Nell’euforia dei ricordi

Ricorrendo il 5 febbraio – festa di Sant’Agata – il suo onomastico, una messa è stata celebrata a Roma in omaggio e memoria di Agata Cesario, seguita, poi, da un recital di poesie tratte dalle ormai note raccolte “Spazi infioriti” e “Verso un’alba novella” dalla quale, non a caso, prende nome il giornalino del costituito Oratorio “Teofanio Pedretti” meraviglioso parroco di Cellara dal 1968 al 1979, che non si spaventava mai di niente quando c’era di mezzo, come allora si diceva, l’apostolato. A lui si deve il documenta-to libro “Cellara attraverso i secoli” (editrice Satem), comple-tato e pubblicato postumo a cura di Agata Cesario (agosto 1982) in coincidenza con la traslazione del corpo del Pedretti dal cimitero della natia Grimaldi nella chiesa parrocchiale di Cellara, gremita di gente, che, fuor di retorica, non riusciva ad entrare e stazionava oltre il sagrato con compunzione. Di fronte all’altare – ahimè! distrutto sol perché vecchio quando per un malinteso senso di ammodernamento si volle dare addosso al passato – oltre ai familiari – avevano preso posto i sacerdoti accorsi numerosi per rendergli omaggio, designati per la con-celebrazione eucaristica presieduta dai Vescovi Umberto Altomare e Dino Trabalzini arcivescovo di Cosenza che, dopo molte consultazioni incrociate, senza eccessivo entusiasmo, diede il permesso speciale per la sepoltura , come allora si di-ceva insolita, in quella ricostruita chiesa che il giovane Pedret-ti considerava ormai come propria, avendovi dedicato faticosi giorni di lavoro di consolidamento, senza particolari sovven-zioni e assistenze, ma con un serio impegno da parte di tutti i cittadini, dando di volta in volta un rendiconto degli introiti, di quanto era stato realizzato e speso.
Volendo dare un resoconto veritiero dei fatti – preceduti ad una serie di articoli e servizi apparsi sulla stampa cittadina, che ora fanno parte di un ampio custodito “dossier” insieme a foto, discorsi pronunciati, lettere e giudizi sul libro come quello di u-no dei più affermarti storici italiani, Pietro Borzomati – la presentazione del libro sulla storia poco conosciuta di Cellara te-nuta nella sala del Municipio è stato un avvenimento intensa-mente sentito dal paese. Oltre alle autorità del luogo e ai rap-presentanti delle istituzioni, sono intervenuti il senatore Vittorio Cervone uomo politico della DC, il professor Leo Magnino dell’Università di Roma, monsignor Dante Balboni scrittore alla Biblioteca apostolica vaticana, giunti da Roma avendo aderito su invito al programmato evento. È un racconto che io in qualche modo ho già fatto e documentato con la rapidità e il disordine dovuti all’affluenza ancor viva e trepida dei ricordi di chi è stato protagonista di una serie di fatti importanti che erano ben nostri, e lo sono tutt’oggi, così da parere cronaca ancora attuale.
Tornando all’attualità, evocati, dopo la messa in suffragio del 5 febbraio accompagnata all’organo da musiche sacre, gli ideali che hanno guidato la breve esistenza di Agata: la famiglia, la scuola, la “pietas” verso il paese natale al quale era legata da naturali vincoli, da doveri e affetti. A Cellara dove nacque il 25 maggio 1948 e morì il 16 maggio 1989, ancora molti la ricordano. Nel suo cuore non s’era mai spento l’amore per la propria terra e vi ritornava per le feste comandate e la vacanza estiva, nella casa di famiglia; e poi la voglia di stare insieme: le visite ad amici e parenti, la sosta in chiesa, le passeggiate in mezzo ai “campi ombrosi e silenziosi, dagli odori intensi delle erbe che si arrampicavano sui muri di pietra quando il sole set-tembrino regalava gli ultimi sprazzi dell’estate al tramonto”, così annotava nel quadernuccio dei suoi appunti, trovato tra i libri allineati nella scansie.
Studia a Cosenza, una laurea in Pedagogia, tre abilitazioni e una valanga di premi, pochi anni li ha trascorsi a Roma. Quella Roma bella e ammaliante degli anni Ottanta, che furono an-ni di scoperte, di incontri piacevoli, di fortuna per la carriera scolastica e letteraria. Era convinta che i giovani avendo molte risorse hanno solo bisogno di buoni insegnanti; raccontava loro quanto è grande il valore dell’amicizia che “conta più dell’amore”, cito parole sue. Evitava i precetti del conformi-smo, si confrontava con le novità e pensava la morte come nuova stagione.
Della poesia, evocatrice di lontane immagini o di realtà quoti-diane, sentiva tutta la bellezza, era la cosa che amava di più, oltre a scrivere, dipingere quadri dai colori tenui, leggere una marea di libri, tranquillamente conversare. “Nella riscoperta quotidiana dell’ispirazione creativa, la vita di Agata si è tra-sformata in un tracciato di fede e di cultura”, aveva detto Flaminio Piccoli intervenuto alla presentazione del volumetto “Verso un alba novella” il 22 maggio 1996 nella chiesa degli artisti, a Roma.
Così ancora una volta i suoi versi riecheggiano sotto le pos-senti arcate di una antica chiesa nella Roma-centro, ritrovando unanime la critica, se poesia vuol dire pure mirabil modo d’intendere e rendere quel che altri ha inteso e reso con altra lingua. Atmosfera festosa tra omaggio musicale e lettura dei testi poetici, a cura di alcuni ragazzi delle scuole capitoline con la “passione” per la poesia – secondo i dati di un recente sondaggio – interpreti vibranti per autenticità di toni e musicalità di dizione. Bravi nel raccontare di aver partecipato al concorso “novità didattica” indetto dopo la morte dell’insegnante Agata Cesario, e di aver letto per caso qualche recensione ai suoi scritti, alcuni ritenuti innovativi, e in particolare quella riguardante l’ultimo e più riuscito saggio “Orientamenti di pedagogia e di didattica”, edito nel 1988, con finalità educativa, quasi un manuale d’uso per gli operatori in “campo”. E c’era chi, tra i presenti, a distanza di anni, ne ricor-dava la presentazione nella sala dei papi dell’elegante Palazzo Pignatelli il 1° dicembre 1988 in Roma come un incontro affollatissimo cui – oltre all’editore che alla fine ha distribuito in gran numero copie del libro ormai introvabile – hanno partecipato persone autorevoli, tra cui il cardinale Silvio Oddi, il nunzio apostolico Emanuele Clari-zio, il prefetto Alessandro Voci, don Angelo Mazzocca il prete degli artisti, il direttore generale per l’informazione e l’editoria Giuseppe Padellaro, l’ispettrice Amelia Vetere Amatucci, il professor Claudio Volpi ordinario di Pedagogia all’Università “La Sapienza” di Roma. E tanti ragazzi della scuola dove Agata insegnava italiano e storia.
Talvolta compare nei sogni e sembra la stessa: gentile, elegante, luminoso, il suo volto, ma come presagio del duro vivere. Per chi vorrà deporre un fiore, Agata riposa nel camposanto solitario del montano villaggio, un tempo circondato da ci-pressi secolari giganteschi, dalla folta chioma, dove facevan nidi gli uccelli, del cui fatale taglio bisognerebbe chieder conto. Poco distante, in un’oasi di tranquillità, s’innalza una targa inaugurata nell’agosto 2016 a ricordo della poetessa cellarese, che certamente continua a vivere nel cuore di molti. È un vero e proprio omaggio, un segno tangibile di consapevolezza da parte dell’Amministrazione comunale sensibilmente attenta a creare spazi culturali e luoghi simbolo. Che sente il civico dovere di ricordare quanti, vicini e lontani, hanno onorato e amato il paese nativo “affinché non tutto muoia”, dal vecchio mot-to latino “Ut non omnis moriar”. Un bell’esempio per i tanti giovani che guardano curiosi al nostro passato, sul quale tante cose si potrebbero dire e porre in evidenza, interessanti sempre per lo studio e la conoscenza.
E chissà cosa avrebbe pensato Agata, vedendo dalla finestra della sua casa paterna lo spazio a lei intitolato, o anche riascoltando le parole delle sue poesie riecheggiate nella chiesa romana di via Giulia, per la serata omaggio. Un incontro per far rivivere gli scritti dai quali traspare la sua passione di edu-catrice e dove non mancano i richiami al paesaggio della propria terra, contemplato a lungo, trovandovi ogni volta qualco-sa di nuovo e di delizioso.
Ma forse pochi sanno che piazza “Agata Cesario” occupa quello che una volta era terreno di proprietà della chiesa, de-nominato “La Stella”, e poi preso per quattro soldi dal Comune. Che le terre della nostra parrocchia, conquistate in dignitose battaglie, fossero, nel fatto e nel diritto, più di una e con tanto di no-me è riportato nelle antiche mappe, ma col passare del tempo sono cadute nell’oblio e pochi ne ricordano l’esistenza. È mancato, nello scorre-re degli anni, un vero comune interesse alla tutela (termine oggi am-piamente usato ma poco compreso) dei beni ecclesiastici, nonostante le vive raccomandazioni per i preti di “difendere i diritti di proprietà e di giurisdizione su tutto quanto è dentro le mura della Parrocchiale di Cellara…. inclusi i terreni e rispetti-ve spettanti rendite… patrimonio intoccabile della chiesa….”.
Racconta un vecchia cronaca che era d’obbligo per i vescovi recarsi in “sacra visita” nelle singole parroc-chie del territorio per un rituale controllo delle estremità dell’altare in cornu epistulae e in cornu evangelii (s’era ancora ai tempi della messa in latino), e nell’intento anche di smentire false notizie su abusi, furti, dispersioni. Ritenendo doveroso di dare le più ampie assicurazioni alla popolazione che tutto si svolgeva nella sostanziale fedeltà ai canoni liturgici e alla più autentica disciplina della chiesa, nella cura e nella conserva-zione dei beni. Patrimonio del quale spesso non si certifica il valore, mai come attualmente oggetto di lungaggini burocratiche e di “rimpalli” tra Sovrintendenze e Vicariati tendenti di più a realizzare arditi progetti, liturgicamente discutibili, non del tutto conservativi, rispettosi del passato. Divenne noto, ad esempio, il caso della nostra chiesa di San Pietro ormai privata – dopo gli ultimi finanziati lavori costati 309 mila euro – delle cose più care, solo perchè vecchie. Qui – è evidente – come so-vrintendenza e curia vescovile, agendo d’intesa, abbiano ignorato il culto antichissimo, distruggendo le venerate nicchie componenti l’altare di centro “dedicato”, risalente ai primi an-ni del Novecento, come si potrà rilevare anche da una scritta incisa nel marmo in basso rimasta. Così pensando di riporre qua e là le immagini devote di San Pietro e dell’Immacolata, rimosse dalle nicchie nelle quali giacevano da secoli, per giunta “pezzi” di pregevole fattura a detta di chi – tra abili architet-ti e fanatici liturgisti ammessi ai lavori – è stato autore compartecipe e senza riguardi di così tanto scempio. È il caso di dire: evviva gli autori dello scempio.
Che questo racconto possa allentarsi proprio per le divaganti ma inevitabili euforie del ricordo, è una deprecabile eventualità che tuttavia, dopo molti anni, occorre prendere in seria considerazione.

A cura di Giacomo Cesario

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