Nuovo caso di clonazione

Riprende il dibattito sulla pratica, tra progresso e morale.

Era il 5 Luglio del 1996 quando in Scozia iniziò lo scontro tra scienza ed etica per la nascita del primo mammifero clonato da cellule adulte: la pecora Dolly.
Fu il risultato di un trasferimento del nucleo di una cellula adulta in un ovocita fecondato privato del suo nucleo cellulare e stimolato da scosse elettriche, per poi essere impiantato in una madre surrogata una volta sviluppatosi in blastoci-sti.
Alla base di questa discutibile pratica si annida, però, una volontà scientifica che cerca di portare il progresso a favore della prevenzione per le malattie mitocondriali negli esseri umani. Stiamo parlando di tutte quelle malattie che vengono passate da madre a figlio a causa di mitocondri difettosi, ne è esempio la distrofia muscolare. La scienza pun-ta proprio a estrarre il materiale genetico dell’embrione e inserirlo in una cellula uovo contenente mitocondri sani e funzionanti donati da un’altra donna evitando che i mitocondri difettosi pas-sino alle generazioni successive. Un tra-guardo storico, dunque, che rivoluzionò la scienza dei decenni a seguire.
Siamo infatti nel 2018 e ancora una volta il tema della clonazione si ripresenta sui nostri giornali con il caso di Hua Hua e Zhong Zhong, due femmine di macaco clonate nei laboratori cinesi con la stessa tecnica usata per Dolly. Esattamente come l’ovino, le due scimmiette cinesi sono nate da un trasferimento del nucleo della cellula che contiene il loro specifico codice genetico, in un ovulo non fecondato e privato del suo nucleo, a questo punto l’ovulo viene fatto svi-luppare chimicamente esattamente come se venisse fecondato in modo naturale, dopodiché gli scienziati lo impianteranno nella surrogata.
L’operazione avrà riscontro positivo se quest’ultima rimarrà incinta dando alla luce un individuo identico geneticamente al donatore del nucleo. Ciò significa che per la prima volta potranno essere generati numerosi esemplari geneticamente omogenei tra loro. Avendo a di-sposizione più campioni uguali, sarà possibile riprodurre facilmente gli espe-rimenti riducendo la variabilità che si avrebbe con campioni geneticamente diversi e riducendo gli errori. In termini pratici, ciò significa una diminuzione di animali sacrificati per ogni esperimento biomedico.
Se per alcuni l’aspetto rilevante è la capacità umana di superare le difficoltà in laboratorio per progredire nella ricerca, per altri sta nel contributo che questa ri-cerca può dare nella comprensione del DNA e di conseguenza alla lotta geneti-ca contro tumori, Alzheimer, Parkinson, ecc.
Da grosse scoperte derivano però grosse responsabilità e critiche: la perplessità etica e morale sta proprio nel fatto che la scienza, partita dall’analizzare topi, ovini e altre ti-pologie di animali, sia ora giunta a un primate così simile geneticamen-te al genere umano. D’altronde non sarebbe la prima volta che la scim-mia rappresenti l’ultimo passo nella gerarchia per giungere all’uomo, basti pensare alle due scimmiette che nel 1959 furono mandate fuori orbita con lo storico volo nello spazio, gra-zie al quale si aprì la strada per inviarvi il primo uomo.
Forse proprio per questo la Chiesa si oppone fermamente a questo tipo di pro-gresso. Sarà che, reduci dagli insegnamenti della storia, abbiamo tutti il timo-re che la scienza inizi a guardare sempre di più all’uomo come mero campione da laboratorio.

A cura di Federica Spadafora

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...