’Olocausto; erroneamente, le leggi razziali affermavano l’esistenza di una razza superiore alle altre: la “razza pura”. Questa pretesa era infondata poiché la scienza ci dimostra che qualsiasi tentativo di realizzare una razza pura è un fallimento. La ragione è genetica: le cosiddette linee pure sono spesso sterili e afflitte da gravi malattie: è, infatti, il rimescolamento dei geni ad assicurare un migliore adattamento all’ambiente. Per esempio, gli Africani hanno mantenuto un colore scuro, perché, per proteggere la pelle dal sole sviluppa-no più melanina; i Cinesi, che discendono dai gruppi che per primi colonizzarono la Siberia, hanno narici piccole e doppia palpebra per proteggere occhi e soprattutto il cervello dal freddo; il colore chiaro degli Europei è legato al fatto che, cibandosi prevalentemente di cereali, hanno dovuto sviluppare una pelle adatta ad assorbire maggiori quantità di luce per prevenire il rachitismo.
Se è vero che le razze non esistono, la genetica ci dice che, nonostante tutti gli ominidi condividono il 97% del patrimonio genetico, il restante 3% fa si che gruppi di uomini diversi si siano potuti adattare ad ambienti diversi e quindi sviluppare aspetti fenotipici diversi come il colore degli occhi, il colore della pelle, la statura, il colore dei capelli, ecc.
A causa di questo 3%, numerosi sono i dati scientifici che dimostrano le differenze razziali.
Uno studio pubblicato il 19 Ottobre 2017 presenta il seguente titolo “Increased Frequency of KRAS Mutations in African Americans Compared with Caucasians in Sporadic Colorectal Cancer” (Aumento della frequenza delle mutazioni di KRAS negli afroamericani rispetto ai caucasici nel cancro colorettale sporadico) ed ha evidenziato che le mutazioni KRAS erano statisticamente meno frequenti nei bianchi non ispanici quando confrontati con le popolazioni afro-americane. Un aumento delle mutazioni KRAS nel cancro colon-retto sporadico nelle popolazioni afroamericane può contribuire ad aumentare la mortalità. L’articolo suggerisce che la comprensione dei meccanismi di questa disparità razziale è fondamentale per effettuare una migliore assistenza.
Un altro studio datato 1 Ottobre 2017, dal nome “Racial and Ethnic Disparities in the Incidence of Pediatric Extracranial Embryonal Tumors” (Disparità razziali ed etniche nell’incidenza dei tumori embrionali extracranici pediatrici) ha preso in esame i vari casi di tumori embrionali extracranici pediatrici per razza e etnia negli Stati Uniti utilizzando un registro di cancro basato sulla popolazione. I casi di tumori embrionali extracranici tra i bambini da 0 a 19 anni diagnosticati tra il 2000 e il 2010 sono stati recuperati dal programma di sorveglianza ed epidemiologia. I tassi di incidenza standardizzati e i tassi di incidenza percentuale (IRR) sono stati ottenuti per razza/etnia mentre la percentuale di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà per contea è stata utilizzata per stratificare lo stato socio-economico. Da questo studio emerge che: tutti i gruppi minoritari avevano una minore incidenza di neuroblastoma: gli ispanici presenta-no IRR = 0,53, i neri hanno IRR = 0,70, l’islamico possiede IRR = 0,56 e gli indiani americani/Alaska Native presentano IRR = 0,28. Gli ispanici, tuttavia, avevano una maggiore incidenza di retinoblastoma (IRR = 1,26). L’incidenza del nefro-blastoma era inferiore tra gli ispanici (IRR = 0.80) e islamici (IRR = 0.43) mentre equivalente per i neri. Allo stesso modo, l’incidenza di rabdomiosarcoma era bassa tra gli ispanici (IRR = 0,85) e islamici (IRR = 0,61) mentre equivalente per i neri. Tuttavia, l’incidenza di hepatoblastoma era bassa tra i neri (IRR = 0.44) mentre equivalente per gli ispanici e islamici. L’incidenza di tumori di cellule germinali è stata più alta tra gli ispanici (IRR = 1,30) e minore tra neri (IRR = 0,52) e isla-mici (IRR = 0,79).
Altre ricerche hanno evidenziato il collegamento tra talassemia (la cosiddetta anemia mediterranea) e malaria: il plasmodio della malaria è incapace di parassitare all’interno di globuli rossi anormali come lo sono quelli dei pazienti affetti da talassemia. Se consideriamo la distribuzione geografica della malattia ematologica, si osserva una corrispondenza con la mappa di distribuzione della malaria poiché, dove era diffusa la malaria sono sopravvissuti solo i soggetti anemici. L’anemia mediterranea è diffusa principalmente nei Paesi del bacino del Mediterraneo (delta del Po, Sardegna, Sicilia, Nord Africa, Grecia), aree in origine paludose e endemicamente malariche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato la presenza in Europa, Africa e Asia, di circa 180 milioni di individui microcitemici. Si calcola che in Italia ci siano circa 3 milioni di b-talassemici; la Sardegna è una delle regioni italiane a più alto rischio per l’elevato numero di portatori sani (300.000 circa) su una popolazione di circa 1,6 milioni. Nel corso dell’evoluzione, gli individui che non presentavano tali patologie sanguigne erano soggetti a frequenti infezioni del plasmodio e morivano, appunto, di malaria, mentre i soggetti che presentavano, in omozigosi, l’anemia morivano proprio a causa dell’anemia. A sopravvivere erano solo quegli individui che presentavano, in eterozigosi, il gene della talassemia poiché, in eterozigosi, la talassemia è compatibile con la vita ma comunque è un ostacolo al ciclo infettivo del plasmodio della malaria. Quindi, la presenza di talassemia ha permesso a queste etnie del bacino del Mediterraneo di sopravvivere.
Altri studi ancora, dimostrarono che, negli anni ’50, i bambini neri che venivano “spediti” in Canada avevano una probabilità 12 volte maggiore di ammalarsi di rachitismo rispetto ai bambini bianchi/caucasici.
Esistono ancora molti altri esempi di come sia sufficiente quel 3% di DNA per renderci diversi tra di noi ma ciò non implica che esistano “razze” più intelligenti di altre, destinate al dominio o alla schiavitù. Il problema è che noi tutti abbiamo la tendenza a giudicare le persone sulla base delle loro caratteristi-che esteriori e di apprezzare solo chi appare simile a noi, rifiutando chiunque ci sembri diverso. La conseguenza, dell’equivoco sul diverso è la paura. Il diverso induce un timore irrazionale che si manifesta a prescindere dalla sue azioni (è noto che un ragazzo nero, negli Stati Uniti, ha molte più probabilità di un bianco di essere fermato dalla polizia) e in periodi di crisi, è facile che individui senza scrupoli facciano leva su questa paura per ottenere consenso usando la scienza in maniera errata.
Una citazione di Swami Vivekananda riassume al meglio quanto detto: “Se fossimo tutti identici, che monotonia! Stesso fisico, stessi pensieri, che cosa ci rimarrebbe da fare, se non seder-ci e morire dalla disperazione? Non possiamo vivere come una fila di formiche, la diversità fa parte della vita umana”.

A cura di Giulia Venneri

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