Cent’anni

La storia della Rivoluzione russa,un secolo dopo.

Le radici della Rivoluzione d’Ottobre possono essere rinvenute nella cosiddetta Rivoluzione di Febbraio, il cui inizio formale è da ascrivere all’assalto per conto di un reparto del reggimento della guardia di Volinia sul Nevskij Prospekt avvenuto il 26 Febbraio, e la cui ragion d’essere derivava essenzialmente dalla permanenza dell’assolutistico sistema zarista, dalle sommosse per la carestia disastrosa verificatasi a seguito della Prima Guerra Mondiale, dall’ inflazione e dal crollo dell’economia, dal malcontento generale, dalla cattiva distribuzione delle terre e dal dilagante disordine generale con conseguenti rivendicazioni da parte delle classi operaie e contadine e numerosi scioperi allargatisi a macchia d’olio con successivi licenziamenti e soppressione delle rivolte nel tentativo di appianare i disordini della capitale. La Rivoluzione di Febbraio si concretizzò dopo l’ennesima insurrezione popolare a seguito della quale lo zar Nicola II, incapace di fronteggiarla, si vide costretto ad abdicare in favore del fratello, il quale, a sua volta, rifiutò la corona. Fu proprio tale occasione formale a sancire la fine della dinastia Romanov dopo quasi trecento anni di dominio indiscusso sul territorio. In seguito, la Russia, stremata da tre anni di guerra, e affidata a un governo provvisorio formato dai maggiori partiti della Duma, si rese conto ben presto che le speranze di cambiamento riposte nel nuovo governo borghese erano rimaste tradite, essendo il governo stesso assoggettato ai rappresentanti delle grandi proprietà fondiarie, finanche favorevoli al prosieguo della guerra. Nel contempo, aumentava il numero delle vittime, proliferava la mancanza di beni di prima necessità e il disappunto comune metteva ancor più a repentaglio una situazione già tanto travagliata e compromessa. Lenin tornò in patria nell’aprile del 1917, dopo essere stato costretto a emigrare in Svizzera dieci anni prima pur di sottrarsi a un mandato di arresto emesso dalla polizia zarista. «Compagni! Soldati, marinai e lavoratori! Sono felice di salutare in voi la rivoluzione russa vittoriosa, avanguardia dell’armata proletaria mondiale (…). La rivoluzione russa compiuta da voi ha dato inizio ad una nuova epoca. Viva la rivoluzione mondiale socialista!». Questo fu il primo discorso di Lenin alle masse e, nel minor tempo possibile, cominciarono a diffondersi cartelli con le scritte: «Tutto il potere ai soviet! Basta con la guerra! Pane, pace, libertà!». Il ritorno del leader bolscevico fu favorito dai tedeschi che auspicavano di indebolire o meglio annientare coloro i quali, in Russia, si pronunciavano ancora a favore del combattimento nella Grande Guerra. Al suo arrivo a Pietroburgo, Lenin diffuse un documento in dieci punti, noto come le Tesi di Aprile, all’interno delle quali dibatteva con chiarezza d’intenti i termini, i caratteri e le modalità che doveva assumere la presa del potere, contribuendo, così, al rovesciamento della teoria marxista ortodossa, secondo la quale la rivoluzione proletaria avrebbe avuto luogo dapprima nei Paesi più sviluppati, come risultato delle contraddizioni del sistema capitalistico giunto al suo epilogo. Era invece la Russia, in quanto anello più debole della catena imperialista, a offrire le condizioni più favorevoli per la crisi del sistema. Fu Kerenskij, ormai ministro di guerra, a fomentare l’entusiasmo bellico con discorsi persuasivi ed entusiasmanti, un atteggiamento, questo, che fu ben presto avallato una volta presa contezza delle morti e dei pericoli imminenti, incentivando, di contro, odio e astio nei suoi riguardi e stima per i bolscevichi ersisi a fautori della pace. Lenin, piuttosto, si propose a favore dell’accelerata caduta della ditta-tura controrivoluzionaria della borghesia da sostituire con la dittatura del proletariato, nella convinzione che la presa del potere non si sarebbe mai potuta realizzare senza violenza: di lì in poi gli eventi si susseguirono rapidamente e, nel giro di due mesi, dopo che Kerenskij convocò un’assemblea che rafforzasse la sua posizione, e che i bolscevichi risposero con un affollato sciopero di protesta, Lenin fece segretamente ritorno a Pietroburgo il 10 Ottobre (23 del calendario giuliano) 1917 per incitare all’attacco immediato: Trotzki alla guida del Comitato Militare Rivoluzionario si insediò nell’istituto Smolnyi, sede del partito bolscevico fino alla sera del 24 Ottobre (6 novembre) quando Lenin vi si recò per organizzare definitiva-mente la presa del potere: le guardie rosse e i soldati occuparono tutti i punti nevralgici della città: i ministeri, la banca nazionale, la centrale telefonica, le linee ferroviarie, ecc. Gli in-sorti intimarono il governo e le poche forze a esso fedeli rinchiusisi nel Palazzo d’Inverno ad arrendersi entro mezz’ora, ma quando l’ultimatum non ricevette risposta, una cannonata a salve partita dall’incrociatore Aurora segnò l’inizio dell’attacco e dello scontro tra le due parti. All’alba del 26 ottobre (8 novembre) la presa del potere era ormai conclusa: fu decretato il passaggio di potere e proclamata la Repubblica dei Soviet. Lenin salutò la vittoria della Rivoluzione ribadendo la propria speranza a ché si potesse attuare una vera e propria rivoluzione socialista mondiale che attecchisse in Germania, in Italia e in altri Paesi Europei. La conquista del potere per opera dei bolscevichi passò alla storia come Rivoluzione d’Ottobre o come Ottobre Rosso, processo a seguito del quale il nuovo governo assunse il nome di Soviet dei Commissari del Popolo, guidato da Lenin, cui spettava l’ingente compito di imporre una radicale riorganizzazione dell’apparato economico, politico e sociale dello stato, sancire la pace con la Germania ed esacerbare l’opposizione politica interna. Il governo procedette, dunque, con l’approvazione del decreto sulla terra che nazionalizzava le grandi proprietà da suddividere poi tra i contadini, il decreto sulla pace promotore di immediate trattative di pacificazione, la soppressione delle vecchie istituzioni, del sistema giudiziario, della polizia, rispettivamente soppiantate da tribunali del popolo e da una milizia per lo più costituita da operai, con la separazione della chiesa dallo stato e dalla scuola, l’introduzione del matrimonio civile e della giornata lavorativa di otto ore e il riconoscimento delle pari opportunità alle donne. Infine, il 5 (18) dicembre del 1917 venne promulgata la Dichiarazione dei popoli della Russia, garante dell’uguaglianza di tutte le minoranze etniche e del loro diritto all’autodeterminazione.
In epoca sovietica, il 7 novembre di ogni anno, la rivoluzione d’ottobre veniva celebrata in modo solenne, suffragata da parate militari e vari eventi pubblici, e nonostante i festeggiamenti siano stati interrotti dopo il crollo dell’URSS, il partito comunista russo, ancora veneratore di Stalin, continua a commemorare l’ascesa al potere dei bolscevichi, una vicenda storica che, ad oggi, divide nettamente la Russia in chi la rivendica e osanna e chi, invece, vorrebbe offuscarla. Non stupisce allora pensare che non è più la Rivoluzione bolscevica la festa centrale del calendario laico, ma la vittoria sul nazismo, che ricorre ogni 9 maggio, e che finanche in occasione dei festeggiamenti per il centenario della rivoluzione tenutosi lo scorso 7 novembre, cui hanno aderito ben 132 delegazioni dei partiti comunisti di tutto il mondo, compresi molti giovani, un’altra manifestazione ha presieduto la scena in Piazza Rossa: la parata mili-tare organizzata per commemorare la marcia, sostenuta da Stalin e tenutasi il 7 novembre del 1941, dei soldati che partirono da Mosca per respingere l’avanzata nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Edward H. Carr, maggiore storico delle vicende dell’Unione Sovietica, asserì che la rivoluzione russa dovesse essere interpretata «non solo come una rivolta contro il capitalismo borghese nel più arretrato Paese occidentale, ma come una rivolta contro l’imperialismo occidentale nel più avanzato Paese orientale». Ad oggi, trascorsi ormai cento anni dallo scoppio della Rivoluzione, molti affermano: «Il capitalismo globalizzato ha fallito, la rivoluzione sovietica è ancora attuale». Se la Rivoluzione bolscevica può considerarsi ancora di grande attualità a distanza di un secolo, il merito o demerito è da ascrivere alla persistenza di quei temi o di quelle piaghe che, oggi, come all’epoca, ne testimoniano e testimoniarono la ragion d’essere: la distruzione dell’ambiente, le diseguaglianze sociali, le guerre, la detenzione delle ricchezze mondiali da parte di un gruppo esiguo di individui rispetto alla popolazione globale complessiva, ecc. Molti, negli anni, e ancora oggi, vorrebbero ostracizzare e cancellare dalla memoria collettiva il socialismo bolscevico, forse perché, come sostiene Marco Rizzi, i tempi attuali sono «la prova evidente della crisi verticale del sistema capitalistico globalizzato e contemporaneamente sono la prova dell’attualità della Rivoluzione Sovietica nel presentare la prospettiva dell’unica società alternativa possibile: quella socialista»? Re-sta un dato inoppugnabile, così come dichiara Michele Prospero, autore di Ottobre 1917: «Ha avuto un ruolo importantissimo non solo la rivoluzione ma anche il processo seguito dalla rivoluzione. Vale a dire che la Guerra patriottica e il successo dell’Unione Sovietica con le potenze alleate contro nazi-fascismo ha avuto un grande impatto e una rilevanza storica nella ricostruzione delle democrazie quando le bandiere rosse sovietiche sventolarono sui tetti del cancellierato tedesco e perfino a New York, in America, in segno di riconoscimento della grande operazione di liberazione dal nazi-fascismo».

A cura di Stefy Bertucci

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