Caporetto 2.0

La cocente delusione dell’Italia calcistica e non, all’indomani della clamorosa mancata qualificazione ai mondiali di Russia 2018.

Triplice fischio dell’arbitro Antonio Mateu Lahoz, finisce 0 a 0, l’Italia, dopo sessant’anni, non prenderà parte al prossimo mondiale. Serata che più triste non poteva essere, cuori infranti, musi lunghi e lacrime, soprattutto lacrime. Gli “italiani evoluti” subito pronti a dire: “Che sarà mai”, “è solo calcio”, “le tragedie sono altre”, “dovremmo pensare di meno al calcio e di più ai problemi seri che affliggono il nostro Paese”. Si sa però che, da che mondo è mondo, l’unione fa la forza e niente, neanche lontanamente, unisce l’Italia come la nazionale di calcio. Da un punto di vista prettamente calcistico si è persa l’occasione di continuare un percorso iniziato due anni fa con l’ottimo europeo finito solo ai quarti e solo ai rigori contro la corazzata Germania, in una competizione che ci aveva visto battere la Spagna agli ottavi pur con una rosa nettamente inferiore. La squadra nel corso di questi due anni si era migliorata parecchio, aveva raggiunto quel mix di esperienza e gioventù che poteva dare soddisfazioni. Ma il giocattolo si è rotto troppo presto, ancor prima di giocarsi il mondiale, complice una gestione che aveva iniziato bene la fase di qualificazione ma che ha perso ogni lucidità e ogni unione di intendi dopo la netta sconfitta a Madrid contro la Spagna di settembre, un risultato che ci ha di fatto condannato agli spareggi, mentre le dimissioni post Svezia, comunque tardive, di Ventura e Tavecchio, non sono neanche una magra consolazione. Paradossalmente però, la mancata qualificazione rappresenta una vera tragedia al di là del semplice aspetto sportivo, la fotografia di un Paese a cui non resta più neanche il piacere di tifare per la nazionale, un Paese deriso da tempo sul piano economico e sociale a cui non re- sta neanche la possibilità di rifarsi, appunto, sul piano sportivo. L’organo che gestisce le sorti della nazionale, la Figc capitanata da Carlo Tavecchio, spaccato in due sin dalla sua prima elezione, di- mostra come soprattutto i club di A, B e serie C, non abbiano avuto la forza e il coraggio di operare un cambiamento nonostante fosse chiaro che con l’addio di Antonio Conte ci fosse il bisogno di ripartire da un nuovo corso, di svecchiare una classe dirigente ormai ultra settantenne che fatica a stare al passo con i tempi. Per tutta risposta si è scelto per la panchina Gian Piero Ventura, un altro settantenne dal curriculum per niente esaltante, dalle idee decisamente poco innovative e dal carisma neanche lontanamente paragonabile al predecessore. Lo specchio di una nazione che non riesce, e talvolta non vuole, cambiare marcia. È la sconfitta di tutti, di un popolo che da sempre preferisce andare avanti per inerzia piuttosto che rimboccarsi le maniche. Che questa cocente delusione ci sia da monito per capire che, in un mondo che corre spedito verso il progresso in ogni ambito, neanche nella disciplina dove siamo, da sempre, tra le prime tre nazioni al mondo per fama e successi, nessuno ci regala niente, che ormai non si campa più di rendita, che bisogna sudare e rinnovarsi per restare al passo con i tempi; altrimenti si rischia real- mente di rimanere definitivamente in- dietro su tutto e, come in questo caso, di non poter godere neanche dei momenti di distrazione, l’esaltazione, l’unione che, per trenta giorni ogni quattro anni, gli italiani vivono per ventidue pazzi che corrono dietro a un pallone.

A cura di Mario Caputo

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