L’onda mal celata

Un attentato a Macerata, in piena campagna elettorale, scoperchia la pentola di antichi bollori sociali: soffia un vento nero che non può più essere ignorato.

Come spesso accade, anche la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni politiche del 4 marzo scorso, è stata etichettata come una delle più brutte di sempre. A torto o ragione, è stata sicuramente particolare, per un motivo imprevisto, anche se probabilmente non imprevedibile: quei momenti di violenza che hanno interessato diverse città d’Italia, a partire, non che sia stata l’unica causa scatenante, dai fatti “neri” di Macerata. Il riferimento è all’attentato con il quale tale Luca Traini, armato di pistola, il 3 febbraio ha ferito 5 uomini e una donna, tutti originari dell’Africa sub sahariana, nel tentativo, stando alla sua confes-sione, di vendicare l’uccisione di Pamela Mastropietro, la giovane romana fatta a pezzi il 30 gennaio, proprio nel capoluogo marchigiano, nel caso che vede indagati alcuni immigrati del luogo.
L’episodio ha imposto alle forze politiche in competizione e soprattutto agli organi dello Stato, di occuparsi e rispondere di un fatto fino ad allora colpevolmente ignorato o minimizzato: il lento e progressivo rigurgito fascista che occupa da tempo, come se nulla fosse, il dibattito pubblico e che intanto armava un pezzetto di società sul terreno fertile del razzismo, sugli assunti inconcepibili per i quali straniero vuol dire delinquente, accoglienza significa insicurezza, migrare equivale a invadere.
Da quel sabato maceratese, di colpo, tutto il sistema mediatico e politico si è accorto che nel nostro Paese, come nel resto d’Europa e del mondo occidentale, esiste un problema di intolleranza, cavalcato da alcuni partiti e movimenti ormai ampiamente legittimati e inglobati dal sistema, che oggi rischia di sfociare in raid punitivi e attentati – come avvenuto nelle Marche e purtroppo già diverse volte in passato e nel resto d’Italia – e chissà cosa diventerà domani.
Sono seguiti, allora, scontri tra forze dell’ordine e manifestan-ti dei tanti cortei antifascisti, aggressioni a militanti politici di movimenti radicali, nonché la dialettica istituzionale ed elettorale fatta però di tanti inutili luoghi comuni. Infatti, quello che poteva essere il momento propizio per affrontare di petto il problema, è stato invece l’occasione per aggirarlo ancora una volta, sulla scorta degli ormai consueti e stucchevoli inviti ad abbassare i toni.
Gli studi statistici pubblicati durante e dopo la campagna elettorale mostrano come i fatti di Macerata non abbiano spostato affatto gli indirizzi elettorali nonostante avessero occupato, in quei giorni, gran parte del confronto politico. Questo dato ser-ve a chiarire, se ce ne fosse bisogno, come neanche un evento drammatico di tale portata riesca a produrre una discussione seria e approfondita sulla questione, che quindi possa generare riflessioni nell’opinione pubblica.
I fatti, al più, dopo i primi giorni caldi, sono stati via via derubricati a “follia di un uomo instabile”, cercando quindi di deideologizzare ed isolare al massimo l’atto.
La sera delle elezioni, i grandi conoscitori ospiti delle maratone televisive, o almeno la maggior parte di loro, erano già pronti a dire come i microscopici risultati elettorali di certi movimenti di estrema destra dimostrassero che la temuta ondata fascista fosse stata respinta dalle elezioni. Quanto di più falso.
Non ingannino, infatti, questi dati elettorali, e non tanto per il fatto che, comunque, uno dei vincitori delle elezioni sia stato proprio quel Salvini che – testualmente – parla di “necessaria pulizia di massa anche con le maniere forti”; piuttosto perché questo vento nero, scatenato senza alcun dubbio dalla crisi fi-nanziaria e dal conseguente allargamento delle disparità sociali, che in Italia e in tutto il mondo occidentale si riversa sempre più in casi di violenza, non è meno pericoloso se non ha stretta rappresentanza politica, ma è, al contrario, più pericoloso se le istituzioni non vi pongono un freno definitivo con provvedimenti che riequilibrino le disuguaglianze economiche e sociali. Per capirci meglio, fino a quando lo stato di crisi (non solo economica ma anche crisi della stabilità politica in Medioriente e in Africa settentrionale), sarà consolidato, più cresceranno le schiere di poveri al di qua e al di là del Medi-terraneo, più avranno legittimazione di massa le ideologie raz-ziali e fasciste, quelle che vorrebbero riscrivere i concetti di patria e rimarcare i confini geografici, quelle che alla lotta contro gli arricchiti preferiscono le distinzioni tra impoveriti, le cosiddette guerre tra poveri.
È un discorso complesso, senza dubbio, che non può essere semplificato o sintetizzato nella mera cronaca elettorale: non basterebbe, per intendersi, chiudere Casapound per dire di aver respinto l’onda. I giullari politici che soffiano su quest’aria torbida di discriminazione, paura, disumanità, per quanto pericolosi, sono però solo una piccola parte del problema. Il seme di questi sentimenti sta nella società, in quella classe media, per esempio, che, diventata povera da un giorno all’altro e ancora incapace di individuare i motivi della crisi, è convinta che il fenomeno migratorio sia una causa, e che non sia, invece, quale è, una conseguenza, riversata sulle spalle di chi accoglie; nessuno vuole negarlo, ma è anche vero che tutto pesa ancora prima sulle spalle di chi deve partire.
Insomma, non vi sembri esagerato discutere di questo parten-do da un caso come quello di Macerata, che lo consideriate isolato oppure no (i casi sempre più frequenti fanno pensare che non lo sia). Parlare senza filtri di certi pericoli sociali, in questo periodo storico, è l’unico modo per capire come combatterli. Perché, del resto, com’è avvenuto per diverso tempo, crescere generazioni di uomini e donne con la storia che l’antifascismo è anacronistico, a occhio e croce, non è stato proprio un gran successo.

A cura di Cristian Mauro

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