Asilo in Europa: alla ricerca della solidarietà perduta

Tra riforme e controriforme dei trattati, il punto sullo stato della politica migratoria dell’Unione.

«Per me l’Europa è più di un semplice mercato unico. È ben più del denaro, più di una valuta, più dell’euro. È da sempre una questione di valori».
È una delle frasi più forti e significative espresse dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione 2017 pronunciato a Strasburgo lo scorso 13 settembre. Valori quali uguaglianza, solidarietà, libertà, che devono essere al centro delle politiche dell’Unione europea.
Ed è principalmente di valori che si parla in queste settimane (rectius: mesi) nel cuore dell’Europa, ove si discute della modifica del regolamento di Dublino, che definisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide.
Ma facciamo un passo indietro.
Le politiche comunitarie in materia di asilo prendono avvio, sostanzialmente, con il Trattato di Maastricht del 1992. Prima dell’entrata in vigore del Trattato, vennero approvati due testi importati, ovvero la Convenzione di Schengen, il cui scopo era quello di abolire i controlli alle frontiere interne e creare un’unica frontiera all’esterno della Comunità, e la Convenzione di Dublino, volta all’introduzione di criteri in base ai quali determinare la competenza degli Stati nella valutazione della domanda di asilo. La Convenzione di Dublino si basava essenzialmente su due principi: individuazione dello Stato responsabile della domanda di asilo ed extraterritorialità delle decisioni negative dell’asilo, in base al quale se uno Stato rigettava la domanda di asilo, quest’ultima non poteva essere accettata da un altro Stato membro. Il fine, dunque, era quello di evitare che i richiedenti asilo potessero presentare domanda in più Stati e prevenire il così detto Asylum shopping, ovvero il trasferimento dei richiedenti asilo da uno Stato all’altro che avviene quando il richiedente cerca un Paese che possa offrire migliori condizioni di accoglienza. Tuttavia, ciò portò ad un aumento di domande di asilo verso alcuni Stati a causa della loro particolare situazione geografica e delle politiche interne in tema di immigrazione più “malleabili”.
I Trattati istitutivi, prediligendo un tratto prettamente economico, non prendevano in considerazione il tema del diritto di asilo, il quale fece il suo ingresso ufficiale con la creazione del Terzo pilastro dell’Unione, appunto a Maastricht, dedicato alla cooperazione in materia di giustizia e affari interni. A Maastricht prese avvio una nuova fase di cooperazione nella politica di asilo: gli Stati membri potevano prendere posizioni comuni e dar vita ad azioni comuni, anche se la cooperazione rimaneva su un piano inter-governativo.
Un’importante innovazione avvenne con il Trattato di Amsterdam (1999) che comunitarizzò l’asilo, inserendolo nel primo pilastro. Venne dunque trasferita la competenza all’Ue per l’adozione di norme vincolanti in mate-ria di asilo e immigrazione. Un altro punto saliente nel percorso che stiamo descrivendo è costituito dal Consiglio europeo di Tampere del 1999, in cui si affermò l’obiettivo di raggiungere una politica comune europea sul diritto di asilo e venne istituito un sistema per l’identificazione dei richiedenti asilo: il sistema EURODAC.
Nel 2003 la Convenzione di Dublino venne superata dal Regolamento 343/2003/ CE che istituì il così detto “Regolamento di Dublino II”. Si riscontra una certa continuità con la prece-dente Convenzione di Dublino sulla determinazione dello Stato competente per l’esame della domanda di asilo, ma si possono individuare alcune novità, come la sovereignty clause, che permette ad uno Stato diverso da quello competente di valutare la domanda di asilo, se il primo Stato non è in grado di accordare protezione internazionale al richiedente.
Arriviamo al Trattato di Lisbona (2007). Esso trasformò le mi-sure in materia di asilo in una politica comune, con l’obiettivo di creare un sistema comune che comporti status e procedure uniformi.
Il Regolamento di Dublino è stato nuovamente ripreso nel 2013 (Dublino III). Esso si basa sullo stesso principio dei due precedenti regolamenti: il primo Stato membro in cui viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della stessa e tale Stato è il primo in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione europea.
Questo breve excursus storico ci serve per analizzare l’azione europea in materia di asilo. Un’azione che mostra, però, tutti i suoi limiti. Una persona che arriva, ad esempio, in Italia, Spagna, Grecia e Ungheria (Paesi di “primo approdo”), deve avere la fortuna di non farsi intercettare se vuole scegliere e raggiungere lo Stato in cui vorrebbe vivere. È un meccanismo semplicemente perverso: un Paese che salva la vita di una persona, sarà costretto ad accoglierlo e garantirgli protezione. Lo stesso Paese sarà il luogo in cui il richiedente dovrà costruire il suo futuro (se non remoto, comunque prossimo), poiché la stessa persona a cui è riconosciuta la protezione internazionale può circolare per tre mesi nel territorio dell’Unione europea, ma non può trasferirsi legalmente in un altro Stato. È come se fosse un “ostaggio” nelle mani del Paese in cui è approdato. E si potrebbe continuare. Ma torniamo ad oggi.
È di qualche giorno fa la notizia che il Parlamento europeo ha dato il “via libera” all’avvio dei negoziati con il Consiglio e la Commissione europea per riformare (nuovamente) il regolamento di Dublino. È stato un iter travagliato, che ha trovato opposizione soprattutto nei Paesi dell’Est Europa e in particolare, nel gruppo di Visegrad, costituito da Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, i cui europarlamentari, senza distinzione politica, hanno dimostrato, ancora una volta, contrarietà al sistema di divisione dei richiedenti asilo negli Stati membri dell’Unione europea.
Il rapporto Wikström, che prende il nome dall’eurodeputata svedese Cecilia Wikström (del gruppo ALDE), relatrice della riforma, riguarda la sostituzione del criterio del primo Paese di accesso con un meccanismo di ricollocamento secondo un sistema di quote, a cui sono tenuti a partecipare obbligatoriamente tutti gli Stati membri. Si tiene conto, inoltre, dei legami familiari, nonché dei legami tra il richiedente asilo e lo Stato in cui vuole andare, come l’affinità linguistica, culturale e religiosa. Una modifica necessaria e al contempo utile per liberare gli Stati di primo approdo dal peso eccessivo che l’attuale riforma prevede, se di peso eccessivo si vuol parlare.
Ora la riforma passerà nelle mani del Consiglio europeo che, come molti immaginano, non ha un orientamento comune. Saranno mesi caldi, contraddistinti da accesi dibattiti tra gli Stati, i quali, pur di non perdere il proprio elettorato, sono pronti a scatenare una “guerra”. Perché, si sa, l’Unione europea è una donna attraente quando finanzia progetti per lo sviluppo loca-le, ma diventa il nemico da combattere quando chiede qualcosa in cambio, come se quella bellissima donna di sessant’anni si sia trasformata in una strega cattiva. E tanti cari saluti al principio di solidarietà.
Riprendendo le parole di Juncker, «L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove possono trovare rifugio coloro che fuggono le persecuzioni», anche per dare un senso al premio Nobel per la pace ricevuto nel 2012. Stay human.

A cura di Gerardo Varrà

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...