Politica e memoria

La storia delle Foibe tra silenzio e inganno

Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario» disse George Orwell.
Foibe è una parola oscura della storia italiana ed europea che rimanda al massacro di migliaia di civili che furono brutalmente uccisi e ammassati nelle fosse carsiche. La questione concernente i massacri umani commessi durante la fine della Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato Dopoguerra è complessa e ricca di interrogativi ai quali si ha il dovere di dare risposte veritiere.
Gli iniziali avvenimenti riscontrati da un punto di vista storico-politico sono incentrati prevalentemente nell’area settentrionale italiana, al confine tra l’Italia e la Jugoslavia: i primi mas-sacri riguardarono civili sia italiani che jugoslavi, vittime della pratica prediletta specialmente dai partigiani del Generale Tito, quella finalizzata principalmente e quasi esclusivamente alla definitiva repressione dell’ideologia fascista e di tutte le altre ideologie considerate difformi a quella prevista dai regi-mi comunisti.
Tematiche importanti, come quella della tutela dei diritti dell’uomo e degli equilibri tra Stati della comunità internazionale e, soprattutto, i valori fondamentali della libertà e della dignità umana, negli anni tra il 1943 e il 1945, furono sventrate della loro essenza. L’uomo, che dopo il periodo Nazi-Fascista aveva la necessità di ritornare al centro della sfera sociale del Mondo, non è ancora visto come figura essenziale dello Stato, bensì è ritenuto mezzo attraverso cui realizzare delle folli ideologie imposte con l’uso della forza.
Migliaia di italiani e jugoslavi persero barbaramente la vita.
L’8 settembre del 1943 il Capo del Governo italiano, Mar. Pietro Badoglio, annunciò l’armistizio di Cassibile: l’Italia cessò le ostilità verso gli Alleati e iniziò il suo processo di conclusione della Guerra.
Da ciò, i territori maggiormente a rischio internazionale e di influenza comunista sovietica, la Venezia Giulia, la Dalmazia e parte dei territori slavi ,ospitarono le sedi principali dei cri-mini antifascisti di cui sopra. Furono improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, i quali emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personag-gi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare.
Caddero inermi migliaia e migliaia di persone; più di mille solo a Basovizza e a prevalenza italiana. L’opera di repressione prevedeva un serio colpo alla dignità umana, ammassando nelle foibe le vittime del potere comunista insieme a numerosi cavalli e addirittura proiettili inesplosi. Un’immagine nitida che rappresenta a pieno la perfidia dell’uomo e dei poteri forti.
Il Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti, non seppe ascoltare il coro di dolore del popolo giuliano e della Dalmazia, rendendosi complice silenzioso di una strage che altro non è che una pulizia etnico-ideologica che macchia ancor di più la storia del nostro Paese.
«È innegabile. Quando gli esuli tornarono in Italia vissero un dramma nel dramma. L’accoglienza per loro fu spesso spaventosa, soprattutto in certe zone più ideologizzate, come l’Emilia Romagna. Arrivati a Bologna, ad accoglierli c’erano militanti e simpatizzanti del PCI ma anche del “sindacato rosso”, che li definivano cosiddetti esuli e li accusavano di fuggire non per evitare di vivere sotto una dittatura comunista ma perché collusi col fascismo», così Elena Cace, giornalista esule di terza generazione che ha scritto sul tema delle foibe.
Nell’opera di ricordo delle vittime delle Foibe, nel 1980, la foiba di Basovizza fu definita Monumento di interesse nazionale, per poi diventare nel 1992 Monumento di commemorazione nazionale, con l’istituzione della Giornata del Ricordo, fissata al 10 febbraio (legge n. 92 del 30 marzo 2004).
In una famosa conferenza stampa, Antonio Ballarin, vittima scampata al massacro comunista, dichiarò: «Nonostante il paziente lavoro di testimonianza volto a costruire, a dare visione futura, a riconciliare, a far capire che senza memoria non vi è futuro e senza coscienza del male non vi è possibilità di vita, resta sempre un alone di discriminazione che è duro a morire e che aleggia sul mondo dell’Adriatico orientale» e aggiunge che «in questi anni le celebrazioni per il Giorno del Ricordo hanno ampiamente mostrato quale sia la direzione intrapresa da tutta la nostra gente».
Le foibe, dunque, non rappresentano un mero luogo turistico o delle semplici buche profonde, bensì sono la testimonianza di una violenza ideologica e morale, l’ennesima, che merita di essere ricordata per evitare che, in futuro, la storia possa nuo-vamente ripetersi con protagonisti differenti.

A cura di Battista Bruno

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