L’Astoria non ti dimenticherà

Il capitano viola aveva 31 anni, lascia la compagna e la figlia

Spesso nei momenti in cui ci fermiamo a riflettere sulla quotidianità della nostra esistenza, quante volte ci è capitato di pensare o sussurrare “era destino”, “doveva succedere” oppure “il fato ha voluto così” per sintetizzare un evento o un’esperienza che la vita ci mette davanti. Beh, quello che è successo domenica 4 marzo sembra il rias-sunto perfetto di questo modo di fare o di prendere quello che il nostro tempo ci dona o ci toglie. Eh si, perché sembrava una domenica come tante se non fosse solo per il fatto che il popo-lo italiano si apprestava a partecipare alle elezioni tra le più combattute della storia della Repubblica; una domenica con il primo sole primaverile che riscaldava il viso, il cuore, provocando un sorriso che salutava il freddo inverno per dare il ben-venuto alla primavera, stagione di rinascita, di risveglio dal letargo, di nuovi odori, profumi che madre natura offre ai suoi figli; una domenica intesa come giorno di riposo, di ritrovo familiare, di preghiera al Signore, di sentimenti puri e buoni propositi; una domenica da gita, da visita culturale, o dedita al calcio, lo sport più amato dagli italiani. Eh già, sembrava una delle tante domeniche che segna la fine della settimana, eppure, nonostante i sentori fossero questi non era un giorno come gli altri. La notizia è di quelle che non ti aspetti, il cosiddetto fulmine a ciel sereno che ti scuote e dà il via ad un turbinio di emozioni e sensazioni che sconquassa il proprio stato d’animo dando avvio a una agitazione, a un disordine interiore. Le voci sono diverse, ma il timbro è identico. I media, i social, le tv, battono l’ultim’ora: è morto Davide Astori, capitano della Fiorentina. Il tamtam è frenetico e repentino, lo Stivale apprende l’annuncio nella totale incredulità e lo sgomento nell’opinione pubblica dilaga toccando tutte le fasce della popolazione, lasciando in loro un senso di vuoto. Non è una notizia che tocca un solo ambito della società, un solo settore, ma avvolge e coinvolge dapprima un’intera nazione e di slancio l’intero glo-bo. Davide era partito sabato insieme alla squadra alla volta di Udine dove si sarebbe dovuta disputare la partita di calcio, valevole per il campionato italiano di Serie A 17/18, Udinese-Fiorentina. La solita routine prima dell’impegno sportivo, la concentrazione della squadra prima del match, l’allenamento. Era tutto solito, definito, organizzato. Eppure al risveglio mattutino qualcosa non quadrava. Davide, da capitano, si presen-tava sempre per primo nella sala adibita per la colazione. Quella mattina non fu così. Lo staff salì nella camera del Capitano convinto di un riposo “più pesante” del solito, di un ritardo insolito, di un’eccezione che conferma la regola. Niente di tutto questo. Davide era lì, nel suo letto, con l’espressione serena, ma senza vita. Era l’inizio di un incubo materializzatosi repentinamente e senza alcun sentore. L’autopsia svolta nei giorni successivi recitava: “In base alle evidenze lodell’esame autoptico effettuato in data 6 marzo 2018 sul cadavere di Astori Davide Giacomo, in riferimento alla causa di morte, la si può indicare come causa di morte cardiaca, senza evidenze macroscopiche, verosimilmente su base bradiaritmica, con spiccata congestione poliviscerale ed edema polmonare. Per la diagnosi definitiva, sono necessari approfonditi esami istologici”. Il cuore di Davide ha rallentato il battito fino a fermarsi. Il mondo del calcio e dello sport in ogni latitudine si sono stretti al dolore dei familiari e degli amici; la giornata di campionato di Serie A è stata rinviata e in ogni competizione europea e campionato straniero è stato rivolto un minuto di silenzio in onore e in ricordo del Capitano viola. L’ Italia intera si è unita nel dolore e nella commozione per la scomparsa di un giovane calciatore che però non era solo questo. Era un ragazzo di 31 anni, dotato dei veri valori etici e morali di una persona perbene. Un lavoratore, professionista esemplare, con una famiglia solida alle spalle che lo ha accompagnato dagli inizi della carriera. Lui, originario del bergamasco, ha mosso i suoi primi passi da calciatore nel Ponte San Pietro, società sat-ellite dell’A.C. Milan, è un difensore centrale mancino dai piedi buoni e con discreta tecnica. È proprio nelle giovanili del Milan che cresce e inizia la sua carriera professionale. Veste le maglie di Pizzighettone e Cremonese in Serie C e succes-sivamente viene acquistato dal Cagliari Calcio dove disputa tre stagione Serie A prima del passaggio alla Roma, dove gioca per i colori giallorossi per un anno prima di approdare alla Fiorentina. Gioca 88 partite con i viola diventandone il Capitano. Per lui si aprono anche le porte della Nazionale Italiana, punto di arrivo per ogni calciatore professionistico e motivo di orgoglio nel rappresentare il proprio Paese. Vive una favola Davide, ma non di quelle che non ti arrivano così, per caso, ma frutto di grandi sacrifici ed altrettante difficoltà. È il sogno della sua vita, che si tiene stretto senza mollare la presa, senza distrazioni né passi falsi. Davide sa quello che vuole, quello che deve raggiungere. La figura di Astori nel panorama calcistico è di quelle che al giorno d’oggi è raro trovarne. Un personaggio che sembra far parte di quel calcio d’altri tempi non soffocato dal denaro e dagli interessi di pochi, ma di quel calcio nostalgico, vicino alle famiglie e pieno di valori da tramandare. Condivide il suo percorso con Francesca, la sua compagna, sempre al suo fianco, circondati da un amore reale, spesso originale nel modo di manifestarsi. Il gol più impor-tante della vita di Davide è la piccola Vittoria, di due anni ap-pena, e il nome non è un caso. Astori ci lascia alle idi di marzo, da padre, marito, figlio e fratello. Vittoria sarà accompagnata nel suo percorso di vita dai suoi cari, con il ricordo del papà sempre impresso e come esempio da seguire. Davide non sbiadirà nel ricordo. Non è una promessa, ma un qualcosa che tutta la famiglia del calcio e non solo si porterà dietro con sé.

A cura di GianMarco Andrieri

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